Dieci domande a Marco Franciolli.

 

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Marco Franciolli è nato a Bellinzona nel 1956. Dopo gli studi in storia dell’arte e cinema a Firenze e Londra, consegue nel 1994 a Bruxelles l’European Diploma in Cultural Project Management. Dal 1989 cura mostre e pubblicazioni dedicate prevalentemente all’arte moderna e contemporanea, alla fotografia e al video. Nel 2000 è chiamato a dirigere il Museo Cantonale d’Arte e nel 2011 anche il Museo d’Arte di Lugano. Membro di numerose fondazioni e archivi in Ticino, Svizzera e all’estero, dal 2012 è membro del Consiglio di Fondazione di Pro Helvetia. Dal 2015 è direttore del costituendo Museo d’Arte della Svizzera italiana, Lugano.

Com’ è nata l’esigenza di creare una realtà come quella del MASI Lugano?

Il MASI Lugano, Museo d’arte della Svizzera italiana, rappresenta il punto di arrivo di una profonda revisione nelle politiche culturali della città di Lugano e del Cantone Ticino.Fino ad oggi a Lugano c’erano due i musei d’arte: uno faceva capo al Cantone, l’altro alla Città.I mandati istituzionali erano abbastanza simili e questo talvolta generava confusione tra i due musei. A distinguerli, però, erano alcune scelte di fondo, con una maggiore attenzione da parte della Città alle mostre di grande richiamo, mentre il Museo Cantonale d’Arte perseguiva una politica museale in accordo con il suo duplice mandato istituzionale: conservazione, studio, incremento e valorizzazione del patrimonio artistico, e un forte impegno nella mediazione culturale. Nel 2005 ha preso avvio una riflessione sulle strategie di politica culturale che ha condotto dapprima ad una sola direzione per i due musei e in seguito alla fusione dei due istituti nel MASI.

E’ stato necessario realizzare una nuova sede che ospitasse il nascente museo: mi parli del progetto architettonico.

 Il progetto porta la firma dell’architetto ticinese Ivano Gianola, a lui si deve la progettazione della nuova piazza e dell’edificio. Il LAC non presenta il carattere scultoreo che contraddistingue molti musei di nuova generazione: si tratta di una struttura pensata per ospitare l’arte, non per entrare in competizione con le opere.Sono stati necessari cinque anni per l’edificazione di questo centro, un’operazione di grande complessità, svolta nel rispetto dell’ambiente. Ad esempio si è trovata una soluzione per il trasporto del materiale di scavo verso il lago con un tapis roulant, risparmiando così qualcosa come diecimila viaggi via strada con evidenti vantaggi per l’ambiente. Tra l’altro il materiale è stato utilizzato per sistemare la sponda sommersa del lago e creare un ambiente favorevole per la flora e la fauna ittica, seguendo le indicazioni di specialisti di questi aspetti. Insomma, si è prestata particolare attenzione nell’abbattere potenziali elementi di inquinamento e di dispendio di risorse energetiche.

Come siete stati accolti?

 Con i miei colleghi che dirigono il settore del teatro e della musica, ci eravamo posti l’obiettivo di inaugurare la nuova struttura puntando sul tema dell’accoglienza, offrendo una festa per tutti. Il pubblico ha risposto con grande entusiasmo a tutte le proposte culturali che hanno animato le giornate dell’inaugurazione. È stata una grande soddisfazione osservare quanto la popolazione abbia fatto suo fin da subito il nuovo centro, visitando le mostre e partecipando alle proposte teatrali e musicali. L’investimento di 220 milioni di franchi per il nuovo centro culturale è stato accompagnato da polemiche che si sono protratte per tutta la durata dell’edificazione del LAC. Pochi credevano in questo progetto e invece il nuovo centro culturale ha aperto al pubblico lo scorso 12 settembre, dando da subito un segnale chiaro della sua portata per la vita culturale della nostra regione e per l’immagine di Lugano sul piano nazionale e internazionale quale città di cultura. Oggi, a poco più di 2 mesi, dall’apertura abbiamo già accolto circa 23.000 visitatori. 

Quali sono le novità con cui il MASI Lugano si presenta al pubblico?

 Innanzitutto il MASI è attivo su due sedi, quella al LAC e l’altra a Palazzo Reali, già sede del Museo Cantonale d’Arte. Questa situazione permetterà di gestire le diverse linee espositive sulle due sedi, con un’attenzione maggiore al territorio e alla storia dell’arte legata alla nostra regione a Palazzo Reali, mentre al LAC saranno presentate esposizioni di respiro internazionale. La riunione delle collezioni del Cantone e della Città nel MASI permette una maggiore valorizzazione del patrimonio artistico, che verrà presentato nelle due sedi con allestimenti della collezione permanente rinnovati una volta l’anno. Finalmente avremo la possibilità di presentare in parallelo la collezione e le attività espositive, in modo da rendere comprensibile per il pubblico il nesso fondamentale fra il patrimonio artistico del museo e le sue attività.

Com’è strutturato al suo interno il Museo al LAC?

 Il museo si sviluppa su tre piani per una superficie espositiva complessiva di 2.500 metri quadrati. Il livello sotterraneo viene prevalentemente dedicato alla collezione permanente, mentre i due piani superiori ospitano le mostre temporanee. Gli spazi sono regolari e pensati in modo da poter essere modulati in funzione delle mostre, in modo da favorire la fruizione e valorizzare le opere esposte.

Cosa si può trovare visitando questo museo?

