Da imprenditore a gallerista: il caso di Fabrizio Cassetti di MBL Home Gallery

di Chiara Castiglia

Da imprenditore ferrarese attivo nelle costruzioni metalliche all’arte contemporanea: Fabrizio Casetti ha abbandonato la sua professione per assecondare la passione della moglie e sostenerla nel lavoro della galleria MLB Maria Livia Brunelli home gallery. Una galleria particolare anche per il luogo in cui si trova: l’elegante appartamento della coppia, situato in un palazzo rinascimentale davanti al Castello Estense, sulla stessa via del Palazzo dei Diamanti. Ci siamo fatti raccontare questo curioso percorso in occasione della 41esima edizione di ArteFiera, dove la galleria era presente nella nuova sezione dedicata alla fotografia.

Com’è passato da imprenditore a gallerista? Come collabora con sua moglie?

Come imprenditore mi occupavo di tutt’altro, di costruzioni metalliche. Quando ero fidanzato con Maria Livia, andavamo a vedere le mostre di arte contemporanea e lei di nascosto ha incominciato a spiegarmele: di nascosto perché secondo il sistema dell’arte di allora “l’arte doveva parlare da sé”.
Maria Livia aveva un obiettivo: era curatrice, e desiderava poter esporre gli artisti che le piacevano. Con la mia ottica imprenditoriale capii che per abbattere le spese bisognava eliminare l’affitto del locale, così abbiamo aperto una “casa- galleria”, cioè esponiamo in casa nostra: due sale allestite con mostre temporanee e una permanente in camera da letto. Il nostro messaggio è che dormiamo con l’arte contemporanea. L’arte per noi non è solo un oggetto da museo, ma è qualcosa con cui convivere quotidianamente.

Oltre all’abbattimento dei costi, abbiamo così raggiunto l’obiettivo di portare l’arte contemporanea fuori dagli spazi canonici, dai musei. Inoltre, nelle gallerie tradizionali di solito l’arte è vista come “merce” e i visitatori tendono ad essere intimiditi nel varcare la soglia d’ingresso, mentre in casa il pubblico si sente più a suo agio.
Studiando i competitor mi sono reso conto che il gallerista tradizionale di una volta trovava un artista che gli piaceva, comprava tutte le sue opere (magari a un prezzo basso) e le rivendeva: in sostanza faceva il mercante.

Quello che non mi piaceva era come questa tipologia di gallerista si comportava con i giovani artisti, sfruttando il loro lavoro. Da noi le opere sono in conto vendita, quindi di proprietà degli artisti: sono loro che le vendono e incassano direttamente, mentre noi siamo i loro promotori, i loro manager. Li portiamo in fiera, curiamo i loro nuovi progetti, ci occupiamo degli allestimenti, organizziamo le mostre spesso in spazi museali e diamo molta importanza ad una comunicazione capillare e mirata. Lavoriamo insomma per l’artista, diamo voce alla sua filosofia, cosicché un’opera non sia più solo “qualcosa” da attaccare al muro, ma qualcosa fatto da qualcuno che hai conosciuto e che stimi.

La scelta della location si è rivelata vincente o meno rispetto alle altre realtà?

Noi siamo forse la home gallery più visitata d’Italia: ad ogni inaugurazione raggiungiamo spesso le tre-quattrocento persone. Di solito c’è una preview per gli affezionati collezionisti, con un finger food ispirato alle opere esposte in quella mostra. Nel corso dell’inaugurazione, l’artista racconta ai gruppi che di volta in volta entrano in galleria come è nato il progetto della mostra. Ogni settimana abbiamo circa una cinquantina di persone che vengono in visita in casa nostra…Ho la camera da letto forse più frequentata di tutta Italia!

Riguardo al mercato della fotografia: che tipo di artisti trattate e con quali modalità?

Il collezionismo di fotografia fino a qualche anno fa prevedeva che la tecnica spesso prevaricasse il contenuto dell’immagine. Adesso che fare foto tecnicamente buone è molto più semplice, è diventata fondamentale la base concettuale, che permette di distinguere un vero fotografo-artista da un fotoamatore.
La tiratura la sceglie sempre l’artista, ma deve rimanere al di sotto delle 8 edizioni (così le opere non vengono considerate dei multipli).
Noi degli artisti prima di tutto guardiamo alla concettualità. L’arte contemporanea deve trasmettere qualcosa, è comunicazione: vogliamo capire e sapere qual è il messaggio che vuole lanciare, qual è il suo bisogno comunicativo. Se riesce a trasmetterlo arrivando al pubblico, allora iniziamo ad approfondire la conoscenza dell’artista.

Dunque in linea con questa vostra filosofia avete scelto di esporre i prezzi?

Noi siamo per la trasparenza: in questo modo mettiamo a proprio agio il cliente che spesso si sente in soggezione a chiedere il prezzo. Così si fa subito un’idea dei valori del mercato.

Nella collezione esposta qui in fiera sono presenti due artisti mediorientali, Mustafa Sabbagh e Omar Imam. Sono concettualmente molto diversi ma allo stesso tempo mossi da una sensibilità straordinaria. Li conosce personalmente? Lavora spesso con loro?

Abbiamo conosciuto Mustafa Sabbagh prima di fama, dato che è molto apprezzato a livello museale, poi abbiamo indagato la sua poetica. Lui parte dal mondo perfetto della moda per poi andare a valorizzare le imperfezioni. Ci è piaciuto molto il fatto che partisse da una cosa che invece per molti è un punto di arrivo. Sabbagh ha una concettualità molto forte e l’unione di perfezione estetica e imperfezione concettuale cose ci è piaciuta molto. Lo abbiamo presentato in fiera per la prima volta due anni fa e nel tempo è stato sempre più richiesto e apprezzato.

 Invece per quanto riguarda Omar Imam?

Lui è più reporter in realtà, tanto che nella vita fa anche il regista: le sue foto sono emblematiche. Le sue foto e i suoi video riportano la testimonianza delle vite segnate dal conflitto, senza indulgere in facili sensazionalismi, ma presentando toccanti storie minime ed intime della vita dei rifugiati.

Omar Imam, My wife is blind?I tell her the stories of her favorite TV series, and sometimes change the script?to create a better atmosphere for her, 2016

Omar Imam, Live, Love, Refugee, stampa fotografica lambita su dibon, 2014

Live, Love , Refugees ribalta infatti la normale rappresentazione dei rifugiati siriani, sostituendo ai numeri, ai report, alle statistiche, le loro paure e i loro sogni più profondi. Nei campi profughi in Libano Omar Imam coinvolge i rifugiati in un processo di catarsi e gli chiede di ricreare i loro sogni: sogni di fuga, sogni di amore o di odio. Il risultato sono immagini simboliche e spesso surreali, che evocano i più profondi e oscuri mondi interiori di persone che hanno perso le loro radici e che quotidianamente lottano per la sopravvivenza. “Le persone che ho incontrato vivono vite da incubo, ma in loro ho sempre colto il desiderio e la forza di continuare a vivere come esseri umani”, ci ha raccontato una volta.

 

 

Photo Courtesy: MLB Home Gallery

 

 

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