L’ORATORIO DI SAN LUPO A BERGAMO: TRA BAROCCO E CONTEMPORANEO

Tra le anguste vie che dalla città bassa portano salendo alla città alta, Bergamo nasconde una delle sue più silenziose e, forse, sconosciute meraviglie. Nel quartiere di Pignolo, a pochissimi passi dall’ Accademia Carrara e dalla GAMeC, si cela l’ex Oratorio di San Lupo, un edificio oggi gestito dalla Fondazione Adriano Bernareggi, importante strumento della diocesi orobica che lavora nel campo della cultura cristiana per promuoverla nelle sue implicazioni più universali e nelle sue più alte forme. Attualmente chiuso per la sospensione della maggior parte delle attività culturali a causa dell’emergenza sanitaria e per via degli spazi troppo ristretti non adeguati alle norme vigenti, San Lupo resta comunque una rarità da scoprire e dalla quale non si può non rimanere affascinati.

L’oratorio, che si affaccia sulla suggestiva via San Tomaso, esibisce fin dall’esterno una certa aria di magnificenza. La facciata, di stampo classico e intervallata da quattro colonne possenti, vuole evidentemente distinguersi dagli altri più sobri palazzi della zona; come era anche nelle intenzioni del suo eclettico realizzatore, l’architetto e studioso settecentesco Ferdinando Caccia. Una volta dentro la meraviglia aumenta: dietro a questo scenografico prospetto si cela infatti un corpo a fabbrica centrale, sviluppato a tutta altezza. L’accesso ai matronei è consentito da due rampe di scale e dalle balconate del primo e del secondo livello si ha una visione complessiva dell’interno, più somigliante ad un fastoso teatro che ad un luogo di culto.

Interno dell’ex Oratorio di San Lupo (©Fondazione Adriano Bernareggi)

Persa la sua funzione originaria, vale a dire quella di cimitero e ossario della vicina chiesa di Sant’Alessandro della Croce, e dopo un lungo periodo di oblio, dal 2007 l’oratorio ha trovato una nuova vocazione. La Fondazione Adriano Bernareggi, dopo un lungo restauro, ha infatti deciso di destinare questo spazio all’allestimento di mostre di arte contemporanea, soprattutto grandi installazioni, e la magia del luogo ha attratto artisti da ogni dove.

Numerosi e rilevanti sono infatti i nomi che hanno esposto qui come, per esempio, Jannis Kounellis che, nel 2009, ha realizzato un’opera site specific proprio per San Lupo. In quell’occasione l’artista greco decise di dialogare con il fascino della sede espositiva in un’azione artistica di grande impatto e enfasi comunicativa, quasi al limite della drammaturgia. Una serie di cappotti, vestigia della presenza umana, erano distesi ovunque ad occupare l’intero pavimento dell’aula sotto cui un tempo venivano sepolti i defunti, mentre un’imponente croce in ferro occupava in bilico lo spazio interno dell’edificio in un rimando diretto alle rappresentazioni della Via Crucis nell’iconografia secentesca. Come sistematicamente avviene nella sua opera, anche qui Kounellis volle costruire un rapporto profondo con lo spazio che accoglieva lui e la sua opera, da un lato attraverso l’evidente potenza scenica e teatrale dell’oratorio, dall’altro in ragione della sua natura di ambiente sacro a destinazione cimiteriale.

Perché la missione di uno spazio come San Lupo, come ricorda il direttore don Giuliano Zanchi, è proprio quella di mettere a confronto un’istituzione di natura ecclesiale e i migliori percorsi dell’arte contemporanea, soprattutto per indagare il tema dell’arte sacra oggi, argomento poco presente sulla scena attuale. Si inseriscono quindi in questo filone interventi come quelli di Claudio Parmiggiani ( classe 1943) o del bergamasco Maurizio Mazzoleni ( classe 1957) che hanno esposto a San Lupo rispettivamente nel 2014 e a fine 2019.

Il primo, attraverso una serie di antiche campane di varie dimensioni collocate sia disordinatamente sul pavimento della chiesa sia sospese nell’ambiente e del cui rintocco non si serve più nessuno, ha voluto ricordare come esse continuino a suonare negli spazi della nostra memoria riportandoci perciò ad una religiosità semplice, popolare e profondissima costretta però a rimanere muta nel frastuono delle nostre vite quotidiane.

Claudio Parmiggiani a San Lupo, in esposzione all’ex Oratorio di San Lupo dal 16/05/14 al 30/09/14 (© Fondazione Adriano Bernareggi)

Mazzoleni ha invece innalzato un enorme prisma ottagonale monolitico ricoperto da 1600 fogli segnati da pennellate spesse, una moderna torre di Babele, ribaltandone però la prospettiva. Se nel racconto biblico l’episodio citato era il paradigma entro cui misurare la follia dell’uomo che voleva avvicinarsi al divino, la torre di Mazzoleni si fa simbolo invece dell’esperienza universale dell’ infanzia, dove il grande è immenso e le altezze non sembrano mai avere una fine. Perché solo sentendoci infinitesimamente piccoli si possono apprezzare le innumerevoli combinazioni su cui si regge l’universo.

Maurizio Mazzoleni, “Toccare il cielo con un mito”, in esposizione all’ex Oratorio di San Lupo dal 23/11/19 al 19/01/20 ( © Fondazione Adriano Bernareggi)

Spazio di confronto ma anche di ricerca e sperimentazione San Lupo, con il suo fascino eccentrico, unisce anime che alle volte sembrano inconciliabili: qui la cultura cristiana e l’arte contemporanea dialogano in un continuo e virtuosistico scambio, mentre noi, in ascolto, non possiamo fare altro che lasciarci sopraffare da quell’atmosfera tanto oscura quanto famigliare tipica dei luoghi di culto.

di Andrea Petteni

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