Intervista a Maurizio Morra Greco

 

Maurizio Morra Greco è tra i collezionisti più importanti in Italia. Ha deciso di creare una fondazione a Napoli che avesse come nucleo centrale la sua stessa, meravigliosa collezione. La fondazione continua a crescere attraverso un’attività di acquisizione e committenza. Realizza mostre, conferenze e workshop, puntando su artisti internazionali emergenti, che a volte invita a trascorrere del tempo in città e a lasciare le proprie tracce. Abbiamo Intervistato Morra Greco, in occasione della ristrutturazione della sede storica della fondazione, per parlare della sua collezione, di arte contemporanea, di rapporto pubblico-privato e di tanto altro ancora.

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Maurizio Morra Greco

 

 La sua è una collezione straordinaria: artisti differenti, provenienti da continenti differenti, che lavorano sui supporti più disparati. Qual è il leitmotiv, l’elemento unificatore della collezione? Ci sono opere cui attribuisce maggiore importanza o che ricorda con maggiore affetto?

 Il fil rouge della mia collezione risiede tutto nel mio gusto personale, non in qualcosa che le opere devono avere che esuli dal fatto che mi piacciono. Attraverso le opere, ho ottenuto una sorta di ritratto di me stesso. Sono tante tessere di un mosaico: guardate da vicino, appaiono varie, colorate in maniera diversa; da lontano, invece, rivelano l’immagine di quello che ho costruito. La relazione non è dunque tra le opere nel complesso, ma piuttosto tra me, ciò che io penso, e loro; è una triangolazione di gusto, non un’assonanza estetica o logica. Non saprei definire esattamente cos’è che mi piace in un’opera, non è un ragionamento intellettuale, piuttosto un istinto. E, se sei capace, realizzi perché operi determinate scelte, ma soltanto quando è passato un po’ di tempo. Nella mia collezione tutte le opere hanno pari importanza. Alcune sono legate a momenti particolari della mia vita, ma direi che mi risulta impossibile stilare una classifica. Certo alcuni artisti sono più vicini alla mia personalità, condividiamo un’affinità maggiore, mentre per altri l’apprezzamento è tutto intellettuale. Tutti, però, sono funzionali a creare il mosaico di cui parlavo.

Quando e come nasce l’idea di condividere con il pubblico la fruizione delle sue opere?

 La fondazione nasce in un momento di emergenza: a Napoli c’erano galleristi straordinari, che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea italiana e internazionale, ma non esistevano spazi istituzionali. Il Madre non era ancora nato, e neanche il Pan. L’idea era quella di creare un luogo in cui tutti potessero vedere l’arte contemporanea, quella più emergente, ma svincolata da attività commerciali e quindi da certi parametri.

La città, in effetti, ha da sempre reagito con grande interesse alle sue iniziative. C’è un rapporto profondo con Napoli, dato già dall’ubicazione della fondazione nel cuore del centro storico. Lei ha lavorato con diversi artisti del territorio, quali Betty Bee o Giulia Piscitelli. Ha portato avanti progetti di residenza di artista. Qual è il suo rapporto con il territorio? Crede che Napoli costituisca ancora un luogo di grande attrazione per gli artisti?

 Il tema è che non si può prescindere dal territorio, ma questo non vuol dire territorialismo o localismo. Quello di territorio non è un concetto astratto, la fondazione vi è calata dentro, non credo possa funzionare un trapianto tout court in un altro luogo. Per questo l’attenzione per il locus informa tutta la mia attività. Napoli è di grandissima attrazione per gli artisti, oggi più di ieri. È molto più di quello che i napoletani immaginano. L’essere napoletani ha, in effetti, delle caratteristiche specifiche, e tra queste c’è quella di sottovalutare il luogo in cui si vive. È un atteggiamento strabico però: Napoli la si odia, ma guai a chi la tocca! È una tendenza propria di quello che siamo, ma oggi è il momento di correggerla e di tesaurizzare. Le persone che vivono fuori sanno apprezzare Napoli per quella che è: un luogo che, non tanto in termini di sostegno, quanto di vera e propria creazione, è fra i più importanti al mondo. Il percorso di un artista che viene in città, produce delle opere e le espone è un percorso aureo.

