STEALING BEAUTY: LEADING CASES SULL’APPROPRIAZIONISMO NELL’ARTE

Se Mr. Mutt abbia fatto o no Fontaine con le sue mani non ha importanza. Egli l’ha SCELTA. Ha preso un comune oggetto di vita e l’ha collocato in modo tale che un significato pratico scomparisse sotto il nuovo titolo e punto di vista; egli ha creato una nuova idea per l’oggetto.

Marcel Duchamp

L’appropriazionismo nell’arte si riferisce alla pratica artistica di riutilizzare immagini, oggetti, opere d’arte preesistenti, apportando o meno modificazioni agli stessi.

Nonostante l’appropriazionismo sia associato al nome di artisti degli anni Ottanta, quali Sherrie Levine, Richard Prince o Cindy Sherman, il significato del gesto di appropriazione non è limitato a quel momento politico e culturale. La sua storia può essere tracciata indietro fino al Cubismo. Picasso e Braque utilizzavano oggetti reali, quali frammenti di giornali, all’interno dei loro collage. Marcel Duchamp, dal 1915, realizzava i suoi ready-made. La pop art saccheggiava il mondo delle immagini della cultura di massa e negli anni ‘50 Rauschenberg, nei combine-paintings, incorporava nella tela oggetti tridimensionali.

Elaine Sturtevant, sin dal 1964, riproduceva le opere di artisti a lei contemporanei, scegliendo quelle più iconiche e riconoscibili, prefigurando quello che, vent’anni più tardi, sarà definito in senso più specifico arte appropriazionista. Il termine è oggi utilizzato con particolare riferimento agli artisti della corrente Neo Geo e della Pictures Generation, che utilizzano in maniera critica immagini, ma soprattutto altre opere d’arte.

Oggi, gli esponenti di questa corrente sono artisti riconosciuti, le cui opere sono esposte in tutti i maggiori musei del mondo e vendute in asta a cifre da capogiro. Si veda, ad esempio, l’asta organizzata nel Novembre 2015 da Sotheby’s, intitolata Icons: The Art of Appropriation.

Alcuni gesti di appropriazionismo, quali i ready-made di Marcel Duchamp, non implicano alcun riferimento alla tutela del diritto d’autore. Quando, invece, l’immagine “rubata” è coperta da copyright, il riutilizzo della stessa rischia di dar luogo a controversie giuridiche.

La casistica americana è di certo la più ampia. Procediamo con la disamina di alcuni casi fondamentali, americani e italiani, rimandando all’articolo di Viola Ammenti, L’arte ai tempi del fair use, pubblicato in questa stessa rubrica, per un’analisi normativa più specifica (l’articolo è reperibile al link: https://martebenicult.wordpress.com/2016/05/17/larte-ai-tempi-del-fair-use/).

Rogers v. Koons

Nel 1980 Art Rogers realizzava la fotografia Puppies, rappresentante una coppia che tiene in braccio diversi cuccioli di cane. L’immagine, entrata nel catalogo di Rogers, era stata stampata e venduta dal Museum graphics nella forma di cartoline.

Nel 1986, Jeff Koons consegnava ai suoi assistenti la fotografia, con la parte riportante il copyright strappata, per realizzarne una scultura. L’opera finale, String of Puppies si differenziava dall’originale soltanto per il colore blu dei cuccioli e per alcuni fiori inseriti nei capelli dei due soggetti. La scultura era stata esposta, nel 1988, alla Sonnabend Gallery, in occasione della mostra Banality Show.

Rogers citava in giudizio Koons e la Sonnabend Gallery nel 1989, per violazione del copyright. Koons si difendeva eccependo un utilizzo parodistico dell’immagine di Rogers, ammesso sulla base della dottrina del fair use.

Innanzitutto, la Corte aveva affermato che non era necessario procedere a una dimostrazione del fatto che la scultura era una copia non autorizzata della fotografia. Koons stesso aveva ammesso di aver dato ai suoi assistenti l’indicazione di riprodurre in maniera perfettamente dettagliata l’immagine.

La Corte procedeva poi a sottoporre l’opera al c.d. fair use test, in particolare per verificare se questa fosse da considerare una satira o parodia della fotografia originale. La parodia era così definita: “Parody or satire, as we understand it, is when one artist, for comic effect or social commentary, closely imitates the style of another artist and in so doing creates a new art work that makes ridiculous the style and expression of the original. Under our cases parody and satire are valued forms of criticism, encouraged because this sort of criticism itself fosters the creativity protected by the copyright law” [Rogers v. Koons, 960 F.2d 301].

