Dieci domande a Sam Habibi Minelli

Sam Habibi Minelli, durante il suo intervento all’8° Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni culturali, ha esortato gli studenti ad affrontare i limiti (propri o contingenti) cercando nuove “barriere” da superare, apportando valore e qualità nella società.
Nato in Iran, cresciuto a Venezia, ha lavorato per oltre quindici anni presso gli Archivi Alinari a Firenze e oggi è project manager presso il GruppoMeta, azienda leader nell’ambito dell’innovazione culturale.
Ecco il ritratto di un “ingegnere atipico” che ha fatto della particolarità un punto di forza.

Sam H. MinelliIl suo profilo professionale denota una forte multidisciplinarietà, ce lo vuole raccontare?
Il mio profilo è trivalente: tecnologico, contenutistico e business.
La parte tecnologica è il risultato dalla laurea in ingegneria elettronica all’Università di Padova e delle attività di ricerca tecnologica; la parte contenutistica-culturale costruita sul campo in Alinari, che mi ha lasciato un imprinting direi religioso verso la valorizzazione della cultura. Infine l’aspetto business che è la trama su cui, in qualche modo e senza contrasto, si intrecciano i due precedenti. Mi spiego, business per me significa comunicazione, creazione di valore aggiunto, scambio: l’essenza è offrire qualità per una comunità di fruitori (monetizzabile per i prodotti e servizi, non monetizzabile per la formazione e la conoscenza). La mia “atipicità” sta nel fatto che la propensione alla tecnologia è dominata dalla marcatura culturale, non viceversa.

Qual è il percorso che l’ha portata a diventare un cultural project manager?
Per citare una fonte illustre, direi che mi limito ad “unire i puntini, a posteriori”. Molto spesso ci rendiamo conto delle scelte che abbiamo fatto solo dopo averle percorse fino in fondo. Dopotutto siamo tutti immersi in un flusso, come in una corrente d’acqua in cui navighiamo, cercando, in base alle nostre forze, di superare i nostri limiti con l’obiettivo di fare qualcosa di utile e costruttivo per la società.

Che cosa significa per lei essere cultural project manager?
Significa fare cultura in epoca moderna ed essere parte di un team (come i vogatori) di esperti culturali e tecnologici. In tutte le epoche creare significa essere innovativi, gli artisti sono sempre stati veri innovatori. Nell’epoca in cui viviamo è impensabile produrre cultura senza l’innovazione e, per portare a termine progetti culturali sempre più complessi, il team di lavoro è determinante.
Attualmente il mio impegno è rivolto a trovare le migliori soluzioni tecnologiche a supporto della valorizzazione e comunicazione culturale.

Quali sono gli obbiettivi che si prefigge durante l’attività didattica?
Generalmente si tratta di collegare quella che è stata la mia esperienza con la conoscenza teorica degli studenti, incoraggiandoli a confrontarsi con i propri limiti e, perché no, a correre dei rischi. Ogni classe è una sfida che inizia nel primo momento in cui chiedo, in tre minuti a testa, il loro “prima”, “l’oggi” ed una visione del “domani”. Da quel momento la lezione d’aula prende sempre una via nuova ed avventurosa, anche per me.
Molto spesso la libertà (di visione, da pregiudizi, ecc.) che i giovani hanno li porta a sentirsi disorientati. Si tratta della classica “sindrome da foglio bianco” e cerco di aiutarli a combatterla fornendo una griglia su cui impostare questa libertà e gli strumenti per superarla.
Ovviamente io non posso compiere il percorso al loro posto.

Che importanza ha la multidisciplinarietà in ambito culturale?
A mio modo di vedere un’importanza vitale: è la diversità a costituire la novità. Tuttavia c’è anche chi nella verticalità di un settore trova la completezza; penso sia una ricerca personale.
La multidisciplinarità nel mio caso è un elemento costante e distintivo proprio perché, nel mio percorso, non ho mai avuto un progetto fisso, un “centro di gravità permanente”… Quasi per una questione genetica sono destinato a vivere sul confine e, tutto sommato, non credo di riuscire a vivere altrimenti.
Pur temedola, questa situazione mi piace: allontanarmi dalla terraferma verso un obiettivo al di là della linea dell’orizzonte.

Una rigida programmazione è dunque necessaria per poter controllare tutti questi aspetti?
Sono programmato scientificamente a non adagiarmi nella consolazione delle regole; mi creo le strutture per poter andare oltre; mi creo l’ostacolo per poterlo saltare. Non fraintendere, la programmazione è necessaria e, assieme all’esperienza accumulata, mi permette di osservare la realtà sempre da un punto nuovo, creare dei modelli e immediatamente cercare di individuarne i limiti. Riconoscere un pattern e creare una formula, identificare variabili e riformulare una nuova espressione. E’ un processo che porta molti ripensamenti.

Quali sono gli asset che l’ambito culturale italiano deve implementare?
Il patrimonio culturale in Italia, a differenza degli altri Paesi, è concentratissimo, denso e stratificato: le risorse per gestirlo non saranno mai sufficienti. La cultura non è una business factory ma deve essere sostenibile.
Il problema è che, in Italia, gran parte degli sforzi sono diretti a conservare il patrimonio e non si lascia abbastanza spazio né a comunicare con qualità la cultura accumulata né a valorizzare la nuova creatività.
Vorrei veder emergere un’economia sostenibile, “circolare” anche nella cultura, che riesca a svolgere le precedenti funzioni. Per farlo dobbiamo mettere in moto i giovani come soci d’impresa: pagandoli, coinvolgendoli nelle decisioni e nelle responsabilità.

Di che cosa si occupa il GruppoMeta?
Il GruppoMeta è leader in Italia nello sviluppo di tecnologie per i beni culturali, una delle poche a produrre piattaforme open source utilizzate anche all’estero per la narrazione digitale e valorizzazione culturale come Museo & Web (utilizzato da oltre 200 musei in Italia) e ora MOVIO. Agli editori propone piattaforme di e-learning e processi di innovazione dei flussi digitali (libri liquidi, ecc.) come attraverso DesiderataLibrary. Infine, per l’industria, sviluppa sistemi di knowldge management, sistemi di intelligenza artificiale per la gestione dei Big Data.
E’ un team di sviluppatori decisamente straordinario.

C’è un progetto a cui si sente maggiormente legato?
Il primo progetto a cui ho collaborato in GruppoMeta è l’open source MOVIO, una piattaforma che consente di creare guide espositive, essere curatori digitali, mostre e percorsi narrativi multimediali guidando il visitatore museale attraverso schede di approfondimento e molto altro. Ha avuto un enorme successo, merito dell’eccezionale ed instancabile progettazione e sviluppo svolto dal team di GruppoMeta, della collaborazione con l’ICCU (MiBACT) e gli istituti culturali europei del progetto finanziato dalla Comunità Europea AthenaPlus.

Quale consiglio si sente di lasciare ai giovani cultural manager?
Esorterei i giovani ed i meno giovani (così ci metto anche me stesso) a cercare quello che collega gli altri a noi, costruendo modelli di business e culturali che offrano ciò che vorremmo fosse offerto ai nostri figli ed a noi stessi, puntando sulla qualità come principale regola.

Nicola Battistin

 

Cover image: www.gruppometa.it

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