I Chatbot nelle istituzioni culturali

Sempre più spesso le realtà culturali italiane e internazionali stanno mostrando interesse verso il mondo del digitale: il chatbot, software progettato per simulare una conversazione con un essere umano, è stato sperimentato da alcune tra le più importanti istituzioni museali del territorio nazionale. Le piattaforme emergenti gratuite che permettono di realizzare questi sistemi bot, ad esempio Chatfuel o Sequel, tra gli altri, offrono ai musei grandi e piccoli l’opportunità di sperimentare con i chatbot senza costi aggiuntivi.

Uno degli esperti di questo campo in Italia è Giuliano Gaia, cofondatore insieme a Stefania Boiano di Invisible Studio: fondato nel 2007, ha sede a Londra e Milano e ha come missione quella di “costruire ponti tra la cultura e tutto il resto”.
Tra i vari progetti realizzati dall’agenzia, che negli anni ha avuto tra i  committenti istituzioni come il Museo Egizio di Torino e l’Imperial War Museum di Londra, importante è stata certamente la collaborazione, avvenuta nel 2017 grazie alla Fondazione Cariplo, con le case-museo Poldi Pezzoli, Bagatti Valsecchi, Necchi-Campiglio e Boschi di Stefano per i quali Invisible Studio ha immaginato e poi progettato un chatbot mirato ad attrarre un audience giovanile, introducendo la gamification nel processo di coinvolgimento.


Il chatbot, infatti, comunicava con i visitatori delle case museo attraverso un gioco interattivo: il protagonista era un personaggio virtuale che, fungendo da vera e propria guida, aveva il compito di condurre il pubblico attraverso le varie sale del museo, aiutandoli a scoprire piccoli dettagli nascosti nelle ricche collezioni esposte. L’esplorazione è incoraggiata dagli utenti nella ricerca di indizi nascosti che conducono a una scoperta finale. Il gioco prevede anche la lotta contro un misterioso mago del Rinascimento, fornendo così un ulteriore incentivo a interagire con l’applicazione.
Inoltre, come ricorda lo stesso Giuliano Gaia, questo progetto è stato “sostenuto con convinzione dal circuito, in particolare nella figura della sua coordinatrice Stefania Rossi, per cui siamo riusciti a realizzarne versioni successive migliorandolo sempre più, cosa che non capita spesso con i progetti digitali che spesso purtroppo sono “costruisci e dimentica”. Per far progredire il progetto del chatbot delle case museo, Gaia si è avvalso dell’aiuto di Alessandra Lualdi, la quale, durante gli studi presso l’Accademia di Brera, aveva sviluppato autonomamente una guida di orientamento per le matricole sotto forma di chatbot. Mentre, per la tesi di laurea magistrale presso la stessa Accademia di Belle Arti di Brera, ha ideato un chatbot per il museo Poldi Pezzoli di Milano che ha chiamato “GG Bot”, dal nome del noto collezionista della Casa Museo Gian Giacomo Poldi Pezzoli. AL momento è rimasto in fase prototipale, ma l’intento è quello di portarlo a termine e renderlo fruibile al pubblico quanto prima. La cooperazione tra Gaia e la Lualdi si è rivolta alla scelta di un tool ideale considerato sufficientemente completo su cui far migrare il chatbot delle quattro Case Museo, per migliorarne le prestazioni e renderlo più efficiente. Secondo quanto affermato dalla Lualdi, rispetto alla percezione del pubblico verso questa nuova tecnologia, gli utenti si sono dimostrati estremamente entusiasti e curiosi, anche se “è frequente che si creino false aspettative: i chatbot sono ad oggi ancora in una fase embrionale e, a differenza di quello che si pensa, non sono dotati di AI. Si possono pertanto generare facilmente malumori qualora le richieste dell’utente risultino continuamente incomprese dal bot.” Oltre a questi esempi italiani, anche all’estero molto realtà museali, negli ultimi anni, hanno scelto come medium di interazione con i visitatoti i chatbot. Tra questi l’esempio della Tate di Londra che, “già dal 2013 identificava il digitale come una dimensione che si intreccia ad ogni aspetto del museo”, come ha dichiarato Giuliano Gaia. Adottando all’interno del proprio percorso espositivo questa nuova tecnologia, la Tate punta ad accrescere il coinvolgimento del pubblico e, tra le altre cose, ad aumentare il livello di entertainment e di fruizione delle opere da parte del visitatore.

Altro esempio internazionale, tra i tanti esistenti, è il chatbot della casa museo di Anne Frank di Amsterdam:  a marzo 2017, la Casa di Anna Frank ha lanciato il suo chatbot su Facebook Messenger che consente agli utenti di scoprire la storia di Anna Frank. Non solo un robot di scoperta di collezioni, questa applicazione offre vari percorsi di conversazione, consentendo agli utenti di seguire diversi percorsi nella storia di Anna Frank con informazioni concise e collegamenti a contenuti aggiuntivi, ad esempio, estratti dal suo diario al contesto della Seconda Guerra Mondiale al tempo. Uno dei pionieri nella sperimentazione di questa nuova tecnologia è Il The Cooper-Hewitt Smithsonian Design Museum di NY che, nel 2013 ha creato l’Object Phone, un servizio di chatbot a cui il visitatore può inviare un messaggio per richiedere informazioni su un oggetto presente nella collezione.

Benedetta Demuro & Valeria Scaringi

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