The future is a battleground – Intervista al gruppo Parasite 2.0

Imprevedibili, dirompenti e multidisciplinari. Stefano Colombo, Eugenio Cosentino e Luca Marullo sono gli architetti del gruppo Parasite 2.0, il collettivo che dal 21 giugno 2016 trasformerà la piazza del MAXXI in una scuola temporanea.

The museum is a school. A school is a Battleground è il progetto vincitore del programma YAP, che il museo romano tiene dal 2011 in collaborazione con il MoMA/MoMA PS1 di New York, l’associazione Constructo di Santiago del Cile, l’Istanbul Modern e l’MMCA di Seul, per la realizzazione di uno spazio temporaneo per gli eventi estivi rivolto ai giovani progettisti.

A pochi giorni dall’inizio dei lavori per la costruzione del padiglione, e a meno di un mese dall’inaugurazione, abbiamo intervistato il gruppo Parasite 2.0.

Vi siete conosciuti ed avete cominciato a collaborare sin dai tempi dell’università, uniti da un comune spirito di ribellione verso il mondo accademico. Da cosa cercavate di emanciparvi? E perché la scelta di questo nome per il gruppo?

Quello che all’inizio ci interessava era schierarci in maniera aperta e chiara contro il sistema di dogmi che abbiamo ricevuto. Siamo stati costantemente educati ad una sorta di mimesi, all’estrema pulizia ed al rispetto per ogni contesto urbano. Tutti principi che vengono dalla scuola della morfologia urbana. L’idea del parassita, invece, di quell’elemento dirompente che senza curarsi troppo si presenta come corpo estraneo ospitato da un corpo canonico, rappresentava e rappresenta tutt’oggi molto bene la nostra filosofia.

In questo periodo, e fino al 4 settembre, è in mostra al MAXXI la retrospettiva SUPERSTUDIO50. Quanto è stata importante, nel vostro lavoro, la lezione degli architetti radicali? C’è qualcosa, nella vostra ricerca, o nel vostro linguaggio, che vi accomuna a Superstudio?

Per la nostra formazione è stato fondamentale tutto il periodo dei radicali e della Superarchitettura italiana, ma lo sono state anche le esperienze inglesi, austriache ed americane degli stessi anni. Di quel periodo ci ha colpito come lo spirito rivoluzionario del ’68 si riflettesse all’interno della ricerca architettonica, e di come ci si sia staccati da qualsiasi gerarchia e dogma che provenisse dal mondo accademico. L’architettura si è liberata dell’etichetta di disciplina chiusa in sé stessa e si è mescolata con le altre arti.

I primi lavori che abbiamo fatto, di decontestualizzazione di elementi dello spazio domestico portati all’interno dell’ambiente urbano, traggono ispirazione proprio dalla ricerca di quel periodo.

Per quanto riguarda, in particolare, Superstudio, ne apprezziamo soprattutto il valore profetico. La loro capacità di prevedere qualcosa che solo oggi sta accadendo. Ci riferiamo alla griglia invisibile che pervade qualsiasi luogo sul pianeta, che ci permette di essere connessi ed accedere ad un network di scala planetaria. È come se il loro Monumento Continuo esistesse davvero, ma non riusciamo a vederlo perché viaggia sottoterra.

Nel mondo delle archistar e della spettacolarizzazione, qual è il ruolo dell’architetto? Come vi ponete rispetto ad una società in cui l’unica cosa che conta è sorprendere e la normalità è rivoltante?

Il nostro lavoro ha una carica politica molto forte, che si esplica tra le righe e non si legge mai in maniera didascalica. Crediamo che ognuno debba essere artefice del suo habitat. Negli anni ’60 e ’70, durante la crisi planetaria culturale, politica ed economica, la controcultura americana ha dato un’importante risposta: distruggere qualsiasi forma di detenzione impropria del potere. La chiave era liberare gli strumenti per poter agire liberamente. Tutto questo può nascere solo dal riconoscimento del fallimento dei modelli di gestione dell’epoca in cui si vive, e questo noi lo riconosciamo anche nella realtà contemporanea. Questo discorso si traduce, in architettura, nella possibilità e nella capacità di realizzare autonomamente qualsiasi manufatto. È per questo che abbiamo lavorato sulle “tecniche ignoranti”. Un sistema di impoverimento tecnico e teorico che renda l’utente in grado di dar forma alla propria architettura, senza che siano necessari mediatori.

Qual è, invece, il modo in cui l’uomo, e in particolare l’architetto, devono approcciarsi all’antropizzazione dello spazio?

