Art Basel 2016: le donne emergenti a Statements

La sezione Statements di Art Basel 2016, che ogni anno propone i progetti degli artisti emergenti, ha ospitato 18 gallerie, di cui 7 per la prima volta in fiera. Cinque quelle che hanno presentato il lavoro di artiste: Arratia Beer di Berlino, Foxy production di New York, Micky Schubert di Berlino, Mary Mary di Glasgow e Laura Bartlett Gallery di Londra.
L’ evidente inferiorità numerica femminile suggerisce una riflessione sulla discriminazione di genere nel mondo dell’arte: si può parlare di un “soffitto di cristallo” anche in questo settore?
Questione spinosa e pareri discordanti nel riscontro con le gallerie. Analizzando il problema dal punto di vista delle quotazioni di mercato lo squilibrio è evidente, se invece si parla di difficoltà in termini di riconoscimento e prestigio dell’artista non tutti concordano.

La galleria Arratia Beer di Berlino evidenzia una differenza nella valutazione economica dell’opera, mentre dichiara che da un punto di vista di prestigio, soprattutto nel mondo dell’arte emergente, le artiste stanno ottenendo sempre più riconoscimento.
Ne è esempio il nuovo film “This is offal” dell’americana Mary Reid Kelley (1979) che ha ottenuto il Baloise Art Prize. Lo sviluppo e la ricerca per quest’opera,  supportata da una performance live alla Tate Modern di Londra nel novembre 2015, ripercorre la tradizione del teatro dell’assurdo con una lettura del suicidio in chiave tragicomica. La scena si svolge  in un obitorio dove un patologo esamina il corpo di una donna, i cui organi parlano della loro confusione e dell’incomprensione a proposito della sua morte in un dialogo pieno di giochi di parole.

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Photo credit: http://www.baloise.it

La newyorkese Foxy Production segnala, nonostante un minor riconoscimento per le artiste, trasformazioni nel mondo dell’arte emergente con un lento ma graduale aumento delle quotazioni di mercato.
A conferma di questo anche il lavoro della canadese Sara Cwynar (1985) è stato premiato con il Baloise Art Prize e ne sono state vendute tre copie con un price range che varia dai 15.000 ai 20.000 dollari.“Soft film” è un video che lega elementi performativi con la costruzione dell’ immagine fotografica in cui l’artista, protagonista della scena, compra oggetti su e-bay e acquista fotografie, organizzando e archiviando tutto per colore, materiale e soggetto. Evidente il focus sui problemi sociali di circolazione e attribuzione di valore degli oggetti, su tematiche femministe o sul significato di incidenti ed eventi storici.

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Photo credit: http://www.baloise.it

La galleria Micky Schubert di Berlino conferma la difficoltà di affermazione delle artiste nonostante un sempre maggiore interesse nei confronti delle loro opere.
Le fotografie di Ketuta Alexi- Maskhishvili (1979), frutto di un lungo lavoro insieme alla galleria in vista di Art Basel, hanno ottenuto molto successo e sono state vendute in fiera con prezzi dai 2.500 ai 14.000 euro.

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Photo credit: instagram.com/MickySchubert

La galleria Mary Mary di Glasgow attribuisce la minore attenzione alla produzione artistica femminile allo scarso interesse da parte della stampa che non sempre valorizza le artiste in modo appropriato.
Ciò nonostante i dipinti dell’australiana Helen Johnson (1979) hanno ottenuto un notevole riscontro con un price range tra i 16.000 ed i 17.700 franchi svizzeri. Si tratta di dipinti prevalentemente figurativi in cui il processo di costruzione di figure e scene proviene dalle fonti più disparate e spinge l’immagine originaria verso l’astrazione. Il lavoro utilizza e rielabora l’immaginario della colonializzazione dell’Australia con protagonisti bianchi intrappolati in un’immagine  anglo-centrica che denuncia l’imperialismo culturale ancora oggi esistente in Australia.

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Photo credit: instagram.com/marymaryglasgow

Laura Bartlett Gallery di Londra lavora da anni prevalentemente con artiste donne e non riconosce una differenza di genere specifica nell’ambiente dell’arte per nulla diverso da altri contesti lavorativi.
Pensato ad hoc per Art Basel, “Casa de cambio” della venezuelana Sol Calero (1982), con un prezzo di 15.000 sterline, è stato molto apprezzato. Si tratta di un’installazione immersiva, un ufficio di cambio latino americano, che vuole denunciare la fragilità della circolazione del denaro e la situazione attuale del paese originario dell’artista. E’ un mix tra arte e interior design in cui la Calero utilizza un linguaggio decorativo molto forte per rappresentare l’identità latino americana così come viene vista dagli altri paesi.

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Photo credit: http://www.artsy.net

Il soffitto di cristallo dunque esiste ancora anche nel settore dell’arte, ma le crepe sono sempre più numerose.
Innegabile il riconoscimento formale del lavoro delle artiste che si sta avviando verso un riconoscimento economico che, piaccia o meno, è un parametro di valutazione fondamentale.

Francesca Omodeo

Immagine di copertina, Photo credit: artbasel.com

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