SIMONE PELLEGRINI. Una metamorfosi in perenne divenire

di Cristina Palumbo

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In occasione delle celebrazioni del 150° Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia, lo scorso 25 febbraio presso Palazzo del Monferrato di Alessandria ha inaugurato la mostra “Eterne stagioni – Corrispondenze poetiche tra antichi byōbu giapponesi e artisti contemporanei”, promossa dall’Associazione Libera Mente Laboratorio di Idee di Alessandria in collaborazione con Paraventi Giapponesi – Galleria Nobili di Milano e curata da Matteo Galbiati, Raffaella Nobili e Francesca Parrilla. Sei paraventi giapponesi, datati tra il XVII e il XX secolo, fanno da contrappunto all’allestimento di opere contemporanee articolato in un gioco di confronti estetici di sapore orientale, dove ogni distanza temporale viene sciolta all’interno di un dialogo poetico e artistico che si riafferma potentemente, senza soluzione di continuità, dall’antichità ad oggi. In quest’ottica, tra i lavori esposti, non poteva mancare quello di Simone Pellegrini (Ancona, 1972), artista e docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, presente con alcune sue opere già in diverse collezioni: Volker Feierabend (2012); MAMBo Museo Arte Moderna Bologna (2012); Bologna Fiere (2013), solo per citarne alcune. Esposto recentemente anche alla 41esima edizione di Artefiera Bologna, Pellegrini vanta una densa e consolidata carriera artistica: nel 2003 inizia la collaborazione con Cardelli&Fontana di Sarzana (SP) – una delle due gallerie che lo ha rappresentato in fiera quest’anno – e nel 2006 inaugura la sua prima personale in Germania presso la Galerie Hachmeister di Munster, sua galleria tedesca di riferimento. Molte le personali e le collettive, oltre alle partecipazioni a fiere nazionali e internazionali come ArtCologne, che hanno scandito la sua ventennale produzione.  

In occasione di Artefiera abbiamo intervistato Massimo Micucci, titolare della galleria Montoro12 di Roma, riguardo l’attività di Pellegrini entrato a far parte nel 2015 degli artisti rappresentati dalla stessa. «L’opera di Simone Pellegrini è sicuramente un’opera “colta”» ci racconta Micucci «molto meno immediata di tante altre, richiede osservazione ed approfondimento. La richiesta dei suoi lavori è piuttosto specifica come settore di interesse». In un mercato in cui la domanda corrisponde spesso alla ricerca di un investimento, la sua opera – il cui price range oscilla mediamente tra i 6 e i 10mila euro – si differenzia poiché «è indirizzata ad una nicchia di collezionisti che invece comprano per il loro piacere». La scelta di portare un artista come Pellegrini ad Artefiera 2017 si è rivelata vincente, prosegue Micucci, anche grazie alla personale che si è tenuta in città contemporaneamente alla fiera. La mostra “Dishonesti Corpi”, a cura dell’Associazione culturale Artierranti, ha inaugurato venerdì 27 gennaio ed è rimasta aperta al pubblico fino a domenica 29 presso il Teatro San Leonardo, nell’ambito degli eventi collaterali promossi da Art City Bologna. Partendo da una citazione del Pontormo che dà titolo alla mostra, Pellegrini organizza i suoi lavori quasi come fossero tappe meditative di un percorso esperienziale che conduce – una volta attraversato tutto lo spazio espositivo – al cuore della sua arte ovvero lo studio d’artista, qui ricreato ed allestito sul palco del teatro.

Le carte da spolvero – da lui utilizzate sia come matrice sia come supporto segnico per la loro particolare qualità materica e resistenza – e i carboncini riproposti in gran numero sul tavolo da lavoro rimandano alle minuziose opere in mostra, allestite nella penombra dello spazio come elementi sospesi nel vuoto e attraverso cui il visitatore deve muoversi per attraversare la sala. Come ci ha raccontato l’artista, le opere echeggiano un’estetica orientale in cui “aborti di forme” compaiono silentemente sulla superficie, nuclei scuri esplodono e aggregati di corpi umani si svelano in un continuum relazionale che tutto invade.

L’opera stessa diviene ricerca vitale incentrata sul concetto di metamorfosi perennemente in divenire, in cui gli elementi pittorici sembrano fluttuare sulla superficie cartacea secondo una processualità non definita. In questa continua dissimulazione delle forme in un moto d’impermanenza di sapore cosmogonico, l’opera di Pellegrini si connota come un luogo in cui si registra una mancanza, una ricerca sempre in tensione verso una definizione formale ed esistenziale che sfugge ad infinitum. L’armonia dell’opera deriva allora dal Vuoto da cui scaturisce la vita e la scintilla creativa, e dal Tutto che trova nella vacuità la sua forza generatrice e il suo motivo d’essere.

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