Viviamo in un mondo ormai completamente alterato dall’uomo, quindi la domanda che bisogna porsi è come lavorare su ciò che è già stato antropizzato. Non esiste più l’idea di territorio vergine. Il nostro ragionamento parte dal riconoscimento dell’Antropocene, una teoria che racconta di una nuova era geologica e del definitivo impatto dell’uomo sul pianeta, elaborata dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, in seguito ad alcune scoperte sulle conseguenze dell’inquinamento sull’atmosfera. In sostanza ci troviamo in una situazione irreversibile, per cui anche ponendo fine ad ogni attività inquinante, la vita dell’uomo e delle altre specie sulla Terra è in forte dubbio. Questo ci impone di rimettere in discussione l’intera produzione umana, in primis l’architettura, che è la forma di antropizzazione primaria, è l’atto con cui l’uomo si afferma sulla Natura e sul pianeta attraverso la realizzazione del suo rifugio primordiale. Bisogna quindi riconsiderare cosa sia per noi l’architettura e come diamo forma ad essa. Non si tratta di elaborare nuove soluzioni sostenibili, ma di ripensare l’antropizzazione stessa. Non abbiamo la presunzione, né la capacità di dare una risposta, ma col nostro lavoro vogliamo mettere in crisi la professione stessa, provocando uno stato di conflitto interno che gli consenta di evolversi solo prendendo consapevolmente una posizione piuttosto che un’altra.

Per quanto riguarda il paesaggio urbano, qual è la vostra posizione rispetto all’eterno dualismo tra periferia e centro antico? Qual è il potenziale degli spazi di confine e quali, invece, sono i problemi dei luoghi stratificati?

Se si guarda alla storia dell’architettura, le periferie ci raccontano qualcosa di fondamentale, e cioè, di come lo sviluppo urbanistico sia determinato dalle gerarchie di potere. Quelle che oggi chiamiamo periferie non sono altro che il risultato di una pulizia violenta della città dalle classi sociali meno abbienti e considerate pericolose. Questo comporta l’idea sbagliata che per rigenerare le città sia necessario allontanare i soggetti scomodi, con l’unica conseguenza di creare una città frammentata, priva della sua identità originaria e immagine dei conflitti sociali che la animano. È necessario ribaltare il punto di vista nei confronti della periferia, e considerarla come luogo in cui è possibile ancora sperimentare modelli di autogestione all’interno della città contemporanea. Sfruttare lo stato di abbandono e l’assenza di controllo caratteristica delle periferie. Per quanto riguarda i centri storici, questi sono luoghi che hanno ancora un forte rapporto con la strada che si è perso all’interno della periferia modernista. Il problema è la tendenza alla musealizzazione, che avrà come unico risultato, qualora non si invertisse rotta, la morte delle città storiche.

 

Parliamo adesso del vostro progetto per il programma YAP. Con The museum is a school. A school is a Battleground invadete con una scuola la piazza del MAXXI. Come assolve il museo contemporaneo al suo ruolo educativo?

A differenze di una scuola, che detta una linea di pensiero, il museo da la possibilità di imparare liberamente, da l’opportunità di costruire autonomamente una linea di pensiero. In Italia, purtroppo, non tutti i musei riescono a coinvolgere con attività trasversali ed orizzontali la città, mentre all’estero questo accade con maggiore frequenza. C’è un problema di distanza tra il mondo della cultura e la vita reale della gente. Non sono le persone ad aver perso interesse nell’arte, forse è l’arte ad aver perso interesse nelle persone.

Avete parlato di un’architettura come sfondo per un selfie da 1000 like. Cosa intendete per Instagram Architecture?

La nostra è una proposta critica su come il museo struttura un concorso pubblico, sul ruolo e sulle ragioni di un’architettura temporanea, che spesso si esauriscono in un puro esercizio tecnico o di stile, in un’infinita ricerca tecnologica, che ha poco a che fare con la dimensione umana. Da questo punto di vista ci ha colpito una serie di articoli sul padiglione per la Serpentine Gallery realizzato da Selgascano, definito “the most Instagram-Friendly”. L’opera sembrava avere come unico obbiettivo quello di essere lo sfondo per le foto da rilanciare su Instagram, che riuscivano ad aumentare la visibilità dell’architettura in modo esponenziale. Questo può essere un fattore sia positivo che negativo. Negativo sicuramente per il fatto che un’architettura ricerchi solamente l’effetto estetico dirompente. Diverso è chiedersi come sfruttare un fenomeno della nostra cultura in maniera positiva, e far parlare, attraverso Instagram, la nostra architettura di qualcosa che per noi è importante. Abbiamo deciso di far parlare il nostro padiglione del tema dell’Antropocene, con un linguaggio ironico ed iconico, che sia comprensibile a chiunque, con segni accattivanti e che non possano essere fraintesi, al punto da portare il visitatore a scattare foto e a condividerle sui social network, amplificando la portata del tema. Diamo la possibilità all’utente di giocare con delle immagini che richiamano l’ansia da estinzione e fine del mondo, comunicando allo stesso tempo in maniera seria alla comunità del web delle problematiche urgenti.

Superstudio ha detto «L’architettura sta al tempo come il sale sta all’acqua». Come immaginate il vostro padiglione dopo sei mesi, e quale vi aspettate sia il segno che lascerà?

Speriamo che lasci al MAXXI e alla cultura architettonica nazionale un esempio alternativo di come ci si possa approcciare al tema del concorso.

Noi vogliamo che questa possa essere un’occasione di dibattito, che sproni a ripensare la figura dell’uomo e dell’architetto stesso. Vogliamo portare alla luce tematiche urgenti che in questo momento, in Italia, entrano raramente all’interno del dibattito. Della materia si conserva e ci interessa poco, non è importante.

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Domenico Esposito

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