Intervista a Irene Alison

ritratto bassaIrene Alison, giornalista professionista e photo-consultant, è direttore creativo dello studio di progettazione fotografica DER*LAB. Come redattrice, ha lavorato per il Manifesto e per D, La Repubblica delle Donne. Insieme ai fotografi, ha realizzato reportage apparsi su magazine come Geo France, The Independent, l’Espresso, D, Marie Claire. I suoi articoli di critica fotografica sono regolarmente pubblicati da La Lettura de Il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e Pagina99. Collabora come tutor e consulente con alcune delle maggiori scuole di fotografia italiane e come curatore e giurato con i più prestigiosi festival e premi internazionali. Dal 2009 al 2014 è stata direttrice del photo-magazine Rearviewmirror (Postcart). Ha pubblicato due saggi di approfondimento fotografico, My generation (Postcart, 2012) e iRevolution (Postcart, 2015).

Come si è avvicinata al mondo della fotografia?

Il primissimo avvicinamento al mondo della fotografia è stato di natura emotiva e sentimentale, poiché sia mio nonno che il mio bisnonno materno, che non ho mai conosciuto ma di cui ho sentito parlare, facevano i fotografi. Passione e competenza che nella mia famiglia è stata tramandata attraverso mio zio, un geologo e archeologo con una grandissima passione per la fotografia che ha collezionato nel corso della sua vita una grande quantità di materiale fotografico relativo a esplorazioni archeologiche condotte tra gli anni ’50 e ‘60 nel deserto del Sahara. Attraverso i suoi racconti ho maturato una prima fascinazione per la fotografia, riconfermata successivamente intorno ai venticinque anni per ragioni d’amore, attraverso un fidanzato regista e fotografo che mi ha fatto conoscere, ad esempio, i grandi fotografi della Magnum, i grandi sguardi del reportage. Successivamente mi sono avvicinata concretamente a questo linguaggio leggendo e fotografando in prima persona, cercando di strutturare uno sguardo critico che mi è stato utile quando, qualche anno più tardi, ho avuto il mio primo lavoro nella redazione del Manifesto.  La mia carriera professionale è proseguita poi sul doppio binario di scrittura, giornalismo e fotografia sia da un punto di vista critico, sia nello sviluppo di progetti di reportage prima e di curatela di progetti espositivi e editoriali poi.

Ci parli del suo lavoro oggi…

Il mio lavoro oggi, anche attraverso il mio studio DER*LAB, è sempre più concentrato sulla direzione creativa di lavori di documentazione fotografica articolati attraverso pubblicazioni, mostre, piattaforme web, progetti di comunicazione ad ampio raggio che usano la fotografia per trasmettere dei contenuti. Importante è poi la parte di scrittura critica da portare avanti attraverso i giornali e i libri My Generation-Dieci autori under 40 della fotografia documentaria italiana, 2012 e iRevolution-Appunti per una storia della mobile photography, 2015.

Qual è stato il progetto più stimolante da realizzare?

In assoluto direi il mio secondo libro iRevolution, perché non si è trattato solamente di un lavoro intellettuale né di ricerca statica, ma di un’esplorazione sul campo che mi ha dato l’opportunità di attraversare luoghi e contesti differenti: dalla redazione del New York Times Magazine alle sale di Paris Photo. Poi, durante quest’ultimo anno, in gran parte dedicato alla promozione e divulgazione del libro, ho avuto l’opportunità di confrontarmi di persona con tantissimi lettori sui temi della mobile photography e del cambiamento della fotografia contemporanea.

La fotografia negli ultimi anni è molto cambiata, anche grazie ai social e alle nuove tecnologie…

Il mio libro s’intitola iRevolution proprio perché questo cambiamento ha una tale portata che può essere letto come una rivoluzione. Il cambiamento non riguarda solo il mezzo con cui si produce la fotografia, ma il modo in cui questo mezzo trasforma la fotografia da mestiere per professionisti a linguaggio universale. Un passaggio che si verifica attraverso uno strumento, il telefono cellulare, che ha delle caratteristiche innovative rispetto ai precedenti media della visione in quanto, contemporaneamente, è produttore, trasmittente e ricettore d’immagini, aprendo cosi la circolazione delle immagini verso infiniti potenziali destinatari. Questo passaggio rivoluzionario ha però alle spalle una storia lunga, è infatti parte di un progressivo percorso di democratizzazione degli strumenti fotografici che comincia con la Kodak già dalla fine dell’Ottocento, come descritto anche in un celebre articolo, “Chi ha paura della Fatal Facility?”, scritto da Alfred Stieglitz con parole che oggi potrebbero essere usate per descrivere il terremoto apportato dai telefoni cellulari nel mercato e nel linguaggio fotografico.

Come vede la scena fotografica contemporanea? E l’Italia in che ruolo si pone?

