Digital humanities: un supporto non sostitutivo

Digital Humanities, termine “ombrello” usato negli ultimi 20 anni per riferirsi alle tecnologie applicate ai beni culturali. Collaborazione, pluralità e multidisciplinarietà sono le caratteristiche chiave. 

Quest’estate sono stati pubblicati i nuovi bandi di Horizon 2020 per progetti di ricerca ed innovazione, finanziamenti elargiti dalla Commissione europea per un investimento complessivo di oltre 11 miliardi di euro. Le tematiche prioritarie identificate dalla Commissione sono state concentrate sul cambiamento climatico, l’energia pulita, la plastica, la sicurezza informatica e l’economia digitale.

Sempre la Commissione europea nel novembre 2008 ha lanciato Europeana, una biblioteca digitale che permette accessibilità, visibilità e utilizzo digitali del patrimonio culturale europeo.

È molto chiara la mission: trasformare il mondo con la cultura. 

In un momento fragile dell’Unione Europea è significativo unire la segmentazione con la collettività dei paesi. Attraverso queste piattaforme cambiano le storie degli utenti europei, vengono raccontati vari progetti non solo in ambito artistico ma, per esempio, anche nella moda.

 La rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo ovvero il passaggio da analogico a digitale è esemplificato anche nell’ultimo film di Spielberg, “Ready player one” (2018). Quest’ultimo fa uso di esposizioni multimediali, gli aspetti della tecnologia sono tangenziali ed il loro supporto è fondamentale per la narrazione dei contenuti. 

copertina film “Ready player one”

L’uso della tecnologia non è fine a se stesso ma deve cambiare l’uso da parte dell’utente; deve essere rinforzato il senso sociale, riscontrabile sia in ambito museale che universitario. Tra quest’ultime, citiamo vari centri di eccellenza in America (Princeton, Stanford, Duke), in Italia (Ca’ Foscari, LIUCC, IMT Lucca) e in Inghilterra (King’s College). 

All’interno delle DH rientra il lavoro di ricerca, in continua evoluzione, del Digital Modelling, ovvero come si trasformano gli ambienti. Pionieri in questo senso sono stati la National Gallery di Londra ha creato il primo tour virtuale. In questi ultimi anni sono nati diversi progetti tra questi “Visualizing Venice” e “Portrait of Venice”, una vera ricontestualizzazione e ricostruzione in 3D dei monumenti di Venezia, fruibile con Ipad. Su Roma, l’iniziativa è stata quella di mappare le strutture medievali, mappati anche gli strati delle pareti e a seconda dei secoli sono state create bande di colori differenti. Sempre su Roma, è eclatante a livello di budget il progetto americano “Rome Reborn”, app creata da un team grandissimo, tra questi la Sovraintendenza romana e la partnership con Oculus (società tecnologica di Facebook). Anche per Firenze sono state create due differenti app: “Hidden Florence” e “Immersive Florence”.

Recentemente Boston Consulting Group (BCG) in collaborazione con il Mibact ci mostra un’analisi precisa: i musei statali valgono l’1,6% del PIL, 27 miliardi di euro e 117 mila occupati. Il Ministro Franceschini ha commentato: “Oggi più che mai è fondamentale che alla cultura sia data una grandissima attenzione, sia perché è un veicolo per nutrire lo spirito e le menti delle persone sia perché è una grande opportunità di crescita economica. Questo studio lo dimostra. Il governo rafforzerà gli investimenti in cultura sia per il dovere costituzionale di tutelare il patrimonio culturale sia per supportare le imprese dei beni culturali che operano nel nostro paese, ma anche per tutti coloro che lavorano quotidianamente nei musei, nei parchi archeologici, nelle biblioteche, negli archivi e nelle strutture periferiche del Ministero”(7 ottobre 2019)

Un altro ambito delle DH è l’edutainment, che prevede l’uso di nuove tecnologie per attirare un pubblico più ampio.

Un esempio è il lavoro svolto dal direttore e regista artistico Marco Balich, dopo oltre 20 cerimonie olimpiche, dopo Expo Milano 2015 ed altre esperienze, ha creato il primo show ARTentainment all’ interno della Cappella Sistina con il Giudizio Universale: una proiezione a 360 gradi, uno spettacolo quasi teatrale.

The Sistine Chapel Immersive Show

I numeri parlano chiaro: vi è una forte richiesta da parte dei turisti stranieri di inserire strumenti digitali e multimediali che creino delle relazioni anche ludiche tra il visitatore e il museo. Ad esempio in America, il Cleveland Museum of Art ha incentrato la fruizione dell’arte sui più piccoli attraverso il “disegno e il colore digitale”.

ArtLens Studio – Cleveland Museum of Art

Grandi o piccini, si sa che la tecnologia viene superata ogni anno con qualcosa di nuovo, le barriere all’ingresso sono ancora alte, i colossi del Tech non stanno ancora operando nel settore, ma è bene tener presente che il digitale deve essere un supporto e non un sostitutivo.

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