 La collezione che custodiamo nell’ambito del Lac e del Masi Lugano parte dal Quattrocento e arriva fino ai giorni nostri. La riunione delle collezioni permette di colmare le lacune dell’una e dell’altra collezione; quella del Museo Cantonale più forte e interessante per il novecento e l’arte contemporanea, mentre quella della Città ha nuclei interessanti per l’arte dell’ottocento e l’arte del passato. Unendo queste due collezioni è possibile creare un percorso filologico, che si snoda con una sequenza logica, chiara e consequenziale.

 Com’è cambiata l’organizzazione all’interno del nuovo museo?

 Per quel che riguarda il nuovo assetto organizzativo, il nostro compito è stato quello di riunire due musei pubblici in una fondazione di diritto privato. Abbiamo creato un nuovo organigramma con un Consiglio di fondazione composto da tre rappresentanti della città, tre del Cantone, il Presidente del Consiglio scientifico del Museo, e due membri provenienti dal mondo privato. Il Consiglio Scientifico, invece, è composto da sette personalità del mondo dell’arte, direttori di musei e storici dell’arte. Mentre il Consiglio di fondazione promuove e sostiene il Museo, valuta le strategie generali e la buona gestione, il consiglio scientifico sostiene il direttore nelle strategie culturali dell’istituto, discutendo le linee espositive, le acquisizioni, l’opportunità di collaborazioni con altri musei, insomma di tutto ciò che riguarda i contenuti. Per quanto riguarda lo staff scientifico, tecnico e amministrativo è stato possibile elaborare un organigramma funzionale per la nuova realtà museale grazie ad alcuni cambi di funzione del personale e ridefinendo i mansionari.

Quali sono i vostri sponsor ?

 In primis Credit Suisse, una banca che da anni sostiene il Museo d’arte in un rapporto di partenariato protratto nel tempo per noi fondamentale. Come accade abitualmente, le spese correnti, ad esempio salari, affitti, riscaldamento e luce, sono garantite dalla parte pubblica, mentre per le attività espositive e per le acquisizioni è necessario l’apporto privato.Cinque anni fa, quando presentammo il nuovo progetto museale, Credit Suisse non solo rafforzò significativamente il suo contributo, ma ribadì il suo impegno per più anni. Ciò ha dato un forte segnale ad altre realtà e mecenati presenti sul territorio, tanto che anche UBS ha deciso di entrare nel progetto. Non essendo possibile far coesistere tutte e due le banche in un solo museo, si è studiato un modello inedito di partenariato che ha condotto ad una soluzione ottimale: la sponsorizzazione offerta da UBS non riguarda solo le arti visive, ma è trasversale, e sostiene tutte le attività di educazione all’interno del museo, con il programma LacEdu. Grazie a questi due partenariati abbiamo una base solida per poter affrontare le sfide dei prossimi anni. Naturalmente dovremo impegnarci nell’attività di fundraising per trovare altre risorse poiché più risorse avremo e più potremo realizzare mostre di alto livello.

 Che cosa prevedete per la vostra programmazione futura?

 Abbiamo un programma definito fino alla fine del 2018 e stiamo lavorando proprio in questi giorni su progetti del 2019. E’ prevista l’organizzazione di quattro/cinque mostre all’anno, che si terranno nei diversi spazi espositivi che abbiamo a disposizione. Il museo dovrà adottare strategie intelligenti per poter costruire una programmazione dove l’elemento scientifico dei progetti possa convivere con quello divulgativo, favorendo cosi l’accesso ad un vasto pubblico. Le collezioni esposte vedranno una rotazione annuale e saranno utilizzate per una attività intensa di mediazione culturale. Come spesso avviene nei musei, solo una piccola percentuale delle opere può essere esposta, mentre la parte preponderante è confinata nei depositi. Per questo abbiamo deciso per una rotazione degli allestimenti, ma anche perché si è potuto appurare quanto la staticità delle collezioni permanenti, anche quando sono di alta qualità, tende a fossilizzare il museo. La nostra volontà è invece quella di rendere il museo con le sue collezioni uno spazio vivo e interessante.

 Una collezione ricca grazie anche all’intervento dei privati….

 Alla base di molte raccolte svizzere vi è un rapporto, sano e costruttivo, con il collezionismo privato. Un legame questo che si è sviluppato nel tempo attraverso donazioni, lasciti e depositi a tempo indeterminato. Per quanto riguarda il nostro Museo, una lunga serie di importanti donazioni hanno posto le basi delle collezioni; l’ultima in ordine di tempo è quella di Giuseppe Panza di Biumo, che negli anni novanta ha donato al Museo Cantonale d’Arte duecento opere di artisti contemporanei tra i quali si possono citare Ettore Spalletti, Roni Horn, Thomas Schütte, Lawrence Carroll e molti altri. Un ulteriore esempio delle sinergie fra pubblico privato è la presenza, accanto al LAC, dello Spazio -1, creato per accogliere la straordinaria collezione d’arte moderna e contemporanea dei coniugi Giancarlo e Danna Olgiati. Un tassello che completa l’offerta culturale del nuovo centro con proposte espositive di qualità. La collaborazione fra collezionismo privato e museo pubblico è divenuta necessaria per il futuro delle collezioni. Infatti, in una situazione come quella attuale del mercato dell’arte, il museo non riesce più a far crescere il proprio patrimonio artistico con le sole risorse pubbliche. I mutamenti in corso nell’assetto fra pubblico e privato pongono però delle questioni fondamentali per il futuro dei musei, che vengono dibattute anche a livello svizzero con sempre maggior frequenza.

Francesca Asti 

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