La Corte affermava che nel caso di specie non ricorreva una parodia, giacché essa presuppone una consapevolezza da parte del pubblico dell’esistenza dell’opera originale, che può derivare dalla notorietà dell’opera stessa o che deve essere resa evidente dall’artista che ne realizza la parodia. L’elemento soggettivo dell’intenzione di Koons, di utilizzare in modo critico l’immagine originale, non era sufficiente a fondare la legittimità dell’uso della stessa.

La Corte affermava infine che Koons produceva la scultura soltanto per realizzarne una vendita e lo condannava, per violazione della legge sul copyright, a un risarcimento del danno e alla restituzione del quarto esemplare della scultura, l’unico rimasto invenduto.

 

rogersvkoons

Art Rogers: Puppies. Jeff Koons: String of Puppies

 

Blanch v. Koons

In questo secondo caso, la Corte d’Appello ha dato ragione a Koons. Nel quadro Niagara, realizzato per la mostra Easyfun-Ethereal al Deutsche Guggenheim di Berlino, nel 2001, utilizzava un’immagine, Silk Sandals by Gucci, realizzata dalla fotografa di moda Andrea Blanch e apparsa sulla rivista Allure. Koons inseriva soltanto una parte della fotografia, rappresentante le gambe e i piedi della modella, e ne invertiva l’angolazione.

Ancora una volta, Koons era accusato di violazione del diritto d’autore e si difendeva eccependo il fair use. In questo caso, elemento chiave della risoluzione della causa era stato il riconoscimento dell’uso trasformativo dell’opera originale. Il concetto di transformative use era stato introdotto dalla Corte Suprema nella sentenza del 1994 Campbell v. Acuff Rose Music Inc, e, in seguito, era entrato a far parte del fair use test, benché non strettamente necessario per un esito positivo dello stesso.

Per uso trasformativo s’intende un uso che aggiunge qualcosa di nuovo, con un intento ulteriore o un carattere differente, che altera l’originale con una nuova espressione, messaggio o significato. La Corte concludeva, nel caso di specie, che l’uso della fotografia era trasformativo, poiché l’intento dei due artisti era completamente differente e creava un risultato completamente differente. Blanch affermava di aver creato l’immagine per mostrare la sensualità del prodotto. Koons, al contrario, voleva indurre nello spettatore una riflessione sul suo rapporto personale con gli oggetti, i prodotti, per comprendere come questi influenzano le nostre vite. L’uso trasformativo, tra l’altro, rendeva meno significativo lo sfruttamento commerciale dell’opera da parte di Koons. Koons non aveva violato la normativa sul copyright, semplicemente per la diversità d’intenzione, realizzata nei fatti, che presiedeva la realizzazione della sua opera, senza alcun riferimento al carattere della stessa di commento o parodia dell’opera precedente.

blanchv.koons

Andrea Blanch: Silk Sandals by Gucci. Jeff Koons: Niagara

 

Cariou v. Prince

La sentenza della Corte d’Appello sul caso Cariou v. Prince ha rappresentato un enorme passo in avanti nella tutela delle pratiche appropriazioniste, poiché, ribaltando l’orientamento del giudice di primo grado, ammette l’eccezione del fair use soltanto sulla base dell’originalità dell’opera derivata, inserendosi quindi nel solco tracciato nel caso Blanch v. Koons.

Il fotografo Patrick Cariou, nel 2000, pubblicava il volume Yes Rasta, che raccoglie le fotografie scattate durante sette anni di soggiorno presso una comunità Rastafariana in Jamaica. Richard Prince, nel 2008, creava la serie di opere Canal Zone, incorporando alcune fotografie di Cariou. Queste subivano, in effetti, alcune modificazioni: ingrandimenti, sfocature, aggiunte di elementi o composizioni.

Cariou citava in giudizio, per violazione del diritto d’autore, Richard Prince, Larry Gagosian, in quanto proprietario della Gagosian Gallery, dove le opere erano state esposte, e RCS MediaGroup, editore del catalogo.

In primo grado, il tribunale distrettuale di New York aveva condannato Prince, sulla base dell’assenza di un carattere di commento o parodia delle opere derivate rispetto alle originali.