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Fondazione Morra Greco, veduta dell’installazione di Robert Kusmirowsi. Courtesy Fondazione Morra Greco

La fondazione è un punto fermo della città. Oggi sta affrontando un grande cambiamento: la ristrutturazione degli spazi di Palazzo dei Principi Caracciolo di Avellino. Quali saranno le novità?

 La ristrutturazione è per me una sfida importante. Il punto è che quando raggiungi una certa credibilità hai degli obblighi verso te stesso, gli artisti e il pubblico. Occorreva trasformare la struttura, nata come emergenziale, in una che avesse le gambe più solide e rispettasse parametri confacenti a quelli internazionali. È certo un grande cambiamento, non privo di insidie. Cercherò di essere bravo a tenere la barra dritta. Molto dipende dalla risposta che il pubblico darà, ma credo che, opportunamente gestita, sarà soddisfacente.

La sua è una fondazione a patrimonio misto pubblico-privato. Secondo lei, in un periodo di tagli drastici e di focalizzazione delle istituzioni pubbliche su temi diversi, il modello misto rappresenta il futuro del settore culturale?

 Sicuramente è una delle possibili e più proficue strade da percorrere. Il tema è che quello pubblico-privato è un rapporto complicato, inficiato da molti tabù. Per cominciare, manca una fiducia reciproca. Le due entità hanno matrici e psicologie differenti, che ostacolano una comprensione effettiva. Ma ci sono anche delle caratteristiche positive, diverse e complementari. Il gioco sarebbe fondere queste due anime e utilizzare gli aspetti positivi di entrambe. Il settore pubblico gode dell’importanza di essere pubblico, ha una funzione sociale per così dire genetica, un prestigio, delle strutture forti, di per sé rilevanti, ma anche un incedere lento e burocratizzato in maniera spinta. Inoltre non è sempre coerente, laddove c’è un ricambio dei funzionari. Il settore privato parte con un minore prestigio, non ha una funzione pubblica, ma spesso ha dalla sua una mentalità più omogenea, più coerente nel tempo; inoltre è più rapido nelle risposte, perché meno burocratizzato. Se il pubblico mette a disposizione i suoi aspetti positivi e così fa il privato, ne nasce un giocattolo fenomenale, altamente competitivo. Questo rapporto deve avere un obiettivo fisso, d’interesse generale, e va ancora regolamentato in questo senso, nel rispetto di tutte le parti in causa.

Lei è nel consiglio di amministrazione del comitato delle fondazioni, che raccoglie importanti realtà da tutta l’Italia. Come procede il vostro lavoro? Quali sono le linee guida cui vi ispirate?

 Il comitato nasce in risposta al Decreto Franceschini che in qualche modo, per la prima volta, disciplina il rapporto pubblico-privato. Come ho già detto, questo rapporto è estremamente complesso. Uno dei tabù è quello di credere che il privato sia da coinvolgere soltanto nella misura in cui può portare soldi. In realtà, al netto di quelle economiche, ha molte risorse utili. L’argomento è complesso e il Ministro l’ha affrontato. Il comitato nasce per fornirgli un interlocutore e contribuire a risolvere questo problema. Lo stiamo sviscerando, non è semplice e ci sono diversi approcci che possono essere ingaggiati. Ma credo sia un sistema che dà una grossa mano in questo senso. Il grande tema è quello del welfare, è questa la nostra linea guida. Musei e fondazioni non possono solo accumulare opere, devono diffonderle. E nessuna persona che vuole gestire un’attività estroflessa, aperta verso l’esterno, può prescindere da un aspetto del genere. L’obiettivo è diffondere la cultura con tutti i sistemi possibili, e con l’arte contemporanea ce ne sono tanti. Il problema risiede proprio nel fatto che la cultura contemporanea è contemporanea, non è concentrata ma diffusa, ci pervade ma noi non riusciamo in realtà a percepirla. La cultura datata è più facilmente identificabile, riconoscibile e quindi gestibile. Una cosa finita e definita può essere meglio studiata, compresa, se ne possono conoscere i rimandi e la si può inserire in un perimetro elastico. Le cose in evoluzione sono più difficili da percepire e impossibili da definire. Ogni secondo crea i propri confini. I produttori e i recettori devono avere degli strumenti efficaci per comprendere, delle chiavi per leggere. Poi ti accorgi che tutto è contemporaneo, ma questa è un’altra storia!

