10 domande a Guido Guerzoni

 

Guido Guerzoni, nato nel 1967, è ricercatore confermato di storia economica presso l’Università Luigi Bocconi di Milano e docente presso la SDA, Bocconi School of Management.

È stato ricercatore per  il Getty Museum di Los Angeles e ha collaborato con il dipartimento di ricerca del Victoria and Albert Museum di Londra. Scrive su il Sole24Ore e il Giornale dell’Arte dal 1998.

L’abbiamo incontrato in qualità di project manager di M9 a Mestre, un’istituzione culturale con il fine di riqualificare un territorio non valorizzato e di dimostrare che l’innovazione paga.

Qual era l’esigenza che si voleva soddisfare con un progetto come M9?

Il progetto era quello di realizzare un’istituzione culturale di nuova generazione sulla terra ferma. L’idea è nata  in collaborazione con il comune ai tempi della giunta Cacciari che ha avvertito la necessità di bilanciare la situazione museale veneziana. Questa, infatti, contava circa quaranta musei nel centro storico e nessuno sulla terra ferma dove abitano i due terzi della popolazione.

Quanto è stato significativo il supporto della regione per M9?

Il supporto della regione è stato fondamentale. La procedura amministrativa scelta è stata quella di un accordo di programma stilato in quindici mesi che si basava su una legge regionale. La Regione Veneto ha ritenuto che il progetto M9 fosse utile per il territorio e meritevole di essere sviluppato.

Perché non si riesce a fare business con la cultura?

 Non è possibile fare business con l’arte e la cultura in sé, non sono dei settori economicamente autosufficienti.

È, però, possibile, in determinate situazioni, migliorare le condizioni di economicità della gestione culturale riducendo l’incidenza dei finanziamenti pubblici. Alcune istituzioni, anche in Italia, arrivano a raccogliere con le proprie forze circa il 60% dei fondi necessari. Questo è un risultato importante.

In M9 è previsto un centro commerciale, si inserisce nel discorso appena fatto?

 Il centro commerciale di M9 ha come sua principale vocazione la copertura parziale del deficit di gestione. Si tratta di un “innovation retail center”, un commercio al dettaglio innovativo, che prevede delle attività commerciali molto vicine al museo. Il mix di attività è coerente con il museo così da partecipare alla missione di riqualificazione dell’area., Infatti verranno utilizzate tecnologie specifiche e spazi realizzati e gestiti da realtà quasi non profit.

M9 è ecologicamente sostenibile. Oltre che un’esigenza dettata dai tempi crede che ci sarà un ritorno di immagine e di conseguenza un’influenza sul business?

 No, credo che non ci sarà una diretta conseguenza sull’affluenza di visitatori, anche se è innegabile che il fatto di aderire esplicitamente ad alcuni principi generali aiuti ad attrarre il pubblico più attento a queste tematiche. D’altra parte il regolamento europeo, privilegia le istituzioni che hanno già fatto passi avanti nella sostenibilità.

M9 è certificato LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) perché è energeticamente autosufficiente per il 65% e riutilizza le acque meteoriche per l’idroponica: ha scelto, infatti, un tappeto erboso di piante grasse che non richiedono innaffiatura artificiale.

Che impatto vuole avere M9 sugli abitanti di Mestre?

 La speranza è quella di migliorare la percezione del territorio mestrino da parte di chi ci vive. Non abbiamo la presunzione di pensare che questo sia sufficiente a mutare la percezione che la comunità locale ha dei luoghi in cui vive, ma sicuramente contribuirà in questo senso.

M9 ha la missione di far conoscere agli italiani il loro passato, c’è quindi l’intenzione di educare le nuove generazioni?

 Certamente, è un’ancora che consente di lavorare su pubblici assai diversificati come scuole di diverso grado e famiglie, garantendo un pubblico infrasettimanale anche nel periodo invernale. E poi sono previste delle mostre temporanee sul futuro che amplieranno maggiormente il bacino d’utenza.

Il museo punta sull’edutainment, l’intrattenimento educativo. Crede che questo sia il modo di avvicinare il pubblico che normalmente non va nei musei? 

 Sì, perché molto spesso le modalità di narrazione e presentazione dei musei italiani risultano indigeste e noiose. L’esperienza museale non è divertente e richiede delle conoscenze di base specifiche; danno per scontate alcune basi culturali; questo approccio non è adatto ad un pubblico generalista. È necessario prevedere percorsi di visita differenziati che possano soddisfare pubblici molto diversi tra loro.

Potrebbe essere un modo per avvicinare nuovo pubblico anche alle istituzioni più tradizionali?

La speranza è senza dubbio quella di riuscire a portare almeno parte di coloro che hanno apprezzato l’esperienza innovativa a superare la diffidenza verso il museo tradizionale  e diventare un fruitore della cultura a tutto tondo.

M9 aprirà le porte solo nel 2017 a causa di un ritardo nelle autorizzazioni da parte del precedente sindaco. Le previsioni sull’afflusso sono di circa 200.000 visitatori: 70.000 sulla mostra permanente, 80.000 sulle temporanee e 50.000 sulle attività.

Giulia Bisogni

Foto per gentile concessione di Exibart.com

 

 

 

 

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