INTERVISTA A GIUSEPPE GARRERA

Giuseppe Garrera è un musicologo, storico dell’arte e collezionista, coordinatore scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 Ore. In occasione della lezione sul collezionismo ci è stato possibile porgli alcune domande sulla sua attività di collezionista.

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Yves Klein, Dimanche- Le journal d’un seul jour, 27 novembre 1960, particolare, collezione G. Garrera.

 

Che cosa colleziona?

Colleziono arte contemporanea, movimenti anni ’60-’70, un vero patrimonio storico, con il desiderio di andare a scoprire, rintracciare suggestioni, invenzioni meno conosciute, meno percorse. È il desiderio di una vera e propria caccia al tesoro, ritrovarsi in qualche radura mai sfruttata. Questo è secondo me quello che dovrebbe fare un collezionista, andare a caccia di nuovi territori. Confesso che questa prima sezione anni ’60-’70 della mia collezione, più che strettamente autobiografica, identifica a livello inconscio un’immersione nel tempo e nelle atmosfere della mia infanzia, quasi come volessi captare immagini e storie nelle quali ho inconsapevolmente vissuto, abitato. Queste opere hanno come il sapore e la luce di un viaggio nostalgico lungo le immagini del mio tempo. In questa collezione c’è anche una fortissima passione per i documenti, per gli interessi degli artisti in tutte le loro forme come i manifesti o i semplici inviti. Io amo l’opera quanto più è fragile, effimera e legata al pensiero. Quanto più è evanescente e imprendibile perché connessa a un elemento concettuale. Di un’opera mi attrae il connubio tra il costoso e l’impalpabile che rischia di farla coincidere con il vuoto, l’aria, il pneuma. Direi che sono i due elementi che più apprezzo del collezionismo di quegli anni. Un’opera da una parte il più possibile evanescente e quindi meno retinica e materiale, e dall’altra il più vicino all’ideazione. Cioè il contrario del souvenir. È il trionfo dell’opera-prima al tempo in cui l’artista è ancora stupefatto della propria creatività prima di educarla, mercanteggiarla. E dunque ecco perché cerco di prendere o di trovare opere della prima o della seconda mostra o addirittura il progetto originale. Mi piace avere anche lo studio preparatorio, il laboratorio. Amo pensare alla prima apparizione al mondo di quell’opera, alla prima volta che un pubblico ha visto quella immagine, ha letto quella frase. La seconda parte della mia collezione raccoglie invece artisti contemporanei, artisti giovani con cui posso avere un rapporto personale e dei quali acquisto le opere perché mi piacciono e fanno parte dei miei sogni. Parlo degli anni ’90/2000. Anche qui il mio desiderio è di avere un’opera il più vicino possibile al momento in cui è uscita dallo studio.

Com’è nata la sua passione?

La mia passione è nata fondamentalmente per un discorso economico, possedere un tesoro. È una radice sociale e al tempo stesso infantile. Vivere in uno spazio incantato che abbia però anche un prestigio conferitogli dall’opera, perché un’opera è un fatto, una realtà. E dunque molto infantilmente io voglio possedere un tesoro: in un’isola del tesoro io voglio possedere il tesoro. Voglio avere uno spazio incantato, fatato, che non può essere legittimato esclusivamente dalla mia passione. Non mi basta avere cose che hanno un valore solo per me, voglio che questo tesoro diventi “pubblico”, che in mia assenza acceda a un valore commerciale, se possibile molto alto. La collezione a mio parere deve rappresentare anche uno splendore economico. La mia passione è nata come immaginario principesco, un po’ alla Rimbaud. Ho immaginato di possedere un castello, o meglio una reggia, o meglio ancora un reame. E questo reame è dato da opere rare, apparizioni, cristallizzazioni del mio passato sotto forma di immagini, proclami, quadri, tele. È la conversione del tempo, della memoria, della mia cultura come anche della mia passione letteraria e artistica in un tesoro concreto.

A parte la passione, cosa serve a un collezionista?

Conoscenza. Formazione accademica, studio. Io sono un musicologo, letterato, storico dell’arte. È in piccolo il discorso del faraone e credo che nella vita il problema sia di sfuggire alla miseria. Alla miseria etica ed estetica della propria biografia. Io non credo molto nella ricchezza interiore, ci vuole ricchezza esteriore.

Il pezzo mancante della sua collezione.

Non so quale sia, non so se lo sto cercando. C’è un invito a una mostra di Gino De Dominicis a cui aspiro e che mi piacerebbe arrivare ad acquisire.

Le tre opere alle quali non rinuncerebbe mai.

Alcune del ’69 di Gino de Dominicis, un disegno del ’67 di Boetti ancora all’inizio. La macchina drogata, un Agnetti che mi piace molto.

La dote necessaria per un collezionista?

