Simone Ciglia: “Un nuovo intreccio tra arte e agricoltura”

di Letizia Del Pizzo

Simone Ciglia, giovane storico dell’arte contemporanea e curatore già affermato nel panorama italiano, ha alle spalle numerose esperienze, dalla mostra “Fuori uso” all’ esperienza editoriale “Il campo espanso”. Reduce dell’esperienza alla Quadriennale, oggi è al Maxxi come collaboratore per “The independent”, dedicato agli spazi indipendenti, e “Please come back”, una collettiva per riflettere sulla prigionia.

Ci parli del suo progetto alla Quadriennale…
Io avevo iniziato una collaborazione nel museo in cui Luigia Lonardelli già lavorava, due anni fa. La chiamata della Quadriennale ha poi stupito entrambi poiché non ci sentiamo curatori: abbiamo alle spalle una formazione da storici dell’arte (non mi dispiacerebbe infatti una carriera accademica, ma sono felice delle esperienze di curatela parallele: è importante lasciarsi aperte diverse strade). Simone CigliaCosì, con Luigia abbiamo pensato di presentare un progetto insieme e siamo stati subito concordi sia nella scelta degli artisti che nell’allestimento.

Perché la scelta di “I would prefer not to” dello scrivano Bartleby come titolo dell’allestimento?
Questa frase è stata interpretata in mille modi diversi e ci piaceva, all’interno del progetto, mantenere tale ambiguità. È la stessa ambivalenza che ha caratterizzato l’arte italiana negli ultimi quindici anni e che ci ha chiesto di mettere in mostra la Quadriennale.

Che cosa significa per la sua carriera aver curato la Quadriennale?
Una tappa importante: è un evento che richiama un grande pubblico e dà molta visibilità ai curatori. Inoltre il confronto con un’istituzione storica e con altri curatori della mia generazione è stata l’occasione per una grande crescita professionale.

Si è da poco conclusa a Pescara la mostra “Fuori uso” 2016, da lei co-curata. Qual è stato il bilancio dell’evento?
Sono onorato di essere stato chiamato da Giacinto di Pietrantonio a condividere con lui il progetto. È una mostra a cui sono molto legato poiché sono nato a Pescara e il mio primo contatto con l’arte contemporanea è avvenuto proprio lì (“Fuori uso” è una manifestazione ventennale che è tornata dopo uno stop di quattro anni nei locali dell’ex Tribunale di Pescara, ndr.). Ho scritto anche la mia tesi di laurea sulla storia di “Fuori uso”. Quest’ultima edizione ha coinvolto tutte le Accademie di Belle Arti d’Italia che rappresentano un ingranaggio fondamentale nel sistema “arte”.

Di cosa tratta il progetto che sta curando al Maxxi in questo periodo?
Sto lavorando dall’anno scorso ad Independent, curato da Giulia Ferracci ed Elena Moriti e dedicato agli spazi indipendenti. Il progetto ha una doppia anima: una mappatura online di spazi indipendenti e una selezione di artisti chiamati a intervenire su una parete di sedici monitor all’interno del Maxxi.
Inoltre è stata da poco inaugurata una mostra, di cui ho curato la ricerca e il catalogo, che si intitola “Please come back. Il mondo come prigione”. Si tratta di una collettiva in cui artisti internazionali hanno riflettuto sulla prigione intesa sia fisicamente che metaforicamente.

Può parlarci del suo libro “Il campo espanso”?
Un collaboratore dell’Istituto di Ricerca Agraria che offre consulenze al Ministero delle Politiche Agrarie era venuto a vedere la mostra “Vita Activa” che curavo nel 2014, incentrata sul tema del lavoro nell’Arte Contemporanea. Da qui è nata l’iniziativa per riflettere sul complesso intreccio tra arte e agricoltura. Ho chiamato a condividere questo progetto Carlotta Siloscalò, anche lei ricercatrice e storica dell’arte.

Che cosa caratterizza il binomio arte e agricoltura negli ultimi anni?
Ho scritto proprio io il capitolo. Mi sembra che dal 2005 ad oggi ci sia stato un ritorno d’interesse verso questi temi. Ad esempio si è sviluppato un sistema di residenze d’artista che hanno luogo in aziende agricole, oppure aziende viti-vinicole che commissionano opere agli artisti; o ancora collettivi curatoriali che lavoravano con territori circoscritti. Tutto questo ha dato nuova linfa vitale all’arte; si tratta di una sorta di ritorno alle origini e sicuramente la crisi è stata tra i fattori scatenanti.

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