Non sembra che il punto di arrivo della sua attività sia la fondazione. Quali sono i suoi progetti futuri?

Sicuramente continuo con la mia fondazione, implementandola. Dal 2010 ho iniziato a portare avanti una nuova idea, quella di una macroregione del contemporaneo. L’equazione in cui credo profondamente è quella tra cultura e territorio: non esiste una cultura senza un territorio e viceversa. Idealmente potrebbe certo esistere un museo su Marte, ma sarebbe il museo del vuoto! Se questo concetto è esatto, diventa prioritario avere un territorio ampio su cui lavorare e su cui sviluppare un discorso d’arte. L’idea è quindi quella di connettere territori omogenei da un punto di vista storico e culturale, territori nei quali tra l’altro ci sono meno strutture museali, per dare il via a una sorta di ‘museo diffuso’ sulle regioni meridionali. Il progetto è stato portato avanti innanzitutto con la regione Puglia, con qualche interruzione. Le attività, però, continuano.

L’idea del binomio territorio-cultura è molto affascinante. Del resto, soprattutto nel sud dell’Italia, si tende a credere che l’unica esigenza sia quella di tutelare un patrimonio ereditato e sicuramente in uno stato di conservazione emergenziale. Non crede sia anche necessario provvedere a una programmazione a lungo termine che tenga conto delle enormi energie nuove che circolano per questi territori?

 Lo sviluppo della cultura non si dispiega in maniera alternativa. Mi spiego. Quando conserviamo, non possiamo non guardare a ciò che nel frattempo evolve. Ciò che conserviamo contribuisce a evolvere e viceversa. L’arte ha il vantaggio di non morire mai, è sempre viva, quindi non è possibile fare un discorso di incapsulamento in compartimenti stagni, di distinzione. Mi viene da pensare a tanti ingredienti in una stessa pentola, che vanno cucinati tutti assieme. Il tutto è tutto e deve essere considerato nella sua interezza. La gestione culturale è tout court, non è particolare. In Italia, un ragionamento di sola tutela dell’antico tende a schiacciare quello sul contemporaneo. Il punto è che questa segmentazione non è possibile, l’arte è come la vita e va considerata nella sua interezza. Soltanto quando si ha una visione complessiva e ispirata vale la pena scendere in campo. Capisco che i fondi sono pochi, ma è proprio per questo che diventa così interessante la figura di un manager culturale. Il privato, proponendo la formazione di figure di questo tipo, viene in soccorso al pubblico. Ancora una volta, quindi, pubblico e privato s’intrecciano, ma è una strada lunga, c’è ancora tanto da fare. Ci sono tabù persistenti, retaggi del passato stratificati nel tempo. Bisogna porsi con un animo netto e mettere al centro l’interesse generale, svincolarsi dal particolare per arrivare ancora al tutto, al generale, come diceva Giovanni Anselmo. Bisogna abbattere i pregiudizi e trovare persone disposte a perseguire il fine dell’interesse generale attraverso il percorso più efficace, prima di passare per forche caudine legislative e burocratiche. La cosa più antica in Italia non sono le rovine archeologiche, ma la burocrazia.

Le andrebbe di dare qualche consiglio a noi studenti del master?

 Più che qualche consiglio, vorrei esprimere una consapevolezza. Oggi tutte le strutture culturali, anche le più finanziate e sostenute, devono fare i conti con l’aspetto economico. La formazione di figure professionali che abbiano queste conoscenze è fondamentale. In un’Italia avara di occupazione e di occasioni è corretto e incoraggiante lavorare in questo senso. Chi dovesse uscirne con le giuste capacità ha chance enormi di trovare un impiego. Insomma, sono contento dell’iniziativa e ho fiducia nei risultati!

http://www.fondazionemorragreco.com/

http://www.comitatofondazioni.it/

Mariagisella Giustino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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