L’arte di Thomas Demand: la verità attraverso la menzogna

«L’arte è la menzogna che ci fa comprendere la verità».

Questa celebre citazione di Pablo Picasso calza a pennello per la comprensione delle opere di Thomas Demand, uno degli artisti tedeschi più importanti della scena artistica contemporanea. La sua arte è basata sulla fotografia. Fotografia non intesa nel senso usuale ma, piuttosto, intesa come mezzo di indagine della realtà attraverso la raffigurazione della menzogna. Rappresentando una finzione attraverso il mezzo più realistico in assoluto, l’artista mette in crisi l’efficacia della fotografia stessa come mezzo di riproduzione della realtà.

Demand fotografa modelli tridimensionali che realizza personalmente in carta o cartone, e che riproducono a loro volta in scala 1:1 soggetti fotografici già precedentemente raffigurati. Possono essere tanto luoghi in cui sono accaduti avvenimenti di storica importanza per la società attuale, raffigurati sui giornali di informazione e spesso archiviati nella memoria collettiva, tanto scene o oggetti di uso quotidiano, catturati dal cellulare dell’artista.

L’assenza di qualunque presenza umana purifica il soggetto raffigurato, lo riduce all’essenziale, risultando a tratti iperrealistico e consentendo un’analisi della realtà attraverso un triplice filtro: dal soggetto reale alla foto, dalla foto al modello, dal modello alla seconda foto, unica e sola opera d’arte prodotta. Questo sistema di “triplice filtraggio” della realtà stimola lo spettatore a riflessioni che spesso, per comodità, pigrizia ed alienazione, cerca di eludere.

«Mai fermarsi alle apparenze» sembra suggerirci Thomas Demand attraverso la rappresentazione dei suoi “modelli di comprensione della realtà”.

Una volta scattata la fotografia il modello viene distrutto: non c’è spazio né motivo per conservarlo. La leggerezza e la natura effimera del modello in cartone vengono “eternati” dalla scatto fotografico. Unica eccezione l’opera Blue Grotto (2006-2007), che ancora conserva il modello realizzato con 30 tonnellate di cartone e che è possibile ammirare visitando la mostra “Processo Grottesco”, permanentemente esposta alla Fondazione Prada di Milano.

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Thomas Demand, Processo Grottesco, 2015. Credits Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada.

Chiunque sia capace di osservare con senso critico la società contemporanea non può essere immune dal grande fascino espresso dalle opere di Thomas Demand, dalla verità proclamata sotto mentite spoglie. Ma la comprensione e il reale apprezzamento delle sue opere, forse, non sono per tutti, o almeno non nell’immediato.

Lavorando come mediatrice culturale alla Fondazione Prada di Milano ho avuto modo di entrare profondamente in contatto con le opere dell’artista (altre sue opere sono esposte nella mostra collettiva “Image Volée”, di cui Demand è curatore, visitabile anch’essa alla Fondazione Prada di Milano fino al 21 agosto 2016), oltre ad aver avuto il piacere di incontrarlo, scambiare opinioni e ricevere affascinanti spiegazioni sulle sue opere.

Assistere più volte al passaggio incosciente e distratto dei visitatori davanti alle opere di Thomas Demand mi ha dato modo di riflettere sulla percezione che si può avere delle sue foto, qualora non si conosca già il lavoro dell’artista: si crede, nell’immediato, che si tratti di una banale fotografia di un luogo o di un oggetto, e si va via senza aver compreso nulla dell’opera, senza essere stati arricchiti dalla presa di coscienza a cui Demand vuole indurre. Solo il visitatore più attento e sensibile riesce ad andare oltre il primo sguardo all’opera e, avvicinandosi e indagando i dettagli della fotografia, scopre la verità sulla finzione rappresentata, restando stupito e a tratti “illuminato”.

La mostra “Processo Grottesco” fornisce anche ai più svogliati e distratti i mezzi per comprendere il senso del lavoro di Demand, essendo un vero e proprio approfondimento sul suo modo di lavorare, con tanto di opera fotografica, modello (unico preservato) e documentazione sulla tematica rappresentata e sul lavoro svolto.

Per garantire anche ai distratti e ai profani una fruizione soddisfacente delle sue opere, dunque, si rivela necessario essere guidati alla comprensione del processo artistico dell’autore. La mediazione culturale, o una mostra che esplichi le fasi e il senso del suo processo creativo, diventano indispensabile ai fini dell’apprezzamento dell’opera.

