Bepart: “aumentare” la realtà per ridisegnare il territorio

“Andate nel Grande Blu. State tracciando una nuova rotta e se un giorno, girandovi, vedrete qualcuno che vi segue, allora avete trovato la terra”.

Parole simili pronunciate da Fondazione Cariplo, quando si è giovani ragazzi freschi vincitori del bando “Innovazione culturale”, infondono un misto di inquietudine e speranza che solo una determinazione feroce converte nella capacità di generare innovazione. È ciò che è successo nel 2013 a Joris Jaccarino, cultural manager e co-founder di Bepart, start-up figlia di quel bando che tante volte ha sostenuto economicamente le idee audaci di cui tanto ha bisogno il settore culturale del nostro Paese.

L’idea di base era semplice quanto potente: visualizzare in anticipo la possibilità di trasformazione urbana direttamente negli spazi, attraverso un mezzo semplice, economico e sostenibile, risposta pratica alla necessità di trovare alternative alla complessa ricerca dei fondi necessari a implementare interventi urbani consistenti.

L’intuizione vincente è stata quella di adattare al mondo dell’arte e della cultura una tecnologia sviluppata in ambito militare. Infatti, la Augmented Reality (AR) – implementata inizialmente in visori a sovrimpressione per aerei da combattimento – permette di raggiungere la fusione tra digitale e reale necessaria a ridisegnare gli scenari urbani e modificare la percezione del patrimonio culturale, mediante un arricchimento in tempo reale delle informazioni reperibili normalmente nella realtà, attraverso dati in formato digitale e dispositivi tecnologici.

Schermata di presentazione dell’app Bepart

I grandi successi delle collaborazioni con il PAC di Milano, orchestrata nel luglio 2015 per permettere una fruizione alternativa di “Jing Shen”, diffondendo la mostra nella realtà cittadina, e con il Carnevale di Venezia, pensata per animare maschere colorate e immergere il visitatore nella tradizione dell’antica Repubblica – l’ennesima minacciata dalla standardizzazione culturale odierna – sono stati anticipatori del progetto più ambizioso siglato Bepart.

La AR infatti, che nelle due prime esperienze aveva confermato la capacità di “immergere” il pubblico in mondi alternativi e immaginari fantastici solamente con l’ausilio di un semplice smartphone, si stava dimostrando lo strumento giusto ad abbattere sperimentalmente le barriere fisiche dell’istituzione museale, per traslarla negli spazi urbani di vita quotidiana, sfiorando la concezione della Nouvelle Muséologie degli anni ’80.

L’occasione definitiva per la concretizzazione di un Museo diffuso è stata il “Bando alle periferie” del 2017, che il Comune di Milano ha destinato alla valorizzazione di numerosi quartieri che vertono in condizioni di degrado fisico e sociale, e che ha permesso la nascita di MAUA – Museo di arte urbana aumentata. Gli abitanti di cinque aree cittadine hanno partecipato a un esperimento di curatela diffusa individuando opere di street art, discutendone il significato e documentandole grazie alle competenze acquisite in un workshop di fotografia realizzato in collaborazione con la scuola CFP Bauer. Le dieci opere più rappresentative sono state poi “aumentate” da 50 giovani animation designer che hanno creato i contenuti digitali che oggi le danno vita. Ogni settimana vengono organizzati tour che permettono l’esplorazione del museo diffuso e contribuiscono alla rivalutazione di aree marginali, riscoperte grazie a una grande attività di mediazione tra artisti, Comune, adolescenti e realtà territoriale.

Joris Jaccarino di fronte a una delle opere del MAUA

Contro le critiche aprioristiche di chi condanna la concretezza delle politiche culturali, progetti simili costituiscono un passo in più nell’educazione al vero ruolo della cultura in ambito sociale, lontano dal risolvere drammi abitativi e deficit occupazionali. Il suo reale valore risiede infatti nella formazione di pensiero critico e nella ricostruzione di identità individuali e collettive; nella formazione dei giovani a una professione e responsabilizzazione al lavoro; nella presa di coscienza dei propri spazi e nella capacità di osservarli con occhi diversi. “Oltre a tutto ciò credo che l’eredità più importante di progetti simili sia quella di aver generato comunità, tessuto connessioni umane e legami che costituiscono un valore importante in realtà come quelle delle periferie milanesi” aggiunge Jaccarino.

Dopo aver portato MAUA anche a Torino, l’attività di Bepart prosegue oggi in diversi progetti, tra i quali quello in cui diventa produttrice di quattro nuove istallazioni AR, destinate a valorizzare la storia di un’antica miniera di origini romane di Argentiera, paese a nord-ovest della costa sarda.

Oggi, Joris Jaccarino, voltandosi indietro verso il Grande Blu nel quale si è lanciato solamente da cinque anni, avrà scorto lungo la scia lasciata da Bepart un numero crescente di progetti che sfruttano l’AR per la valorizzazione di siti archeologici o come supporto narrativo all’interno dei musei, contribuendo in maniera significativa allo sviluppo di pubblico e alla generazione di engagement, confermando una volta in più come una buona idea unita a una grande passione possa ridisegnare il mondo che ci appartiene.

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