Intervista ad Antonio Calbi: Roma, una città in cerca di un riscatto culturale

Antonio Calbi, lucano di nascita, ex direttore artistico del Teatro Eliseo, per diversi anni ha diretto il Settore Spettacolo del Comune di Milano, dal 2014 è il Direttore Generale Artistico Organizzativo del Teatro di Roma – Teatro Nazionale che è composto dal Teatro Argentina e dal Teatro India, in attesa dell’arrivo del Teatro Valle.

In questo ultimo anno si registra un notevole aumento di presenze, sia nella sala di Argentina che in quella di India, con un numero complessivo di 173.551 e i ricavi al botteghino sono cresciuti del 65% passando da 1.158.000 € a 1.917.000 €.

 

Si sta concludendo il suo secondo anno come Direttore del Teatro di Roma, quali sono le sue considerazioni? e quali le sue aspettative future?

Sono stati due anni molto intesi che valgono per cinque, abbiamo presentato la terza stagione, abbiamo lavorato molto sodo e abbiamo raggiunto dei livelli molto importanti. Credo che il Teatro di Roma sia quello che abbia meglio performato rispetto al sistema dei teatri nazionali, i così detti tric, Teatri di Rilevante Interesse Culturale. È vero che partivamo da una situazione flebile, senza fare critiche alle stagioni precedenti, ma ho ritenuto che il Teatro di Roma andava riposizionato in una capitale culturalmente, socialmente, politicamente, antropologicamente, economicamente sofferente e considerando il teatro l’arte sociale per eccellenza, cioè quell’arte attraverso la quale la società si interroga, ho sentito ancora di più rispetto alle altre mie esperienze il bisogno di rimettere il teatro al centro della città, di farne un’agorà civile e culturale, ecco perché da subito abbiamo costruito uno spettacolo – manifesto che era Ritratto di una Capitale, proprio perché ho percepito la capitale che svogliatamente svolgeva il proprio ruolo, come capitale d’Italia, e ho percepito una città provinciale e dunque fuori dai circuiti internazionali. Rimettere al centro il teatro per ridare un contributo affinché Roma ricominciasse a credere in se stessa anche come capitale della cultura, che vuol dire accogliere, ma vuol dire soprattutto produrre, vuol dire mettere in relazione le istituzioni, fare sistema e il governo della città dovrebbe fare regia, laddove le singole istituzioni debbono pensare a rilanciare se stesse, quindi abbiamo lavorato in questa direzione. È arrivata anche la Riforma Franceschini naturalmente, e quindi è stata una doppia sfida quella di diventare Teatro Nazionale, perché bisogna rispettare dei parametri che allo stato attuale non avevamo, per esempio, avevamo un Teatro Valle come terza sede che doveva arrivare e che invece, non è arrivato, e avevamo un cantiere Teatro India chiuso da due anni, e il decreto Franceschini richiedeva 1000 posti a sedere, anche dal punto di vista logistico e strutturale, abbiamo dovuto fare un enorme lavoro. Ci siamo proposti degli obiettivi: aumentare il pubblico, essere più contemporanei, conquistare più pubblici diversi e tenere il teatro aperto tutti i giorni, dalla mattina alla sera. Nel 2015 abbiamo totalizzato 690 alzate di sipario, che vuol dire che abbiamo lavorato fino a luglio riprendendo a settembre, effettuando tra le due e le tre attività al giorno.

 

E oggi qual è il vostro posizionamento sul mercato di Roma?

Il Teatro di Roma è tornato ad essere il primo teatro della città, anche perché un tempo era in competizione corretta con l’Eliseo, che per altro ho diretto, ma ha avuto diverse vicende, e Luca Barbareschi sta facendo un ottimo lavoro di riposizionamento, e credo che dalla prossima stagione i due teatri torneranno ad essere i due riferimenti principali per qualità e per articolazione delle proposte della città. Ad oggi, sul piano culturale e della frequentazione del pubblico, siamo il teatro della città. Non abbiamo fatto una comparazione in termini di incassi e di pubblico, inoltre, ci sono teatri che hanno una vocazione più commerciale, pensiamo al Teatro Sistina o al Brancaccio che probabilmente avranno totalizzato di più, anche perché hanno sale più capienti, noi abbiamo soltanto 700 posti di cui 50 con scarsa visibilità.

 

 

Che tipo di pubblico frequenta il teatro Argentina e chi, invece, frequenta il Teatro India?

