ALMANAC INN – TRA TERRITORIO E INTERNAZIONALITÁ

“Una città che dal fermento underground ha saputo far nascere istituzioni riconosciute in tutto il mondo” così Andrea Chieli, tesoriere di Almanac Inn, giustifica la scelta di aprire un progetto satellite a Torino nel 2014.

Almanac è un’organizzazione non-profit londinese con lo scopo di supportare la ricerca artistica, fornire al pubblico gli strumenti per comprenderla e indagare in quali modi l’arte possa diventare parte integrante della vita quotidiana. 

Lo stesso obiettivo è, anche, alla base della sede ad Aurora a Torino, quartiere che rispecchia a pieno l’identità di Almanac, dove c’è perfetta sintonia tra vecchio e nuovo, dove convivono nazionalità diverse, dove c’è curiosità e non paura. Proprio per questo motivo, spiega Andrea Chieli, vengono sempre coinvolti gli abitanti del quartiere, i quali diventano sempre più partecipanti attivi piuttosto che osservatori curiosi.

Il rapporto con la città è riscontrabile anche a livello professionale, Almanac Inn, infatti, cerca di far collaborare giovani curatori, provenienti spesso da realtà educative torinesi, con artisti internazionali più affermati, in modo da mettere alla prova gli uni e gli altri. Anche per questi ultimi è importante il rapporto con il territorio locale, in molti casi essi dedicano tempo allo studio della città per riproporla nella loro produzione artistica, ciò, tuttavia, è talvolta ancora a senso unico, “l’artista arriva e cerca qualcosa che lo attiri nella realtà locale, ma non c’è ancora una sinergia tale per cui non sia solo l’artista a prendere, ma anche la città a dare”, sostiene Andrea Chieli, “questo permetterebbe un percorso di crescita da entrambe le parti”.

Ed è per affrontare questa crescita che Almanac si occupa di organizzare anche residenze d’artista, con lo scopo di prendere artisti in erba da tutta Italia, farli crescere a Torino e poi farli arrivare a Londra in maniera graduale. L’organizzazione sta anche cercando delle partnership con altre residenze europee per poter formare i ragazzi in maniera adeguata ad entrare sul palcoscenico londinese.

Il collegamento tra internazionalità e località è ugualmente evidente nei sostenitori del progetto, quali Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT e Fiorucci, che ritengono importante che gli artisti italiani abbiano un sostegno per intraprendere una carriera non solo locale ma internazionale.

Per quanto riguarda il mercato di questi artisti, Almanac si pone come una galleria non commerciale, “cerchiamo sostenitori e non compratori”, sostiene Chieli, “cerchiamo di avvicinare il pubblico agli artisti”, tuttavia se c’è desiderio di qualcuno ad acquistare vengono create le condizioni per far sì che l’artista venda le sue opere e che una parte del ricavato venga devolta al sostegno delle attività. Sebbene la maggior parte dei collezionisti sia straniera, quasi a confermare il rapporto tra territorio locale e internazionale, Almanac cerca di avvicinare nuovi giovani collezionisti italiani.

Il programma proposto per il 2019 conferma tutto ciò. Da gennaio ad oggi si sono susseguite cinque mostre personali di quattro artisti emergenti italiani e internazionali (Gaby Sahhar, Rebecca Lennon, Ludovica Carbotta e Holly White) e una di un’artista austriaca, Greta Schödl, attiva dagli anni ’60, recentemente riscoperta, che opera nel campo della poesia visiva. Parallelamente, è stato sviluppato un programma di presentazioni e workshop educativi con giovani artisti locali e un public programme di eventi, screening e performance, aventi come finalità l’apertura e l’incontro con pubblici diversi e la costruzione di un legame con il territorio.

L’interesse per gli artisti italiani rimane comunque forte. Ha inaugurato, infatti, il 20 settembre “Do not go gentle in that good night”, mostra personale del giovane artista genovese Stefano Serretta.  L’installazione site-specific pensata dall’artista cambia la prospettiva del visitatore attraverso la chiusura dello spazio espositivo su strada coprendo le finestre con giornali. All’interno le luci sono accese e trasformano le finestre in lightbox.  Il susseguirsi di parole e immagini, appartenenti contemporaneamente sia alla dimensione digitale che a quella analogica, indaga il rapporto contraddittorio tra le azioni online e le conseguenze offline. Anche il titolo manifesta una contraddizione. esso, infatti, riprende sia uno dei più importanti inni alla vita del poeta Dylan Thomas sia una frase presente all’interno di The Great Replacement, messaggio d’odio scritto nel 2019 dal responsabile di due attentati terroristici in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant.  

La performance non è limitata però solo allo spazio espositivo. Serretta ha scelto di organizzare, infatti, degli incontri esterni con il pubblico per discutere proprio degli effetti dell’esplosione digitale e delle strategie per invertire le esperienze quotidiane e disinnescare il panico derivato da questa nuova era di odio.

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