INTERVISTA A FRANCESCO CASCINO

Francesco Cascino, fondatore, direttore artistico e vice presidente dell’associazione culturale ARTEPRIMA, è un Art Consultant, specializzato in arte contemporanea e progetti culturali di nuova generazione. In particolare cura e progetta collezioni per amatori, giovani collezionisti ed esperti, aziende e istituzioni, amministrazioni e fondazioni. Inoltre progetta e realizza format di produzione culturale e workshop per aziende, privati e istituzioni, allo scopo di sostituire i linguaggi della pubblicità con quelli dell’arte, più profondi, indagatori e incisivi.

Francesco Cascino

Francesco Cascino

 

Come è passato da una laurea in Scienze Politiche e varie esperienze lavorative nelle risorse umane, ad occuparsi di Arte contemporanea?

“Sin da piccolo ho sempre voluto lavorare nel mondo dell’arte, poi mi sono ritrovato ad occuparmi di risorse umane, il lato umano dell’azienda ma, quando l’impresa ha smesso di badare alla produzione, al processo e alla qualità dell’output per migliorare la vita dell’uomo, focalizzandosi solo sui suoi interessi diretti, ho scelto di intraprendere la strada della cultura. Ho sempre avuto la passione per il dialogo, la formazione e il confronto e negli anni ho capito che tra l’impresa, le risorse umane e il mondo artistico non c’è alcuna differenza, specialmente se si analizzano dal punto di vista delle pratiche utilizzate”.

Dove e come nasce l’idea di fondare un’associazione di inclusione sociale come Arteprima?

“Nasce dalla riflessione per cui i bisogni dell’uomo non possono essere presi singolarmente, anzi è il micro-ecosistema individuale e collettivo di ognuno di noi che deve essere preso in esame, passando da un’inclusione sociale, già presente nelle associazioni, ad una culturale, legata alle relazioni nel luogo di appartenenza e sviluppata tramite ragionamenti creativi, i cui processi di crescita derivano dalla sinergia tra arte, design e architettura e il sistema antropologico”.

Curiosando sul sito di Arteprima mi ha colpito, tra le altre cose, la progettazione di format di edutainment e workshop dedicati alla relazione e alle conseguenze che l’arte può avere su individui, società, ed economia. Come nascono?

“Nascono dall’idea che l’arte si trovi in ognuno di noi: bisogna solo imparare a vederla e capire che ci è propria. Anche i gesti compiuti giornalmente sono arte e non differiscono troppo dal lavoro svolto dagli artisti, che, “semplicemente”, riescono a sofisticare e sviluppare i gesti e le forme che facciamo inconsciamente. Per aiutare le persone a vedere l’arte innervata dentro di noi ci avvaliamo dei nostri workshop ABContemporary“.

In cosa consistono questi workshop?

“Sono seminari interattivi in cui si racconta la storia dell’arte dalla Grecia ai nostri giorni e le sue dirette conseguenze sulla crescita collettiva e sull’evoluzione individuale, attraverso le immagini di opere d’arte e i dialoghi con i partecipanti. Vogliamo far scoprire quelle cose che già sappiamo ma spesso dimentichiamo, vivendo di automatismi sociali che l’arte ha già scardinato. Una volta capito come l’arte scardina questi automatismi sociali, ridandoci un certo senso critico, abbiamo due risultati: la consapevolezza e il divertimento nello scoprire l’arte nelle nostre vite”.

Scampone

State collaborando a qualche progetto con la Fondazione Volume?

“La Fondazione Volume ha scritto un magnifico progetto che si chiama: “Parco Nomade”, curato da Achille Bonito Oliva con la collaborazione dell’ Assessorato alle Politiche Culturali e della comunicazione del Comune di Roma, che consiste in una serie di moduli abitativi fatti da artisti e architetti, detto nomade perché può essere spostato in qualunque parte del mondo. Arteprima, con Fondazione Volume, ha il compito di sviluppare e diffondere lo scopo di queste unità attraverso la formazione, in grado di ricreare quelle armonie, di cui parlavamo prima, in ogni quartiere e quindi ripercuotersi sull’intera città”.

Svolgete moltissimi Cooltural Trip con Arteprima. Che idea c’è alla base?

