Fare impresa culturale: le buone pratiche. Intervista ad Alessandro Rubini.


Alessandro Rubini è Programme Officer di Fondazione Cariplo e Projet Leader di Distretti Culturali e iC-innovazione culturale. Lo abbiamo intervistato in occasione delle sue lezioni all’8° Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali. Oggi ci spiega cosa significa fare impresa culturale ed innovazione, e cosa fa Fondazione Cariplo per sostenerla.

rubQual è l’idea alla base del progetto “Distretti Culturali” di Fondazione Cariplo avviato negli anni scorsi?

Distretti Culturali nasce dalla consapevolezza di dover colmare un bisogno: il settore della cultura è carente di una visione strategica ed è inserito in un contesto dove il policy making è estremamente frammentato. Le politiche culturali sono sconnesse dalle politiche di sviluppo e dal sistema produttivo. L’idea alla base del progetto è dunque quella di rafforzare il settore culturale attraverso logiche di integrazione e coordinamento; integrazione con gli altri settori produttivi del territorio.

Dal 2010 grazie al progetto si sono avviati 6 distretti. Perchè Fondazione Cariplo ha scelto di sostenerli?

Il carattere decisivo è stato quello della credibilità. I sei scelti sono riusciti a trasmettere la capacità di pianificare il senso delle azioni dando comunque una certa flessibilità alle strategie.

Quali caratteristiche dovrebbe avere un’impresa culturale per convincere Fondazione Cariplo ad investire su di essa?

Innanzitutto l’utilità e la proposta nel contesto dove andare ad agire, la value proposition deve essere coerente con il cambiamento che si propone. In secondo luogo la sostenibilità economica, la concreta fattibilità dal punto di vista economico; sebbene vi siano numerose idee vincenti e giuste, poi nella pratica le stesse sono infattibili.

Cosa è avvenuto dopo il 2010, momento in cui sono stati elargiti i fondi a sostegno dei 6 distretti?

La Fondazione dopo aver proceduto con il finanziamento dei sei progetti, ogni sei mesi richiede una rendicontazione da parte del distretto ed ogni tre mesi una relazione dettagliata. Questo per riuscire a monitorare le diverse attività previste.

Cosa pensa a proposito del fatto che nei primi anni di vita le imprese culturali, e le start up in generale, subiscano un alto tasso di mortalità?

La principale causa è il team; le persone non sono così abituate a lavorare in team e non sono così abituate a rischiare tutto, cioè ad andare fino in fondo insieme.         Trovo che sia una vera e proprio difficoltà culturale, da affrontare assolutamente.         Ci sono poi degli errori di valutazione sulle contingenze esterne, che possono compromettere la buona riuscita di un progetto di impresa; anche se su queste si può lavorare. Diversamente, il lavoro culturale sull’approccio al rischio comporta un processo di evoluzione molto più lungo.

A differenza del sistema di investimento americano – dove anche il singolo è solito sostenere con propri fondi start up o imprese in cui crede – nel sistema italiano l’intermediazione bancaria risulta essere necessaria. Quali effetti pensa che possano esserci per le nuove imprese? Crede che le cose cambieranno?

In italia non c’è la cultura del rischio, i principali investitori nei primi anni di una strart up sono generalmente parenti e amici. C’è una paura altissima del fallimento; nel contesto americano c’è la cultura del rischio, va bene ed è giusto rischiare, fallire ed aiutare affinché vi sia una rinascita di qualcosa di migliore. In Italia no, ed è il motivo per cui è difficile investire e sostenere qualcosa di innovativo e nuovo. Ci vuole tempo perché questo scenario cambi. Oggi si inizia a fare impresa perché si ha sfiducia nel contesto attuale – siccome il contesto non cambia provo a cambiarlo io – ma chi inizia a fare impresa non è sempre in grado di farlo e ci si forza in un ambito mentale che non è il proprio, non si è propensi al rischio ma non si ha altra soluzione se non quella di rischiare; e la disperazione non è la buona strada per fare impresa.

Come avviene il dialogo tra le principali fondazioni bancarie e i policy maker?

Non vi è un’influenza diretta tra gli uni e gli altri; normalmente ci si confronta sugli indirizzi e sulle strategie in linea generale. Alla base del dialogo comunque c’è l’idea che si debba investire nelle giovani imprese culturali; poi si procede con dei protocolli di intesa al cui interno si prevedono degli stanziamenti (visto che spesso si collabora mettendo insieme fondi) e si portano avanti dei programmi.

iC-innovazione culturale: l’altro progetto portato avanti da Fondazione Cariplo. Di cosa si tratta?

Il progetto nasce con l’intento di promuovere le buone pratiche, quelle utili replicabili e sostenibili che siano tali da generare un impatto significativo nel modus operandi di condivisione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Il progetto prevede una raccolta di idee di innovazione culturale, anche non formalizzate come business model, che vengono selezionate e accompagnate fino alla creazione e all’avviamento in forma di impresa culturale. Molto spesso si preferisce intercettare le start up nelle fasi di immaginazione e rappresentazione dell’idea piuttosto che nella fase di realizzazione; questo perché è difficile distaccarsi da un’idea già realizzata ed abbandonare prodotti già prototipati. In questi casi il nostro aiuto è limitato.

Quali sono le prossime tendenze di Fondazione Cariplo nell’ambito del sostegno alle nuove imprese culturali?

Innanzitutto portare avanti iC continuando a lavorare sull’imprenditorialità a livello culturale e sociale e rinforzando molto le competenze digitali e le competenze internazionali. Si prospettano progetti per il lavoro; ci sarà una Job Factory che crei anche una cornice psicologica emotiva, capace di sviluppare la propensione al rischio d’impresa, di mettere insieme risorse interdisciplinari – designer, creatvi, ecc. – di favorire un ambiente di condivisione di idee ed esperienze. La collaborazione e la condivisione sono alla base dell’innovation management, perché non tutti gli altri sono tuoi competitor.

A cura di Giulia Vitali

 

 

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