Bunker Walls: la memoria diventa Street Art.

Il 12 settembre di quest’anno ha inaugurato a Bolzano Bunker Walls, un’iniziativa che ha portato la street art in un rifugio antiaereo costruito durante la seconda guerra mondiale dall’esercito tedesco. Il bunker, denominato Bunker H, si snoda nelle viscere della montagna Guncina, ricavando nel porfido una superficie di circa 7000 metri quadrati. Considerato dai cittadini un monumento storico che racconta il passato della città in un periodo difficile come quello della dominazione nazi-fascista, dal 2013 viene gestito dalla Cooperativa Talìa, che ne valorizza gli spazi attraverso ogni tipo di manifestazione culturale, dalle mostre d’arte ai mercatini, dai concerti agli spettacoli teatrali.


Fin da subito la Cooperativa si è mossa con l’intento di restituire quello spazio alla comunità, organizzando visite guidate per far sì che la memoria del luogo continui ad essere perpetuata in quanto portatrice di valore storico, morale ed educativo. Tra i vari progetti compiuti, Bunker Walls è il primo realizzato in forma permanente all’interno dell’ambiente sotterraneo e che ne modifica l’aspetto.

Martino Mombonato, Cooperativa Talìa
Martino Bombonato – © Asia De Lorenzi

Come spiega Martino Bombonato della cooperativa Talìa, che ha curato l’organizzazione del progetto, la selezione dei dodici artisti chiamati a realizzare le loro opere all’interno del bunker è avvenuta in accordo con Riccardo Rizzo, dell’associazione MurArte. “I temi da noi scelti si basano su di una triade di concetti interconnessi: il principale è il bunker, quale luogo fisico e di memoria storica; si collega a questo la nozione di dualità, una coppia di termini correlati che restituiscono la complessità del luogo; una dualità che permette di collegarsi a storie e personaggi della mitologia classica, le cui narrazioni sono state reinterpretate dagli artisti”.


La consegna del tema è avvenuta attraverso un confronto tra organizzatori ed artisti stessi, a cui è stata data la libertà di scegliere la stanza che meglio si confaceva alla loro modalità artistica. Le opere infatti sono state realizzate all’interno di locali più o meno ampi costruiti negli anni ’60, quando l’esercito italiano utilizzò il bunker come magazzino. Il periodo di realizzazione delle opere è stato di dieci giorni, per permettere agli artisti di lavorare a scaglioni, dipingendo tre stanze alla volta, per ridurre così le problematiche legate al lavoro all’interno di uno spazio particolare come quello di un bunker, “di cui ci preoccupava primariamente l’alto tasso di umidità, che temevano non avrebbe fatto asciugare la vernice, e la reazione del sotterraneo ai gas sprigionati dagli spray” come ha affermato Bombonato, “fortunatamente a livello strutturale il bunker è dotato di un’ottima areazione, che ha fugato ogni dubbio in corso d’opera”.

“Il Mito di Tacita” di Rick – ©Daniel V. Johnston

Durante il lavoro degli artisti una squadra di fotografi ha registrato ogni fase del processo creativo. Il risultato di questa serrata documentazione sarà il montaggio di time lapse che verranno caricati sulla piattaforma di ZeitRoom, il giovane museo virtuale che raccoglie e condivide progetti di arte e didattica creativa sulla memoria del XX e del XXI secolo riferiti alla città di Bolzano. Una delle virtù del progetto è senza dubbio quella di essere riuscito a creare collaborazioni con diverse realtà territoriali (oltre a quelle citate anche ControTempoTeatro e Cooltour) e di aver avuto il supporto dell’assessore all’ufficio Giovani, Sport e Partecipazione Angelo Gennaccaro.


Gli artisti partecipanti provengono per la maggior parte da Bolzano, tra cui Rick, Sanue, Odd, 2RXT, Oakmood, Von K. e Maur-One. Esterni al territorio sono stati Psiko di Ferrara, il trio Eyelab Design da Verona (formato da Dr. W Deboyo, Dem125 e Z Stone) e Mr. Fijodor di Torino.


Particolare e molto apprezzata è stata l’opera dell’artista Mr. Fijodor, che ha scelto di reinterpretare la dualità Memoria/Oblio attraverso il mito di Mnemosine e Lete. La sua opera, dal titolo “Logo al Rogo” rappresenta il simbolo nazista accompagnato dagli oggetti sottratti ai deportati: “sono un grande amante della storia. Anni fa sono andato a visitare dei campi di concentramento, e la cosa che mi ha colpito di più sono state proprio queste stanze ricolme di oggetti personali. In particolare gli occhiali. Io ho problemi di vista, e so bene cosa significa togliere ad una persona la capacità di vedere. E’ uno dei modi utilizzati dai nazisti per disumanizzare gli individui che avevano davanti”.


La sua opera sfrutta un simbolo molto forte, ma questo non ha fatto che restituire forza al progetto stesso: “in qualsiasi altro luogo sarebbe stato troppo, ma in questo contesto mi sembrava giusto. Volevo dare un messaggio forte senza utilizzare immagini violente. E’ un segno che porta con sé un’ideologia che va ricordata per far sì che non venga riproposta. E’ un po’ come il lavoro che stanno facendo Martino e i ragazzi di Talìa: recuperare un luogo dal passato doloroso per reinventarlo e reinterpretarlo con qualcosa di positivo, in modo che la memoria non diventi oblio”.

di Zelia Rossi

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