“I Cooltural Trip nascono dallo slogan: “Esplorare la complessità del presente”. L’idea è che dalle ceneri di un luogo possa nascere, nel presente, una sinergia tra arte, architettura e design e per capire come queste tre cose abbiano influito sullo sviluppo sociale e culturale di quello spazio andiamo a visitarli. Un esempio sono i quartieri della sharing economy e dei Co-working milanesi, che, oggi, comprendono una vasta area periferica della città, scelti perché al loro interno c’è l’idea che, mettendo insieme persone diverse, che possono essere un calzolaio, un direttore di banca, un artista…, emerga un nuovo processo legato proprio al fatto che non si erano mai parlati, essendo ancorati ad automatismi sociali che non lo prevedevano. Il design, l’arte e l’architettura, lavorando in sinergia, rompono gli schemi collegando le varie tradizioni di un quartiere e permettendogli di incontrarsi. La nostra intenzione è di andare a vedere cosa generano queste tre discipline negli abitanti e nelle loro relazioni con il quartiere”.

C’è qualche criterio particolare nella scelta dei luoghi da visitare?

“Quando andiamo anche in luoghi interessanti, anche storici, ad esempio, cerchiamo sempre di farlo in relazione ai segni che l’arte ha lasciato sul territorio stesso, generando sviluppo, e siamo affiancati dalle associazioni culturali territoriali o dai nostri Soci che sono di quei luoghi e quindi conoscono la situazione sociale legata ad un monumento e non soltanto la sua storia, andando sempre a scavare per scoprire cosa si nasconde dietro ogni pietra che compone un monumento e il processo filosofico alla base della sua realizzazione”.

Oggi il problema del degrado sociale, spesso associato alle periferie, è molto discusso. Quali sono le problematiche da voi riscontrate nelle città italiane?

“Per capire le problematiche legate a queste zone della città ci avvaliamo del dialogo con i residenti per poi filtrare le loro risposte attraverso gli occhi degli artisti, creando opere con le quali queste persone si possono relazionare tutti i giorni. Nelle periferie non c’è degrado sociale, anzi c’è un livello di attenzione ai bisogni dell’uomo molto più alto rispetto a quello che si trova nel centro città, dove risiede la vera decadenza, bisogna solo farlo emergere. Come vi raccontavano gli artisti Alfredo Pirri e Filippo Riniolo, durante la gita al Pigneto descritta nell’articolo: “La cultura nelle periferie: il caso del Pigneto” di Alessio Innocenti, bisogna tornare ai valori che i poveri vivono tutti i giorni, legati alla semplicità del vivere quotidiano e l’autenticità dei rapporti. In quest’ottica gli artisti vogliono creare dei luoghi che annullino le prospettive spazio temporali, per permettere alle persone di riscoprire il puro piacere ma anche il bisogno di stare insieme, slegato da tematiche di convenienza e di obbligatorietà, che creano un vero e proprio malessere nella comunità”.

Quando si lavora con questo tipo di problematiche, si rischia di incorrere nel fenomeno, sempre più diffuso, della “gentrificazione”, qual è, per lei, il modo migliore per evitarlo?

“Purtroppo ad oggi non si può fare granché, nel senso che: se il quartiere rinasce basandosi su un’identità vera, profonda ed autentica, in grado di generare un amore sensoriale ed intellettuale nelle persone che vivono in quartiere e che quindi lo comprendono fino in fondo, scatta una certa difesa dall’invasione insensata della “gentrificazione”. Altrimenti, come sta succedendo al Pigneto, non essendoci un’identità solida e radicata, ma essendo solo legata a ciò che è cool, è destinata a nascere e morire, come avviene nella moda stessa, cioè di vestire per tre mesi e poi passare oltre”.

Quali sono gli interventi che, secondo lei, bisogna attuare, non solo per riqualificare le aree urbane, ma per permettere agli abitanti di tornare a viverle a pieno?

“Partendo dal presupposto che le radici del design, dell’architettura e dell’arte sono immortali, si comprende come riescano a percepire i bisogni legati alla quotidianità dell’uomo: pensare, immaginare, amare, mangiare. Risolvere questo tipo di necessità equivale a risolvere dove abitare; se per farlo ci si avvale dell’intero quartiere allora gli abitanti s’innamoreranno del luogo dove vivono e combatteranno per esso, continuando a valorizzarlo”.

Photo courtesy: Francesco Cascino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...