Theca Gallery: intervista ad Andrea Carlo Alpini.

Andrea Carlo Alpini, gallerista - Theca Gallery Milano copy

Andrea Carlo Alpini, gallerista Theca Gallery, Milano

Dopo una laurea in Architettura al Politecnico di Milano e un Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali de Il Sole 24 Ore, Andrea Carlo Alpini ha deciso di avviare il suo progetto imprenditoriale: la Theca Gallery. Sui banchi del Master è nata ed è maturata la sua idea di business legata al concetto di galleria di ricerca, incentrata sulla scoperta di artisti emergenti non ancora entrati nel mercato dell’arte. Nata inizialmente a Lugano, in seguito il progetto ha cambiato forma e ha deciso di portare la sua proposta a Milano, in una zona – Porta Venezia – artisticamente dinamica e storicamente riconosciuta.

 

Un viaggio per Lugano non di sola andata…

Lugano era una città che mi dava la possibilità di internazionalizzare il mio progetto attraverso figure professionali che potessero entrare nel mio modello di business. Personalmente andare in Svizzera significava imparare un metodo e un rigore lavorativo. Durante la mia esperienza a Lugano ho capito che, lavorando molto sulla ricerca, sullo spazio e sull’installazione, avrei avuto modo di valorizzare il mio progetto per poi portarlo a Milano: una città culturalmente molto viva e alla quale sono molto legato.

 

Dove nasce il nome Theca Gallery?

Volutamente ho scelto di non chiamare la galleria con il mio nome, ma di usare un acronimo che sta per The Contemporary Art Gallery. Il nome Theca, inoltre, è portatore dei significati: “conservare” e “tramandare”, ecco, sono questi i valori sui quali si basa il mio lavoro di gallerista.

 

Quali sono state le difficoltà maggiori da superare alla partenza del tuo progetto?

La vera sfida all’inizio del mio percorso è stata pianificare un progetto aziendale e, di conseguenza, pensare a un modello di business con cui operare in Svizzera, ma che allo stesso tempo fosse internazionale. Lugano non era la meta da raggiungere, ma il punto iniziale da cui aprirsi verso l’Europa.

 

Chi è Andrea Carlo Alpini?

Ho sempre in mente una canzone del 1964 di Bob Dylan, The Times They are a-changin’. Da questa ho ricavato le mie 3T per non affondare: Tenacia, Tolleranza e Talento.

 

Dammi tre aggettivi per descrivere la galleria, adesso …

Audace, Ardita, Acuta.

 

Che elementi contraddistinguono il tuo spazio rispetto ad altre gallerie?

Lo spazio di Theca è un luogo di riuso, originariamente domestico, è stato trasformato in galleria con una matrice tipicamente nordeuropea. È composto da due stanze di notevole altezza, con tre ampie finestre che affacciano su via Tadino. L’illuminazione è diafana, le pareti e il pavimento sono completamente bianchi e lo spazio espositivo è così percepito dall’esterno come una teca luminosa.

 

Raccontami l’intervento più audace della galleria finora.

L’operazione che mi è maggiormente piaciuta è stata lavorare con lo spazio per l’inaugurazione della galleria a Milano (19 febbraio 2015): avevo deciso di fare una mostra site specific lavorando con l’artista Federico De Leonardis. L’idea è stata quella di scomporre lo spazio per ricrearlo e darne una nuova visione. L’esposizione era composta di un’unica opera ambientale, Fessura in punto linea e superficie. Il coraggio è stato proporre un progetto potente che contraddistinguesse e qualificasse la galleria rispetto al modo di lavorare delle altre e nei confronti dei mutevoli contesti culturali e di mercato.

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Federico De Leonardis, Petrarca + Fessura in linea punto e superficie con compressione, installazione ambientale, 2015, Theca Gallery Milano

 

Com’è nato il tuo interesse per gli artisti mediorientali?

