DESIGN THINKING PER LA CULTURA

Emma Biscossa e Gabriela Brito do Figueiredo

Immaginate di voler andare a visitare la pinacoteca di Brera nella prima domenica del mese, sapendo che l’ingresso è gratuito. Certamente non sarete i soli ad aver avuto quest’idea, e vi toccherà fare una lunga fila per entrare. Una volta dentro, la visita sarà probabilmente marcata negativamente dall’attesa.

Coda alla Pinacoteca di Brera, © © Divisione La Repubblica Gruppo Editoriale L’Espresso Spa

Oppure pensate di essere in visita a Padova e di avere a disposizione una sola giornata, in cui volete vedere la Cappella degli Scrovegni. Decidete però di non fermarvi al museo civico, dove avete acquistato il biglietto per il capolavoro giottesco, perché pensate di non avere abbastanza tempo.  

Questi sono alcuni degli inconvenienti tipici delle esperienze culturali, a cui le istituzioni museali cercano di dare risposte adeguate.

Un possibile strumento per arrivare in modo efficace a una soluzione è il Design Thinking. Secondo l’architetto Charles Burnette, PhD all’University of Pennsylvania ed esperto sull’argomento, “è un processo di pensiero critico e creativo che consente di organizzare informazioni e idee, prendere decisioni, migliorare le situazioni e acquisire conoscenze”.

Il concetto di Design Thinking è nato dalle riflessioni sul Design come disciplina, che hanno avuto luogo negli anni ’60 -’80. Da quegli studi teorici si è sviluppato il pensiero secondo cui si tratta la caratteristica distintiva del design è il suo radicamento nell’attività creativa umana. Da un lato, quindi, si differenzia dalla scienza perché si concentra sulla costruzione di un futuro preferibile attraverso processi che non aspirano all’esattezza; dall’altro, si differenza anche dall’arte poiché è finalizzato alla produzione di un risultato pratico. Il Design Thinking è stato usato come metodo per spiegare i processi di creazione che avvengono nel design e che possono poi essere applicati trasversalmente ad altri ambiti.

Attraverso sessioni di brainstorming o altre tecniche di confronto libero, in un primo momento vengono raccolte tutte le idee che rispondono a un determinato problema. Queste vengono poi testate empiricamente attraverso la loro prototipazione. Il focus da mantenere durante l’intero processo è quello dei bisogni umani, e il problema da risolvere viene quindi descritto in maniera uomo-centrica.

Nel Design Thinking, il problema deve essere approcciato con un’ottica del tutto slegata da esperienze già vissute o percorsi familiari: questo lo rende una strategia particolarmente efficace per affrontare situazioni sconosciute o per ritornare su problemi le cui precedenti soluzioni non hanno portato ai risultati sperati. Mettere in dubbio il processo abituale permette di formulare con chiarezza quale sia il problema da affrontare: così si ottengono soluzioni innovative ed efficaci.

Nella pratica il Design Thinking si articola in cinque fasi: 

– empatia, ovvero entrare in comunicazione con le persone che hanno un’esperienza diretta del problema da risolvere per capire il loro punto di vista: è fondamentale affinché chi disegna le soluzioni lasci da parte pregiudizi o assunti pregressi;

– definizione del problema, ovvero un momento di sintesi delle informazioni raccolte nella fase precedente, che mira a creare una frase che restituisca il problema dal punto di vista umano;

– ideazione (creazione), in cui spesso vengono usati il brainstorming o “peggiore idea possibile” come metodi che consentono a nuove idee di affiorare ed essere condivise;

– prototipazione (test) ovvero riproduzione in scala minore di alcune delle soluzioni individuate che vengono poi testate una a una, e scartate o re-implementate nuovamente; 

– sviluppo (applicazione), ovvero la fase finale.  

L’intero processo ha lo scopo di umanizzare il rapporto tra l’azienda e il cliente.Nell’ambito culturale un esempio di società che già applica le tecniche di Design Thinking al modo di lavorare è Invisible Studio, che ha sede in Italia e nel Regno Unito. Diretto da Giuliano Gaia, lo studio si occupa di consulenze e format culturali, progetti digitali, show ed eventi, guidato dalla convinzione che “porre l’essere umano al centro dell’idealizzazione di un progetto, tenendo conto dell’empatia, è essenziale per il suo successo, portando soluzioni innovative in un breve periodo di tempo”.

Ripensate ora agli esempi proposti all’inizio: il Design Thinking ci insegna e metterci nei panni del visitatore e a capire i suoi bisogni. Solo così si possono immaginare nuove modalità per garantirgli un’esperienza il più positiva possibile. Ad esempio, a Brera si potrebbe sviluppare un dispositivo che avvisi quando la coda si è esaurita e allo stesso tempo che fornisca informazioni sul museo, da ascoltare o leggere mentre si aspetta. Avuta l’idea, comincia la fase di prototipazione, fatta con poche risorse e in modo molto semplificato (con cartoncini, post-it, pennarelli…) per provare nella realtà la fattibilità della proposta. In questo modo, non si rischia di sprecare soldi nel realizzare fino in fondo un’idea che non è stata mai testata e che potrebbe rivelarsi inadatta. E al museo civico di Padova? Come applichereste il Design Thinking?

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