Mi è sorto a tal punto spontaneo chiedermi: come si colloca questo artista nel mercato dell’arte contemporanea? Quali le quotazioni delle sue opere? Che tipologia di collezionisti appassiona? Che riscontro ha nelle fiere d’arte? Nelle piccole dimensioni di uno stand e nella frenesia di un ambiente fieristico, il gallerista riesce a valorizzare le sue fotografie? I collezionisti e il “selezionato” pubblico delle fiere riescono realmente ad apprezzarle?

Visitando Art Basel 2016 sono riuscita a trovare le risposte.

Sostenuto e rappresentato da gallerie del calibro di Matthew Marks Gallery (New York–Los Angeles), Victoria Miro (Londra), Taka Ishii (Tokyo), PKM Gallery (Seoul), Esther Shipper (Berlino) e Sprüth Magers (Berlino–Londra–Los Angeles), il lavoro di Demand è stato presentato in mostre personali e collettive anche in molti musei e fondazioni sin dall’inizio della sua carriera artistica. Attualmente sue mostre sono al Nouveau Musêe National de Monaco-Villa Paoloma (29 aprile-28 agosto 2016), al Modern Art Museum of Fort Worth in Texas (30 aprile-17 luglio 2016), alla Fondazione Prada di Milano (18 marzo-21 agosto 2016) ed è presente anche a Manifesta 11 a Zurigo, nella sezione “The Historical Exhibition” (11 giugno-18 settembre 2016).

Tra le gallerie fedelissime che hanno scelto di sostenerlo e rappresentarlo sin dagli anni ’90, Esther Shipper e Sprüth Magers hanno scelto di presentare il lavoro di Thomas Demand ad Art Basel 2016 con opere di medio-piccolo formato. Le scelte curatoriali hanno preferito, però, dedicare la scena principale degli stand a tematiche per cui le opere di Demand non erano appropriate, decidendo comunque di presentarlo nel retro dello stand in quanto uno dei principali artisti delle proprie scuderie.

Thomas Demand, Temple 54, framed pigment print, 2015.

Thomas Demand, Temple 54, framed pigment print, 2015.

Sprüth Magers ha scelto di presentare Temple 54, appartenente alla serie “Model Studies” in cui eccezionalmente l’artista fotografa modelli architettonici di carta non suoi, ma realizzati dallo studio di architetti giapponesi SANAA.

Esther Shipper invece propone Daily #24 e Daily #25 della serie “Dailies”, fotografie di modelli in cartone che ripropongono oggetti ed eventi di vita quotidiana, esempio del diffuso e morboso bisogno attuale di testimoniare la propria quotidianità attraverso le immagini.

Entrambe le gallerie hanno optato dunque per una scelta più “leggera”, evitando soggetti raffiguranti eventi politici. La scelta dell’opera è stata in entrambi i casi determinata dal contesto fieristico e dal luogo in cui si è deciso di esporla (le ristrette dimensioni del retro-magazzino-ufficio dello stand, affollato di opere).

Il price range delle opere di Demand dipende dalle dimensioni della foto, dalla tecnica fotografica utilizzata, dalle dimensioni del modello e dal soggetto raffigurato. Si va dalle poche migliaia alle centinaia di migliaia di euro. Le opere in dye transfer print presentate da Esther Shipper, ad esempio, costano 35.000 € ognuna.

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Thomas Demand, Daily #24 and Daily #25, framed dye transfer print, 2014-2015.

Ad Art Basel 2016 era presente anche la galleria PKM di Seoul che rappresenta l’artista dal 2011, ma per questioni di spazio ha scelto di non presentare l’opera Parkett,  inizialmente prevista in esposizione.

Kyung-mee Park, presidente della galleria, parla di Thomas Demand come un artista capace di catturare la vita nel momento più significativo in cui avvengono determinati eventi che segnano, seppure inconsciamente, la nostra esistenza e la nostra quotidianità. Ammette l’effettiva complessità dei suoi lavori e la comprensibilità non immediata delle sue opere, per questo sul mercato coreano le opere di Thomas Demand sono acquistate esclusivamente da quelli che la Park definisce «collezionisti davvero ottimi», includendo i suoi appassionati estimatori in quella che definisce una «elite di intellettuali».

Le opere di Demand vengono dunque maggiormente comprese ed apprezzate in occasione di mostre che ne specifichino il significato e si focalizzino sul processo artistico che è alle spalle della singola opera fotografica. Nel caos e nei ritmi frenetici di un evento fieristico sono indubbiamente più difficili da apprezzare. Sprüth Magers ed Esther Schipper ad Art Basel 2016 ne hanno tenuto senz’altro conto.

Carla La Gatta

Feature image credit: Albrecht Fuchs

 

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