Il digitale per la democraticizzazione dell’arte

È possibile organizzare una mostra senza opere? Fino a poco tempo fa si sarebbe affermato con certezza che no, non è assolutamente possibile, pena l’annullamento dell’identità stessa dell’organismo mostra. Ad oggi, però, la risposta necessita di essere riveduta poiché stiamo assistendo all’introduzione di un nuovo patrimonio: il digital heritage. La maggioranza degli operatori del settore è ancora abituata a vedere il digitale (se utilizzato, cosa non scontata) come un mezzo, un qualcosa che “serve a”. Bisogna, invece, fare una distinzione oggi tra “digital for cultural heritage” (digitale PER il patrimonio culturale) e “digital as cultural heritage” (digitale COME patrimonio culturale). Il facsimile digitale diventa, in quest’ultima opzione, esso stesso patrimonio.

© UNIVPM – Università Politecnica delle Marche

Con la digitalizzazione, che è in sostanza riproduzione, si ripresenta il problema dell’aura dell’opera d’arte posto per la prima volta da Walter Benjamin nel 1935 nel suo celebre saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”: anche nel caso dei facsimile più perfetti, il manufatto artistico riprodotto perde l’hic et nunc, che costituisce il criterio della sua autenticità e originalità.

Salvatore Settis spiega bene il concetto con queste parole: “Tra originali e copie c’è una strana tensione: la copia rende omaggio all’originale e con ciò ne riconosce la superiorità, ma insieme pretende di sostituirlo e quindi ne contesta l’unicità”. Come afferma Paolo Clini, professore e responsabile del gruppo di ricerca in Digital Cultural Heritage all’Università Politecnica delle Marche, “la copia deve pretendere di sostituire l’originale, altrimenti cade completamente il concetto di democraticità dell’arte e il concetto di arte come bene comune”. Agli utenti non liberi di fruire una determinata opera o istituzione perché troppo lontani per esempio, non si può dare un prodotto “di serie B”: la copia deve avere valore quanto l’originale ed essere di altrettanta qualità.

Nascono così le prime “mostre senza opere”: ne è un esempio quella organizzata a Fano, e curata dallo stesso Clini, a cavallo tra i mesi di ottobre e novembre 2014 in cui il disegno dell’uomo vitruviano di Leonardo è stato in un certo senso “prestato” dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia alla città marchigiana. Fisicamente l’opera non ha subito nessuno spostamento, è stato possibile esporla solo grazie alla digitalizzazione 3D del disegno originale, e questo ne ha reso possibile la fruizione anche a persone che non avevano mai avuto la possibilità di vederlo.

Paolo Clini all’inaugurazione della mostra “Leonardo e Vitruvio: oltre il cerchio e il quadrato” © laltrogiornale.it

Le mostre digitali in spazi fisici non sono l’unica possibilità permessa dalle nuove tecnologie, assistiamo anche alla nascita di mostre che hanno come unico spazio quello virtuale: si veda l’esempio di Google Art che ha digitalizzato centinaia di opere ad altissima qualità e permette agli utenti di creare la propria galleria personale condivisibile e visitabile da chiunque. Questo permette a chiunque di godere dei dettagli di opere anche geograficamente lontanissime, che altrimenti non verrebbero forse mai viste da chi abita, appunto, troppo distante da esse.

© Barry Schwartz per Search Engine Roundtable

Una delle grandi limitazioni all’ascesa della digitalizzazione è anche il fattore economico: la strumentazione preposta e utile ad ottenere un risultato di qualità ha, infatti, un costo molto elevato.

La tecnica laser e quella fotogrammetrica sono le due più utilizzate ed entrambe, generando una nuvola di punti ognuno con specifiche coordinate, permettono di ottenere una scansione 3D molto precisa dell’opera studiata. Tra le tecnologie più all’avanguardia troviamo la “Structure from motion”, un software che permette di scattare fotografie che vanno a mappare l’oggetto e automaticamente da queste fotografie il programma estrae la nuvola di punti. Rispetto al laser, il software va a “coprire” queste nuvole di punti con le immagini ad altissima risoluzione da cui le stesse sono state estratte fino a generare un facsimile perfetto. Il vantaggio di questa tecnica è che permette di rilevare anche oggetti piccolissimi: il laboratorio di ricerca dell’Università Politecnica delle Marche la sta appunto utilizzando per scansionare gioielli di dimensioni molto ridotte.

Tali tecniche vanno a coprire, soprattutto, le esigenze della documentazione, rilevazione e conservazione dei beni, ma esistono anche tecnologie che è possibile adattare specificatamente alla fruizione della visita museale: le più innovative e con grandi possibilità di sviluppo sono i dispositivi aptici e gli ologrammi. Il dispositivo aptico in particolare può configurarsi nell’immediato futuro come un ottimo strumento per facilitare la conoscenza delle collezioni anche alle persone non vedenti: permette infatti di fruire, attraverso uno specifico dispositivo, la riproduzione in 3D dell’opera: l’utente può “toccarla”, percepirne il materiale e la forma.

esempio di ologramma creato dal team R&S della BBC © insidemarketing.it

Il dispositivo aptico e l’olografia sono tecnologie che permettono ai ricercatori di avvicinarsi sempre più a quello che dovrebbe essere lo scopo e il sogno di chi si occupa di digitalizzazione: eliminare ogni barriera tra l’utente e l’opera così da poter manipolare l’oggetto senza bisogno di device esterni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...