In questi due anni abbiamo notato una varietà di pubblico, è anche vero che all’Argentina, in quanto teatro storico della città che si trova in pieno centro, è il teatro della borghesia, in particolare dei professionisti. India, invece, resta nell’immaginario ancora un luogo periferico destinato alla ricerca, noi abbiamo programmato anche lì spettacoli con nomi di traino, facevo un esempio, da Leo Gullotta ad Anna Bonaiuto, quindi a figure più legate nell’immaginario all’Argentina. Abbiamo mescolato un po’ il pubblico, certamente abbiamo conquistato anagraficamente un pubblico più giovane qui all’Argentina e siamo riusciti a portare all’India un po’ di pubblico più maturo. C’è un mescolamento vero. La stagione dell’India ha impaginato insieme tanti titoli classici con altrettanti titoli poco noti, a un Giorni Felici di Nicoletta Braschi, a un Pirandello e allo Lo Zoo di vetro di Tennessee Williams è arrivato un pubblico così detto generalista e adulto, però è certificabile la conquista di un pubblico più giovane in base soprattutto a un dato che è quella della vendita online che è aumentata del 70%, essendo questa città ancora tecnologicamente, digitalmente non avanzata come Milano, lo interpretiamo come dato che ci dice che c’è un pubblico più giovane, un pubblico di età media.

 

Che strategie di marketing utilizza il vostro teatro per accrescere ed aumentare il vostro pubblico?

A livello di formato d’impresa c’è molto da fare, c’è da motivare nuovamente il personale, riqualificarlo e implementarlo. Dal punto di vista della comunicazione e del marketing sono ancora insoddisfatto nel senso  che la campagna di comunicazione che imposto direttamente io su delle immagini molto forti , con dei claim molto precisi, ma poi non abbiamo strumenti, ne economie come altri teatri che hanno budget vertiginosi. Faccio un esempio, la stagione che sta per finire, abbiamo utilizzato pochissime uscite pubblicitarie su i giornali, perché abbiamo capito che era un investimento di poca resa, anche se è importante perché, dal mio punto di vista, quella fetta di pubblico che continua ad amare la carta stampata, va tenuta fedele. Io vorrei avere tantissimo un ufficio marketing e comunicazione più agguerrito, più coraggioso, soprattutto che mettesse a punto e sperimentasse altre modalità di visibilità e di attrattiva.

 

foto Antonio Calbi - direttore del Teatro di Roma

Antonio Calbi

 

I social media stanno diventando una parte integrante nel piano di comunicazione di qualsiasi istituzione culturale. Il Teatro di Roma li usa e se sì, quali?

Abbiamo un profilo Facebook e Twitter, però dobbiamo ancora molto lavorare, la comunity del Piccolo Teatro di Milano è di centocinquantamila persone, noi siamo sotto i diecimila. È vero anche che l’uso dei social media il Piccolo lo ha iniziato molto prima di noi ed è in una città che non è dell’impiego, ma del lavoro. Roma è la città dei dipendenti pubblici, quindi ha questa modalità di lavorare, non veloce, non efficace, non innovativa, c’è ancora molto da sviluppare. Noi paghiamo lo scotto di essere la città che anche su altri fronti non è una città avanzata, non è una città industriale, è una città che vive delle sue bellezze, senza nemmeno sfruttarle al meglio, della politica, abbiamo una solo istituzione culturale importante che è la Rai, e che peraltro non ha contagiato le altre, poi ci sono istituzioni importanti dotate di budget dieci volte superiori al nostro, penso al rilancio del Teatro dell’Opera di Roma, all’Auditorium Parco della Musica, al Maxxi, al PaloExpo che deve rimettersi in piedi, le istituzioni ci sono, devono trovare tutte una propria identità, un proprio ruolo nel sistema culturale della città, io credo che con la somma di sforzi comuni possa Roma riposizionarsi come capitale della cultura d’Italia e a livello internazionale giocare un ruolo come Madrid, Berlino o Londra, mentre allo stato attuale siamo il fanalino di coda.

 

Lei ha diretto dal 2002 al 2006 il Teatro Eliseo, che differenza c’è nel gestire un teatro privato e uno pubblico come il Teatro di Roma?