Ad agosto 2012 mi trovavo a Kassel per vedere la mia prima dOCUMENTA e, se non fossi “inciampato” nell’ex Ospedale elisabettiano, il mio intenso interesse professionale per il Medioriente non sarebbe esploso. L’architetto e teorico Robert Venturi diceva del suo grande maestro Louis I. Khan: “Lui inciampa nelle rovine della storia, io nelle lattine di Coca-Cola”, bisogna scegliere dove inciampare. Io non ho scelto di imbattermi nel Medioriente delle culture lontane ed esotiche che storicamente hanno affascinato gli europei, ma ho scelto quello che ha fatto irruzione nella mia vita da bambino, vedendo un telegiornale che parlava di Iraq, Kuwait, Afghanistan, Iran, Azerbaigian e Kirghizistan. Dopotutto, questo Medioriente è sempre appartenuto alle nostre generazioni e la mostra Beyond The Curtain racconta la stessa realtà vista da due punti di vista diversi: così vicini, così lontani.

 

E i viaggi che ti hanno cambiato invece?

Il primo vero viaggio che mi ha cambiato è stato un lungo soggiorno nel 2007 ad Alexandria d’Egitto. In quel periodo mi occupavo della progettazione urbanistica e– macro-infrastrutturale del Delta del Nilo con il Politecnico di Milano. Vivevo ad Alexandria e lavoravo con missioni archeologiche al fianco di architetti, ingegneri, economisti. Un viaggio che mi ha molto cambiato. Il secondo viaggio è stato nel 2009, alla ricerca delle identità culturali architettoniche della Svizzera, tra modernismo e contemporaneità. Il classico viaggio “on the road”: ero partito con un amico e la nostra auto era stracolma di dispense, libri, planimetrie, piante e sezioni. Cercavamo edifici e non sapevamo nemmeno se li avremmo mai trovati, alcuni erano solo citati su vecchie fonti bibliografiche. Il terzo è stato un viaggio che ho fatto da solo nel 2014. Sono partito per andare a visitare la 5a Biennale di Marrakech: mi sono perso in installazioni pazzesche per una settimana, poi sono tornato e ho cambiato il mio modo di percepire l’arte contemporanea.

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Andrea Carlo Alpini, Taccuini alessandrini (Heracleion), scalo ad Athene sulla via per Milano, 27 novembre 2007

 

Qual è la tua bibliografia di riferimento?

Sono molti i testi che avrei voluto inserire in questa risposta, ma ho scelto cinque “mile stones” che sono fondamentali per me. Quando li ho letti, mi hanno cambiato e hanno influenzato anche il mio modo di progettare e interpretare la vita. Il primo libro è The Formal Basis of Modern Architecture di Peter Eisenman (The Cambridge Press, Cambridge, 1963); il secondo è, invece, un bellissimo testo teatrale di Albert Camus, il Caligola (Bompiani, Bologna, 2000); il terzo volume è un testo filosofico: Gilles Deleuze e Francis Bacon, The Logic of Sensation (University of Minnesota Press, Minneapolis, 1998); il quarto è stato fondamentale per aiutarmi a osservare e a comporre immagini e cioè la Teoria generale del montaggio di Sergej M. Ejzenstejn (Marsilio, Venezia, 2004). Il quinto e ultimo libro è per me un pilastro: Manifesti del Futurismo, a cura di Viviana Birolli(Abscondita, Milano, 2008).

 

E la tua discografia essenziale?

Tre dischi per me fondamentali che hanno segnato delle tappe sono:il vinile Collage del gruppo Le Orme(Philips Records, Amsterdam, 1971) che ho ascoltato per la prima volta nel 2003; il disco The Boatman’s Call di Nick Cave & The Bad Seeds (Mute Records, London, 1997), ascoltato ripetutamente una piovosa domenica mattina di settembre in Irlanda (era il 2004) e, infine, Ágætis byrjundei Sigur Rós (Fat Cat Records / Smekkleysa, Reykjavik, 1999), inseparabile disco dei primi tre anni di studio alla Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano.

 

Ultima e immancabile domanda: la mostra che avresti voluto vedere e non hai visto?

Sarò banale, credo lo dicano in molti, ma quella mostra per me è When Attitudes Become Form cura di Harald Szeemann presso la Kunsthalle di Berna, nel 1969. Mi sono accontentato del catalogo riedito da Fondazione Prada, un buono strumento di studio.

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When Attitudes Become Form (Joseph Beuys, Bill Bollinger, Keith Sonnier), a cura di Harald Szeemann, Kunsthalle di Berna, 1969 copy

 

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