La dote necessaria secondo me è un certo delirio economico. Stranamente un desiderio di scialacquare. Io credo che il collezionista abbia, almeno nel mio caso, il desiderio infantile di buttare i soldi, di gettarli dalla finestra, di fare un gesto che non appartiene alla educazione economica, alla nostra civiltà, tanto più in questi anni. È un gesto principesco, insensato. Io compro delle cose a prezzi così alti che l’acquisto è un’offesa alla morale, a chi vive con uno stipendio minimo. Però devo dire che diverse volte ho rischiato di perdere tutto. Una cosa che mi piace molto del collezionista infatti – se non è abbastanza ricco – è quella di rischiare la perdita di tutto, l’abisso dei debiti, della distruzione. C’è un elemento distruttivo per cui ti puoi ritrovare con un pezzetto di carta e non essere in grado di pagare l’affitto o mantenere la famiglia. A me piace – un po’ alla Baudelaire – quando il collezionismo può farti arrivare fino alla distruzione della ragionevolezza e del buon senso. Perché è un esercizio quotidiano di vendetta contro l’educazione economica del rispetto, del risparmio del denaro. Con il collezionismo tu in un certo senso reagisci a questo culto del denaro, lo disprezzi fino al rischio, entri in una sorta di miraggio, senti che stai rischiando l’abisso. Entri in una dimensione che va contro tutti i tuoi principi che sono i princìpi della tua famiglia e della società. A me questo elemento delirante o irresponsabile di spesa attrae. In realtà si tratta di un elemento di trasgressione profonda verso il mondo.

Lei quindi non ha mai avuto dei fini economici, di investimento?

No, il mio movente è sempre il sogno del castello e se vendo un’opera deve riconvertirsi in un’altra opera. Per me il denaro che non si converte in un’opera è fumo, non vale niente. Quello che devo fare è sedermi sul trono… un po’ come ne La Roba di Verga. Non voglio neanche comperare bene, le opere devono costare perché compio un’azione irresponsabile e amo profondamente questa azione irresponsabile. Quando compri la prima opera hai una sorta di batticuore come fosse un’esperienza proibita, senti che stai facendo una cosa contro tutti i tuoi dettami, che stai dando un assegno per un nulla, solo per una visione, che porterai a casa.

Qual è la funzione della galleria per un collezionista?

Dipende. È chiaro che la galleria è necessaria per presentare gli artisti giovani, e –se il gallerista è bravo– per mostrare opere che altrimenti non si avrebbe l’opportunità di vedere. Ci sono dei rapporti di fiducia, io ho il mio gallerista ma so che cerca di guadagnare. È una sana lite.

Come si individuano le potenzialità di un artista emergente?

Non si individuano se non a una condizione e cioè che tu, forse anche sbagliando, hai un’estrema fiducia nel tuo gusto. Ma devi educarti ad essere assolutamente moderno, che è la cosa più difficile perché anche se sei moderno tendi alla nostalgia, a riconoscere delle opere che già hai fatto tue. L’unico elemento che davvero ti consente di individuare un artista emergente è allora il fatto che tu pensi in piena fiducia: “Bella opera! Mi commuove, mi piace”. Non devi fare discorsi d’astuzia, non servono a niente. È chiaro che devi avere un occhio esercitato e anche forti basi culturali. Consiglierei al giovane collezionista di non fidarsi assolutamente del suo gusto nei primi anni: il nostro gusto inizialmente è nel 90% dei casi un cattivo gusto. Dunque se un’opera ti piace quando hai 20, 25 o 30 anni, stai sicuro che stai sbagliando. Perché l’arte è sempre sopra di te e perché noi operiamo per cliché. Pertanto il non fidarsi di se stessi è un buon criterio.

Cosa le dà più adrenalina: cercare, trovare o possedere un’opera?

È la caccia, perché anche questa mantiene una radice avventurosa. Spesso quando vai a caccia i tuoi desideri si cristallizzano. Torni sempre a casa con qualcosa che non avevi previsto, con altro rispetto a quello che cercavi, questo è un classico. Ma spesso quello che hai trovato ti ha sorpreso. La ricerca ad esempio inizia dalla lettura di un articolo all’interno del quale si parla di un artista che ha fatto una determinata opera. Allora mi dico che non l’ho mai sentito e voglio cercare le sue opere. La ricerca è anche il piacere di anticipare i gusti, di trovare grandi opere, di scoprire grandi autori. Sapere scovare. Questo è il massimo piacere.

Quanta influenza ha la concorrenza tra collezionisti?

Nel mio settore poco, casomai è molto divertente. Intendo dire che noi collezionisti di quel periodo quando troviamo un bel pezzo subito scriviamo all’altro perché sia invidioso e soffra. Però se dobbiamo aiutarci ci aiutiamo. Ci diamo l’indicazione giusta, sempre dando per scontato che se possiamo ingannarci è legittimo farlo. Se ti chiama un collezionista e ti dice “ho visto un manifesto di Boetti e costa mille”, tu gli rispondi che è veramente troppo caro. Allora lui abbandona e lo prendi tu a quella cifra che in realtà era giusta. Poi però glielo mostri, è parte del gioco! C’è l’esposizione di un trofeo come tra i cacciatori. Ritorni una volta di più in un ambito fanciullesco.

Lei tiene per sé le sue opere o ha piacere a mostrarle?

Io le presto. In questo momento alla Temple University c’è una mostra sugli anni ’80-’90. Sono appena uscite delle altre opere in una mostra per il MACRO. Mi piace mostrarle per motivi di vanità ma anche perché mi sembra che sia giusto. Non sono un collezionista legato alle sue cose, anche se non presto tutto. C’è sempre un elemento segreto. Si torna al tesoro.

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