La scena è estremamente complessa, fluida e mutevole. Fino a quindici anni fa c’erano molte più certezze rispetto alla filiera produttiva e distributiva delle immagini, i ruoli di fotografo, foto-editor, agenzia, galleria erano più chiari e i percorsi più rettilinei. Oggi queste figure hanno messo in discussione la propria identità fino, in alcuni casi, a dissolversi una nell’altra e persino scomparire. Il fotografo è sempre più editor, produttore, agente di se stesso; le agenzie stanno trasformando la propria identità; il foto-editor vede trasformarsi il proprio ruolo in quanto, nell’era dei social, il passaggio per le mani dell’editor non è più indispensabile alla pubblicazione di una foto. I fotografi, oggi, devono costruire il loro percorso su innovazione e autoimprenditorialità, devono puntare sulla qualità dell’approfondimento e sull’esercizio autoriale del proprio punto di vista, capire come trasmettere i propri contenuti e creare un mercato intorno alla fotografia.
In Italia c’è una grande quantità di ricerca fotografica e molti autori interessanti di respiro internazionale. Tuttavia, permane ancora un certo grado di miopia rispetto all’innovazione e al cambiamento: da una parte paure per il futuro e rimpianti per il passato pesano negativamente sulla capacità italiana di pensare in maniera innovativa e di fare mercato attorno alla fotografia, dall’altra manca nel pubblico una cultura fotografica di fondo perché, storicamente, non c’è stata un’adeguata strategia culturale di alfabetizzazione all’immagine e di educazione al valore della fotografia. Ci sono però diverse eccezioni virtuose: sia da parte di fotografi illuminati che sanno pensare e comunicare strategicamente i propri progetti, sia da parte di curatori e editor che lavorano creativamente alla costruzione di contesti fotografici.

Quali sono secondo lei i nomi di nuovi artisti su cui puntare nel mercato della fotografia contemporanea?

Ci sono alcuni artisti giovanissimi ma già molto affermati che incarnano in pieno il modello della fotografia contemporanea, come Olivia Bee e Ryan McGinley. Entrambi hanno cominciato a scattare da adolescenti costruendo, da un lato, un immaginario strettamente legato al loro tempo; dall’altro, celebrando l’archetipo di un’eterna giovinezza. Olivia Bee ha ottenuto molto presto le prime commissioni commerciali che ha affiancato a un lavoro autobiografico, sviluppando una sensibilità strettamente contemporanea che ammicca al linguaggio della moda e dell’arte, con una forte sensibilità introspettiva. Interessante anche Petra Collins, una delle figure di punta della così detta fourth wave femminista, che sta trovando in Instagram il proprio strumento di elezione, coltivando un immaginario femminile che sovverte gli stereotipi visivi sulla donna riappropriandosene e accentuandoli fino al paradosso. Collins fotografa se stessa e le proprie amiche in un mondo rigorosamente “rosa” popolato di unicorni e stelline, il tutto con un grado di consapevolezza e autoironia che in realtà mette alla berlina i luoghi comuni di genere.

Che opportunità di lavoro si offrono oggi attorno al mondo della fotografia?

Le opportunità di lavoro possono probabilmente nascere più nell’ambito della creazione di contesti per la fotografia, piuttosto che nella mera produzione di immagini. Credo infatti che ci sia molto più bisogno di strategie e mercati per una fruizione ragionata delle immagini invece che di nuove immagini tout court. Rispetto al passato, inoltre, bisogna registrare un decisivo cambio della committenza: se un tempo l’editoria era il motore dell’industria fotografica, oggi – quando le aziende guardano a Instagram sia come canale attraverso cui arrivare al proprio target, sia come piattaforma attraverso la quale coltivare un immaginario legato al proprio marchio che non passa più attraverso canali pubblicitari convenzionali ma che arriva al cuore dei consumatori attraverso le immagini di qualche famoso instagrammer – la fotografia è orientata ( e prodotta) soprattutto dai brand.

Progetti futuri…

IMG_3912_2Al momento sto curando ‪#VIAvisioninairport‬‬‬‬‬‬, un progetto prodotto per l’Aeroporto di Napoli e basato sull’idea di fare dell’aeroporto un luogo di visione consapevole, muovendo una riflessione sull’immagine attraverso diverse proposte: una serie di clip video dove lancio spunti di discussione sulla mobile photography, una mostra, ‪#‎SlideluckOnBoard‬‬‬‬‬‬, nata dalla selezione dei progetti fatta per l’evento Slideluck Naples, un contest Instagram, ‪#‎NaplesInTheAir,‬‬‬‬‬‬ in cui s’invitano i passeggeri in transito dall’aeroporto a raccontare il proprio viaggio con un’immagine e a postarla su Instagram.‬ Guardando più avanti, i miei progetti si concentrano sulla scrittura di un terzo libro e, spero, nella realizzazione di una produzione video legata all’approfondimento fotografico.

 

 

photo courtesy: Irene Alison

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