L’Eliseo era un teatro quasi a conduzione familiare, quindi l’agilità della gestione era molto più alta. C’erano poche persone, quindi tutti i processi di gestione erano molto veloci. Il Teatro di Roma paga lo scotto di essere un teatro pubblico nella Capitale che è un doppio freno. Essere un teatro pubblico a Torino, città del lavoro, è diverso rispetto che esserlo a Roma, c’è una gestione tutta capitolina, quindi la differenza è soprattutto nella velocità, nell’ottimizzazione del personale e dei processi del lavoro, cosa che ho attuato subito dal primo giorno, cercando per l’appunto di diminuire i costi, abbiamo fatto spending review molto sostanziosa, aumentando le attività, abbiamo fatto di più con meno. L’ho considerato un teatro pubblico ma con l’ambizione di diventare un’impresa culturale produttiva. Noi abbiamo attirato artisti più giovani, quello che doveva essere nella mia visione l’India, se ci venissero affidati anche gli altri capannoni che stanno crollando, dovrebbe diventare un quartiere della creatività anche delle altre discipline creative, perché non credo nella separazione tra le arti e ho sempre considerato il teatro come luogo di confluenza di tanti saperi. Il mio punto di riferimento è la Bauhaus, al teatro della Bauhaus che era un luogo in cui sul palcoscenico si sperimentava di tutto, dai i materiali, dalle scenografie, dalle architetture, dal design, dalla moda, dalla illuminotecnica, tutto quello che concerneva la visione e il prodotto. Il teatro come confluenza di tutte le arti e irradiazione, si dovrebbe tornare a casa con qualcosa in più e quindi questa polidisciplinarietà è una delle nostre caratteristiche, infatti abbiamo programmato film, concerti, convegni, cicli culturali, esposizioni. Quando dico un agorà, intendo proprio questa apertura, certo non siamo flessibili come il Beaubourg, perché un teatro del ‘700 ha dei limiti, ma noi cerchiamo sempre di superarli.

 

Luce sull’archeologia è alla sua seconda edizione, come nasce questo progetto e qual è il suo obiettivo?

Questo progetto nasce da un’osservazione, davanti al Teatro Argentina c’è un’area sacra che però è bistrattata, nel senso che Largo Argentina è una rotatoria per il traffico con questo buco dove la gente si affaccia e non comprende nulla e questa è la prima osservazione. Roma è una città delle rovine dove si convive con le rovine, senza la consapevolezza del loro valore e della loro storia, è una città stratificata dove la storia si legge benissimo sia in senso verticale che orizzontale. Nella nostra Sala Scquarzina sono conservati dei reperti, dei grandi mascheroni del Teatro Marcello. Mi è stato raccontato che sotto la zona del foyer verso Largo Argentina è stato ucciso Cesare e questo senso della storia lo percepisco all’interno del teatro, quindi anche grazie alla sollecitazione di una dipendente, Catia Fauci che è un’archeologa, abbiamo provato a sperimentare questo ciclo, lanciandolo senza nessuna certezza di come sarebbe stato percepito e invece, abbiamo capito subito che ci stava scoppiando in mano qualcosa di molto grande, perché il primo incontro si sono presentate 1500 persone dalle 9 del mattino, fuori dal teatro c’era questa fila lunghissima. Abbiamo capito che Roma per compensare alla decadenza della politica, al malaffare, al non funzionamento della città, del trasporto pubblico, dell’immondizia, aveva bisogno di nutrirsi di cultura e questo ci ha fatto capire che la strada era giusta tanto che l’anno dopo abbiamo messo un biglietto per contenere il pubblico e nel giro di una settimana sono andati esauriti a cinque euro tutti i posti del ciclo. Non c’è una domenica mattina libera perché ne abbiamo fatte anche altri cicli culturali. Tutto è nato proprio con questo dinamismo di andata e ritorno, Roma riparte dal suo teatro e il Teatro riparte da Roma. Luce sull’archeologia e Ritratto di una capitale hanno rappresentato questo, qui si parla di Roma, si parla della Roma dei reperti archeologici, quindi della Roma storica e millenaria e si parla della Roma di oggi. L’antichissimo e il presente devono avere la stessa attenzione. Lo fanno degli accademici, ma con un linguaggio veloce e smart ad una platea di persone normali, dall’altra parte, ci sono 24 cantori che in presa diretta hanno colto l’affanno, il disincanto o ancora la sopravvivenza della poesia e della bellezza della città. Un’istituzione culturale deve essere aperta a cogliere ciò che la società chiede in quel momento.