La sentenza di condanna, che prevedeva il sequestro e la distruzione delle opere di Prince rimaste invendute e dei cataloghi, aveva attirato l’attenzione del mondo dell’arte, spaccato in due tra i sostenitori dell’arte appropriazionista e chi invece dava maggior credito alle esigenze di tutela dei diritti di Cariou.

Prince ricorreva alla Corte d’Appello, che affermava invece l’ammissibilità dell’eccezione del fair use, sulla base dell’originalità delle opere derivate, ignorando del tutto il requisito della parodia o del commento. La Corte chiariva che la verifica dell’uso trasformativo è oggettiva, in altre parole non si fonda soltanto sulle intenzioni dell’artista, ma sul risultato, che produce un significato estetico radicalmente nuovo agli occhi di un osservatore ragionevole. Prince, dunque, ammettendo la totale assenza di dialogo con le opere originali, realizzava una recisione del legame con le stesse, attraverso la produzione di un significato completamente nuovo.

cariouvprince

Patrick Cariou: Yes Rasta. Richard Prince: Canal Zone

 

Fondazione Giacometti v. Baldessari

Anche il giudice italiano sembra allinearsi alla tendenza manifestata dalla giurisprudenza statunitense.

L’artista americano John Baldessari aveva esposto negli spazi della Fondazione Prada le Giacometti Variations, sculture di enormi dimensioni ispirate alle forme del maestro Giacometti, in particolare alle sue Grandes Femmes, corredate però da elementi di abbigliamento. La Fondazione Giacometti citava in giudizio l’artista e la Fondazione Prada per violazione del diritto d’autore. Il Tribunale di Milano, richiamando esplicitamente la dottrina americana del fair use e, in particolare, i casi Rogers v. Koons, Blanch v. Koons e Cariou v. Prince (e si noti che, al momento della decisione del tribunale di Milano, il caso Prince era stato deciso solo in primo grado), faceva riferimento all’originalità dell’opera derivata per fondarne la legittimità. Il giudice affermava che “per il caso di specie, dove per tratti, dimensioni, materiali, forme delle sculture di Baldessari rispetto a quelle di Giacometti, l’intervento dell’artista statunitense appare consistente, anche l’utilizzo dell’immagine della donna di Giacometti appare drammaticamente trasformato, dalla magrezza e dall’espressione tragica del dopo-guerra, all’espressione estatica della donna magra, non per le privazioni del conflitto bellico, ma per le esigenze severe della moda. La trasformazione pertanto sussiste, sia in senso materiale che concettuale, ed il risultato è un’opera creativa, dotata di un proprio autonomo valore artistico” [Tribunale di Milano, ord. 13 luglio 2011].

giacomettiv.baldessari

John Baldessari: Giacometti Variations

Sembra dunque possibile riconoscere una linea evolutiva generale che tende a sganciare l’uso legittimo delle opere altrui dalla parody defence, tanto in Italia quanto negli Stati Uniti. Questa nuova tendenza appare più idonea a comprendere e tutelare significato, poetica ed estetica dell’appropriazionismo nell’arte.

Certo, la diffusione delle immagini sul web, e in particolare sui social network, sembra essere particolarmente sfidante per il diritto dell’arte. E ancora una volta Richard Prince si è reso autore di una pratica controversa, quella dei suoi New Portraits, immagini rubate dagli account Instagram dei suoi follower, modificate soltanto per il fatto che sono ingrandite e che i commenti sottostanti sono modificati. Il fotografo Donald Graham, di recente, ha citato in giudizio Prince per aver violato il copyright di una sua fotografia, rappresentate un Rasta che fuma uno spinello.

Nell’attesa della decisione della Corte, possiamo solo augurarci che gli standard per un uso legittimo delle immagini protette da copyright siano resi sempre più chiari e stabili e che, almeno a parere di chi scrive, la tutela del diritto di autore non vada a restringere in maniera schiacciante una pratica artistica che ha generato, nel corso degli anni, opere di seminale importanza. Del resto, la stessa ratio della tutela del diritto d’autore è quella di incoraggiare la creatività, che oggi, sempre più spesso, si nutre dell’enorme bagaglio di immagini che ci circondano.

Photo Courtesy:

cpyrightvisualarts.wordpress.com

hyperallergic.com

Americansuburbx.com

verycool.com

Mariagisella Giustino

 

 

 

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...