Centro Pecci: il valore aggiunto della città di Prato

Prato, città in cui nasce il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, che ha dato nuova linfa a quel tessuto socio-culturale che sembrava destinato a non venire alla luce nella città dei tessuti.

L’idea progettuale di un centro per le arti contemporanee a Prato, sviluppata in primis all’inizio degli anni ’80 proprio da un industriale pratese, Enrico Pecci, in memoria del figlio scomparso Luigi, è stata la naturale conseguenza di un collezionismo di arte contemporanea ben radicato e diffuso nel territorio, alimentato dalla vicina Casa d’aste dei fratelli Farsetti e ispirato da figure di rilievo come Giuliano Gori, ideatore e proprietario di una collezione d’arte ambientale nella Fattoria di Celle, nei pressi di Pistoia.

Irene Sanesi, già presidente della Fondazione per le arti contemporanee in Toscana, costituitasi nel luglio del 2015, con lo scopo di raccogliere e rilanciare l’eredità culturale del Centro Pecci, ha cercato durante il suo mandato, conclusosi solo pochi mesi fa, di cambiare i paradigmi, innovare i modelli di governance e organizzativi e gli indicatori necessari tramite i quali analizzare, comunicare, gestire in generale le istituzioni culturali italiane ed in particolare il Centro Pecci.

“Per gestire un’istituzione museale così radicata nel territorio si rende necessario un lavoro di ricerca che evidenzia con forza l’urgenza di investire in competenze di management, senza volere proporre un modello universale, ma riflettendo piuttosto sull’esigenza di interdisciplinarità, connettendo tra loro più competenze, utili per la governance di un museo di tale importanza”.

È necessario, infatti, leggere il museo come luogo biologicamente attivo nel tessuto sociale e per farlo è indispensabile “avere indicatori nuovi con cui valutare l’impatto dell’istituzione museale”, quali programmazione, controllo, assertività ed impatto sociale sul territorio.

È giusto, quindi, concepire il museo come un mero luogo fisico? La domanda è retorica.

Il museo è infatti, prima di tutto, un <<sistema di relazioni>>, soggetto a continui mutamenti nello spazio e nel tempo e soprattutto luogo in cui non si misura solo <<l’aritmetica del profitto>>: esso, infatti, diventa anche motore di formazione e memoria condivise per far sì che possa essere prodotta utilità sociale.

È proprio per questo motivo che si rende necessario parlare di accountability (rendere conto con responsabilità)anche in ambito museale, la cui introduzione, secondo la Dottoressa Sanesi, diventa improcrastinabile, come improcrastinabile è la necessità per il museo di imparare a misurare il valore,  per <<rendere conto>> soprattutto ad una pluralità di attori che mettono in atto il collegamento del museo con il territorio, quali soggetti pubblici, istituzioni, comunità professionali, visitatori etc…

Ma non è tutto.

Non possono non essere citati sponsor e donor che sostengono finanziariamente ed esplicitamente le attività museali, ma anche, implicitamente ed indirettamente, i privati cittadini, le aziende, gli esercizi commerciali che beneficiano della presenza e dell’attività del museo sul territorio (bar, alberghi, ristoranti).

Se tutto ciò è vero, ecco che emergono nuovi indicatori necessari per il misurare il Valore culturale aggiunto di un museo (VAC): oltre a reputazione, fattore di impatto culturale, varietà delle proposte culturali, effetto moltiplicatore sullo sviluppo locale, efficacia ed efficienza dei prodotti generati, secondo Irene Sanesi si devono aggiungere le valutazioni di impatto del museo sul territorio, all’interno delle quali operano anche aspetti intangibili come il posizionamento strategico o il modello di governance ovvero il modo in cui verrà messa in atto la gestione dell’ente culturale.

Durante il mandato di Sanesi, infatti, è stata introdotta all’interno del modello di governance museale la strategia di fundraising che diventa un parametro fondamentale per valutare la capacità del museo di sapere coinvolgere i suoi interlocutori principali come i cittadini, le aziende, le fondazioni di erogazione e gli enti pubblici a tutti i livelli. Senza dimenticare fattori più sfuggenti ed intangibili come il tempo, l’assetto demografico territoriale, l’innovazione, lo stile manageriale del direttore, la presenza o meno di volontari.

Dando per assodato che i musei, come il Centro Pecci, non potranno più sopravvivere perseguendo la mera logica della funzionalità e del valore, è necessario ritrovare e fare scoprire o riscoprire ai portatori di interesse e al pubblico reale o potenziale del museo che esso, prima ancora di essere bene pubblico o privato, è un bene comune, e, per questo, bene della comunità inserita all’interno di un preciso contesto sociale, culturale e territoriale.

A conferma di quanto appena analizzato, alcuni dati: la gestione del 2018 chiude in positivo con un avanzo di 15mila euro, in aumento rispetto ai numeri del 2017, stabili i contributi pubblici del Comune di Prato, in calo, invece, quelli provenienti dalla Regione Toscana. I ricavi da biglietteria nel 2018, per un ammontare di 82.897 euro, hanno subito una flessione a fronte dei 196.611 euro del 2017, complice la conclusione della mostra inaugurale “La Fine del Mondo”.

Il 2016, anno della nuova apertura e della nuova nascita del Centro Pecci, in conclusione, è stato l’anno a partire dal quale il museo ha iniziato un percorso nuovo che lo ha reso “pioniere” di un modello di gestione innovativo che coniuga gli assodati parametri di valore con quelli nuovi ed intangibili, che fanno del rapporto dell’istituzione museale con il territorio l’indicatore di primaria importanza, rendendo quindi il museo un vero valore aggiunto per la città di Prato.

© centropecci.it

Ludovica Tripodi

 

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