INTERVISTA A ALESSANDRO BOLLO

ale ritratto

Alessandro Bollo è Fondatore Promotore della Fondazione Fitzcarraldo di Torino di cui è responsabile della Ricerca e Consulenza. Lo abbiamo intervistato in occasione del suo intervento all’8° Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School de Il Sole 24 Ore.

 

Che tipo di formazione ha alle spalle e quali sono state le tappe principali della sua carriera?

Mi sono laureato in economia, dopodiché ho studiato Cinema al Dams, quindi diciamo che ho combinato l’aspetto economico con quello dei linguaggi più creativi. Tra le tappe principali della mia carriera, dopo l’università ho fatto un corso per responsabili di progetti culturali in Fondazione Fitzcarraldo. Ero un giovane studente alle prime esperienze e facendo quel corso ho scoperto che quello era il mondo in cui mi sarebbe piaciuto lavorare. Parliamo di metà degli anni novanta, c’erano molti pochi professionisti e quindi mi proposi a Fitzcarraldo alla fine del corso, loro accettarono e da allora sono rimasto lì. Un’altra tappa è stata qualche anno dopo, quando ho cominciato a insegnare marketing della cultura al Politecnico di Torino. Era il 1999 ed era forse stata la prima cattedra di marketing della cultura in Italia. Anche qui di nuovo una fortunata coincidenza, perché era una materia nuova e quindi ho potuto sviluppare questo tipo di disciplina.

 

In che modo la Fondazione Fitzcarraldo opera come agente di innovazione?

Fitzcarraldo prova a operare come agente di innovazione su livelli diversi. Innanzitutto opera sulle politiche, provando sempre a stressare l’importanza del cambiamento e dell’innovazione nelle policies, nelle pratiche e nella progettazione. Evidenzia le best practice a livello internazionale, ragionando criticamente sui modelli di sostenibilità economica e sociale, sottolinea l’importanza delle organizzazioni culturali in merito alla loro rilevanza, cioè alla loro capacità di produrre degli impatti trasformativi positivi. Da questo punto di vista Fitzcarraldo interpreta il senso dell’innovazione.

 

Per quanto riguarda il marketing, crede che sia una funzione conosciuta e sfruttata all’interno delle istituzioni pubbliche culturali oggi?

Il marketing è sempre una nota un po’ dolente. Anni fa quando si parlava di marketing della cultura c’era quasi una sorta di lite, veniva un po’ percepito come un ossimoro. La disciplina non era considerata attinente, si pensava avrebbe potuto portare a un annacquamento della qualità artistica. Oggi il marketing è una componente essenziale, abbiamo superato questo tipo di visione. Oggi si parla di Audience Development per indicare un’attitudine più generale dell’organizzazione, in termini di centralità del visitatore. L’utente, infatti, deve essere posto al centro e quindi questo vuol dire partire dalla progettazione e poi pensare al marketing, alla comunicazione, alle attività educative. Si tratta di un approccio multidimensionale e olistico all’utente.

 

Quali sono gli strumenti per migliorare la conoscenza del proprio pubblico?

Si può studiare il proprio pubblico attraverso vari strumenti, sia quantitativi sia qualitativi: si possono raccogliere questionari, ci si può mettere in una dimensione di ascolto, si possono osservare i comportamenti, si possono fare focus group, si possono chiedere interviste,.. c’è un armamentario differenziato di strumenti.

 

Lei ha definito i festival come gli strumenti tradizionali di marketing urbano. Su cosa devono puntare oggi i festival per attrarre un maggior numero di visitatori e rimanere competitivi sullo sfondo internazionale?

Dipende. Ci sono alcuni festival che hanno quel compito, mentre ci sono altri festival che hanno una dimensione più locale. I festival che hanno l’obiettivo di essere una flagship del territorio come strumenti di marketing territoriale devono essere il più possibile integrati nel sistema di offerta di una città, devono costruire dei ponti molto forti con la dimensione internazionale, devono creare partnership, devono essere attenti ai linguaggi della contemporaneità, devo ibridare le forme del coinvolgimento, devono arricchire la propria offerta. Questi sono oggi i temi della sfida.

 

EFFE (Europe for Festival Festival for Europe) è un progetto pilota della Commissione Europea mirato alla creazione di una piattaforma europea per i festival nel campo della cultura. In che modo la Fondazione Fitzcarraldo fa da hub italiano per questa iniziativa?

Innanzitutto la Fondazione Fitzcarraldo ha comunicato il progetto: ha spiegato che esisteva un progetto europeo, ha indicato la possibilità di vincere un premio e di ottenere una label europea. In seguito si è occupata di raccogliere le candidature, di costituire una giuria e di individuare una short list di soggetti, alcuni dei quali sono riusciti a raggiungere la fase finale (il Festival Internazionale del Teatro in Piazza di Santarcangelo ha vinto l’EFFE Awards 2015-16 insieme ad altri 11 festival europei). L’aspetto più interessante, comunque, è che la Fondazione Fitzcarraldo è riuscita a costruire consapevolezza tra tutti i festival in merito alla presenza di EFFE.

 

Come può un festival costruirsi una solida identità digitale? Quanto conta il tema del digitale?

Il tema del digitale è importantissimo per i festival, come per tutte le realtà culturali. Occorre affrontare il digitale in modo strategico: non come una funzione che viene progettata a valle del processo (in cui si chiede normalmente a una persona di occuparsi di una pagina Facebook o di un sito), ma come una funzione facente parte della strategia generale a monte. È necessario capire come l’esperienza del festival può essere promossa e amplificata con gli strumenti digitali, che non sono solo strumenti di comunicazione, ma sono veri e propri strumenti di progettazione.

Lucia Vaccari

Immagine di copertina: Effe Award, Festival di Santarcangelo
Immagine nel testo: courtesy of Alessandro Bollo

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