Riallestire una mostra: “Homo Sapiens” al Mudec di Milano

L’allestimento di “Homo Sapiens. Le nuove storie dell’evoluzione umana” curata da Telmo Pievani, filosofo della scienza ed evoluzionista e Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista ed antropologo, si riconfigura spazialmente attraverso le innovazioni introdotte dall’architetta Marisa Coppiano, direttrice artistica della mostra.
Giunta alla sua quarta tappa dopo Roma, Trento e Novara, l’edizione milanese si presenta in una veste arricchita e rinnovata dai reperti etnografici della collezione permanente del museo che la ospita.
Intento dei curatori è comunicare i contenuti della scienza e il suo metodo attraverso una narrazione multimediale e interattiva.
Queste le innovazioni tecnologiche adottate nell’allestimento della nuova edizione attraverso le parole dell’architetta.

Quali sono state le innovazioni tecnologiche utilizzate nell’allestimento di Homo Sapiens presso la sede del Mudec rispetto alle mostre precedenti?
“Rispetto alle precedenti edizioni questa contiene due nuovi exhibit. Il primo, “Parla anche tu neandertaliano”, è dal punto di vista tecnologico uno degli highlight dell’edizione milanese. Frutto di un attento studio scientifico in stretta relazione con l’elaborazione del software, consente di vivere un’esperienza linguistica in cui, pronunciando una parola in italiano, questa viene riprodotta in “neandertaliano”, ovvero il linguaggio che si presume avessero adottato gli Homo Neandertalensis.
L’exhibit è stato elaborato da Limiteazero, società che ha collaborato alla mostra anche nelle precedenti edizioni per “Il test della razza” e il “Planisfero interattivo”.
Il secondo exhibit – hands on – elaborato da Michele Manghi, consente di ricomporre manualmente cranio e mandibola di cinque ominidi, le cui caratteristiche prendono forma sul display.”

In questa edizione della mostra è stata utilizzata parte della collezione permanente del Mudec. Come ha influenzato la mostra? Ha permesso un contenimento dei costi? Se si in che modo?
“In questa edizione è stato ovvio portare in mostra alcuni dei magnifici reperti della collezione del Mudec, pertinenti e congrui con le tematiche affrontate lungo il percorso espositivo e, in particolare, afferenti la rivoluzione neolitica e le successive emanazioni.
La collaborazione scientifica con lo staff del museo ha determinato importanti risparmi, sia in relazione al contributo curatoriale, grazie al prezioso aiuto fornito dalla conservatrice del museo Carolina Orsini e dal suo staff, sia in relazione ai trasporti, considerato che si è trattato di un trasferimento interno dai depositi museali al piano mostra.”

Vista la natura itinerante della mostra, in che modo è cambiato l’allestimento in questa edizione? È stato possibile riadattare in questa sede parte dell’allestimento e quindi ammortizzare le spese?
“Certamente! Nonostante la superficie decisamente ridotta (meno di 500 mq) rispetto all’edizione romana di ben 1000 mq, ha comunque trovato dimora l’intero corpus delle vetrine che ospitano la maggioranza dei reperti, a cui sono state solamente rinnovate le teche di copertura perché danneggiate nelle precedenti sedi della mostra.
E’ inoltre stata riutilizzata la maggioranza dei supporti in mdf o plexiglass studiati appositamente per l’esposizione dei reperti.
In relazione all’ottimizzazione economica della mostra va detto che il mio progetto di allestimento è nato “calzato” sull’impianto distributivo degli spazi generato dalla precedente mostra dedicata a Joan Mirò. Una scelta dettata non solo da un risparmio dei costi dei materiali, ma anche da una razionalizzazione dei tempi di allestimento che significa comunque un risparmio economico”.

Per che cosa si contraddistingue quindi l’edizione milanese della mostra?
“Nonostante l’impronta originale della mia direzione artistica, i cambiamenti sono notevoli e sono legati sia ai font diversificati dalle precedenti edizioni in relazione all’impatto globale della mostra, sia al supporto utilizzato per ospitare l’intero corpus testuale. Al Broletto, per esempio, i testi vivevano su pannelli in tessuto o carta che fungevano anche da “quinte morbide” per frazionare, delimitare e scandire le sezioni della mostra.
La palette cromatica, inoltre, è attualmente giocata su cromie piuttosto neutre nella gamma dei marroni, cui si associa il rosa come rimando al colore della pelle. Infine, la prossimità degli exhibit interattivi all’interno del percorso espositivo li collega direttamente alla passeggiata in mostra come, per ragioni spaziali, era già stato realizzato in parte nelle edizioni precedenti”.

Francesca Omodeo e Giorgia Perin

 

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