 

Negli ultimi decenni i finanziamenti pubblici si sono sempre più ridotti e di conseguenza si è dovuto ricorrere ai finanziamenti privati, come pensa che il mondo della cultura possa dialogare con quello dell’impresa?

Purtroppo devo registrare un dato negativo, appena sono arrivato, ho cominciato a fare il giro per cercare sponsor, da Eni a Banca Intesa, Fondazione Roma, Acea, Camera di Commercio, non sono riuscito a trovare un partner, perché Roma non era attrattiva in quel momento, parlo del 2014, nell’autunno poi è scoppiato il caso di Mafia Capitale, quindi da una parte mi è stato risposto che non c’era il necessario ritorno, che la città non restituiva quello che si investiva, soprattutto, aziende e imprese che erano fuori Roma, e invece, quelle romane erano già impegnate su altri fronti. L’Acea ha preferito sovvenzionare il Teatro dell’Opera di Roma, è faticoso ed è stato faticoso, però è necessario, quindi il nostro lavoro lo continuiamo a fare, purtroppo siamo pochi, ci vorrebbe veramente un fundraiser, adesso una nostra collega si sta formando per questo. Ad oggi, sono un po’ amareggiato che il nostro lavoro non ha prodotto molti risultati, solo piccole collaborazioni con aziende private, mentre alla luce dei dati e dei numeri che abbiamo raggiunto, ritengo che siamo diventati più attrattivi e quindi in un dialogo per costruire percorsi comuni. Io credo nella sponsorizzazione per la condivisione di percorsi e progetti comuni. Mafia capitale ha bloccato tutto. Adesso abbiamo un patrimonio spendibile.

 

prologo_3

Teatro Argentina

 

Che consiglio dà ad un giovane che oggi è vuole lavorare nel mondo della cultura come manager culturale?

Bisogna avere una base culturale solida, avere competenze e farsele sul campo, avere una visione, una progettualità, avere coraggio, passione e non fermarsi davanti a nulla. Guardarsi bene intorno ed essere curiosi di tante cose. Io mi sono formato negli anni ’80, ma leggevo dal Manifesto a Prima Comunicazione, da Gulliver a Scena, dall’Espresso a Panorama, oggi c’è anche tutto il mondo del web e dell’informazione digitale, quindi bisogna essere ricettivi, essere informati, ma essere curiosi, essere dei sani visionari. Io confido molto nelle nuove generazioni. Certamente lo strumento del web dovrebbe essere meno superficiale e più autorevole. Un giovane deve avere delle idee e deve cercare di concretizzarle, anche cercando di creare nuovi modelli di produttività e creatività, in fondo siamo il paese della creatività e di Leonardo da Vinci; Leonardo è una figura insuperabile ed unica nella storia dell’umanità, il massimo della creatività delle antiche arti come la pittura, la scultura, l’affresco alle sperimentazioni tecnologiche, come l’anatomia, la scienza. Credo che il genio italiano sia proprio in quello e da lì che deriva il grande design di cui siamo leader nella grande moda, deriva da quella sapienza che abbiamo nell’unire il bello e la tecnica, l’invenzione con la tecnologia. Ripartirei da quello e non dobbiamo dimenticare che siamo il Paese del grande artigianato, del saper fare e del saper inventare.

 

Milano sta vivendo un momento molto positivo, a partire dall’Expo, ritiene che questa positività possa influenzare anche Roma?

Milano sta vivendo un momento di grande felicità non solo per Expo, ma perché ha raccolto una semina data vent’anni fa: le linee della metro, i nuovi quartieri residenziali, i grattacieli nella zona Garibaldi, la nuova darsena, sono tutti progetti che sono stati messi in campo da Gabriella Albertini, la nuova Scala, il Teatro Arciboldi, il Teatro Franco Parenti, sono tutti progetti seguiti da più sindaci e sono stati portati avanti, quando c’è un disegno prospettico di una città e un’idea, non bisogna interromperla anche se si susseguono giunte diverse. Milano è rimasta coerente con se stessa, è la città del fare, del lavoro e non dell’impiego. Questa è la differenza maggiore con Roma, credo in un rinascimento romano, in uno scatto d’orgoglio, ma la città forse non è ancora matura per farlo, deve rigenerarsi e deve ripartire dalle sue bellezze e dal suo patrimonio materiale e immateriale.

©Photo courtesy: Teatro di Roma

Chiara Iuliucci

 

 

 

 

 

 

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