L’assente inquietante

L’unico interlocutore sui fondi diretti dell’Unione Europea, sezione “Europa Creativa” non mostra segni di volontà di interfaccia con il pubblico, neanche con un pubblico di potenziali esperti

Il grande dibattito che riguarda ed ha riguardato la riforma della cultura dell’odierno ministro della cultura Dario Franceschini, ha in parte offuscato un altro problema principale, ironicamente oggetto principale della riforma stessa: la necessità di una maggiore imprenditorialità rivolta alla gestione dell’arte in senso europeo.

L’isolazionismo nella quale vertono la maggior parte delle strutture artistiche nei confronti del territorio circostante è stato la causa della ratio della riforma: ottimizzazione per maggiore apertura e valorizzazione. Nonostante la presenza di questo sprint riformatore e di questo ampio progetto di riqualificazione, ottimizzazione e valorizzazione delle strutture già presenti sul territorio della nostra penisola di casa, gli uffici del Creative Europe Desk di Roma, sono ancora inaccessibili (nonostante il sito web 3.0, i canali social aggiornati e la creazione di una newsletter).

Lo staff dell’ufficio si compone maggiormente di professionalità formatesi nel contesto del vecchio programma europeo della cultura.

Dalle attività programmate e dalle iniziative di cui si occupa l’ufficio, non si rilevano, neanche ad un acuto osservatore, le linee guida del nuovo piano di investimenti (e quindi di progetti europei) devoluti all’ambito artistico.

Le risorse totali messe a disposizione della commissione europea per il fondo Europa Creativa sono il 9% maggiori dei fondi cultura precedentemente stanziati e, per la programmazione europea che terminerà nel 2020, ammontano a 1.46 miliardi di euro.

I progetti ed i bandi includono ogni sottogenere di creazione artistica o di progetto artistico: laddove non fossero soddisfatte le esigenze di un singolo, gli altri programmi europei potrebbero supportare le attività di digitalizzazione o conservazione del patrimonio artistico. Le call (richieste di proposte progettuali) aperte e pubblicate dalla commissione europea non sono neanche aggiornate all’ultima pubblicazione sul sito italiano.

La prosopopea sulla mancanza di fondi in cultura e sulla mancanza di presenza di imprenditorialità culturale potrebbero essere sensibilmente ridotti se gli uffici preposti alla condivisione e all’incentivo del cambiamento seguissero le direttive dateci dall’Unione Europea al riguardo.

Ciò che emerge dai ripetuti tentativi di contatto telematico e dall’analisi degli eventi organizzati dall’ufficio rappresentante del programma Europa Creativa a Roma è che c’è ancora una sostanziale discrepanza tra il pubblico di queste iniziative (che si compone principalmente di addetti ai lavori) e il pubblico reale degli investimenti europei.

L’Italia è uno dei paesi penalizzati pecuniariamente dalla Commissione Europea per il mancato utilizzo dei fondi europei; la presenza sul territorio di questi uffici dovrebbe aumentare la consapevolezza dei potenziali attori coinvolti negli investimenti (cittadini con velleità progettuali e potenziali fruitori dei progetti, quantomeno) e attuare strategie di diffusione capillare delle modalità di fruizione dei fondi. Il ruolo di formatori di opinioni o di mera diffusione del materiale (reperibile facilmente direttamente dal sito della Commissione Europea) non è negli obbiettivi del piano settennale di investimenti europei.

Laddove la società contemporanea ci invita, ci spinge e ci costringe a connessioni sempre più frequenti e diffuse, l’esigenza del cittadino europeo e potenzialmente del progettista europeo sono quelle di interfaccia efficiente con un ente atto al reperimento di dati e alla fornitura di una adeguata “messa in rete” dei potenziali attori dei progetti e delle riforme dell’ordinamento del mondo dell’arte.

Laddove sia lo staff che l’ufficio non incontrino queste esigenze, diventa urgente e necessaria la formazione di gruppi di interesse rivolti allo sviluppo delle idee progettuali e di formazione di figure professionali atte al contatto internazionale, oltre che europeo.

Quando le strutture preposte a tale scopo risultino inefficienti la presenza di potenziali professionisti formati potrebbe esplicarsi in una diffusa frustrazione e perdita di fiducia nelle istituzioni: ciò che i giovani progettisti culturali possono rappresentare non è certo questo.

Il nostro paese è sulla via di una grande modernizzazione della struttura della fruizione dei beni culturali, seguendo le diverse forme dell’evoluzione della modernità. La visione del futuro che oggi accomuna la nuova generazione di professionisti nel campo della cultura (in tutte le sue forme) si compone principalmente di un campo semantico: quello della connettività.

Connettività in quanto riproducibilità e potenziamento continuo di paradigmi obsoleti che mirerebbero a rallentare ed incancrenire il contesto culturale e sociale nel quale i giovani di oggi si trovano ad operare. In tempi di ripresa (?) dalla crisi economica e di mancanza di ottimizzazione delle risorse esistenti, la risposta che ci viene suggerita dalle direttive europee è quella della “sostenibilità”.

Insostenibile è un mondo di uffici statici e chiusi all’esterno: sostenibile è la condivisione delle buone pratiche e l’interfaccia creativa.

In questo senso avviene la presentazione della necessità di un intervento maggiore del capitale privato in economia (anche in economia dell’arte): il privato, spesso, non risiede in inoppugnabili torri d’avorio finanziate 10 anni fa da Bruxelles.

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