Intervista ad un Project Manager: Stefano Puissa

puissa

Stefano Puissa dal 2003 è Managing Director e Partner presso T&B Associati, società di consulenza nell’ambito della finanza agevolata e dell’euro-progettazione, e si occupa anche di formazione nel settore del project management presso AREA Science Park di Trieste dal 2001. Con la Business Partners opera come consulente direzione e trainer per importanti aziende multinazionali. È stato Professore a Contratto di Economia Aziendale per il corso di Biotecnologie presso l’Università di Trieste dal 2010 al 2013.

Come si diventa project manager?

Il modo migliore per diventare un abile project manager è affiancare un project manager esperto una volta conclusa la formazione accademica e universitaria. In Italia manca il concetto del mentor, una figura secondo me utilissima poiché permette a giovani appena entrati nel mondo del lavoro di imparare da chi in un determinato campo agisce da tempo.

Che caratteristiche/competenze bisogna avere?

Per essere un buon project manager possedere competenze tecniche è una condizione essenziale ma non sufficiente: esse vanno combinate con abilità organizzative, che spesso si acquisiscono nel tempo. Le capacità necessarie dipendono dalla dimensione del progetto che si deve gestire. Per i progetti più ristretti il project manager si occupa di tutte le attività coinvolte, sia da un punto di vista tecnico che organizzativo. Quando i progetti sono più complessi, come spesso accade nelle grandi compagnie, il manager è solitamente coadiuvato nella gestione da tecnici che si occupano di specifiche attività.

Durante la sua lezione presso il Master in Economia e Management dell’Arte ci ha detto che “quando c’erano soldi non si parlava di project manager”. In periodi di crisi queste figure professionali possono essere una risorsa importante?

In situazioni di carenza di denaro o di credit crunch torna in auge il vecchio detto “il tempo è denaro”. Infatti, quando le risorse economiche e finanziarie che le aziende hanno a disposizione per governare i progetti da attuare sono scarse si accorciano i tempi a disposizione per la realizzazione di tali progetti: considerata l’importanza che assume la tempistica, il project manager, essendo colui che è in grado di gestire nel modo più efficace sia il tempo che il denaro, senza dubbio diviene una figura essenziale all’interno di un progetto.

Lei si occupa anche di consulenze manageriali: chi le richiede solitamente? Anche le aziende culturali si avvalgono di questo tipo di consulenze?

Ad oggi sono generalmente le compagnie multinazionali a richiedere consulenze a soggetti esterni e qualificati. Solo ultimamente e lentamente si stanno avvicinando al nostro settore anche le piccole/medie imprese italiane, poiché nel nostro Paese questi tipi di imprese non sono abituati a sfruttare tali pratiche. Le consulenze più rilevanti sono solitamente richieste per i progetti europei, dove è necessario un maggiore controllo.
Per quanto riguarda il mondo dell’arte, neppure le istituzioni e le imprese culturali hanno la tradizione e neppure i fondi a disposizione per rivolgersi a tali tipi di consulenze gestionali. Io mi sono avvicinato al mondo della cultura poiché talvolta è accaduto che le aziende per cui lavoravo come consulente mi incaricassero di supervisionare i progetti culturali che essi finanziavano, per avere la certezza che i loro fondi venissero utilizzati nel modo migliore.

Secondo la sua opinione, una conoscenza sia del mondo economico che del mondo dell’arte potrebbero garantire una migliore efficienza e gestione dei beni e delle istituzioni culturali?

Il mondo della cultura vede il mondo dell’economia come orientato all’unico fine di generare profitto: in realtà l’obiettivo di un project manager è utilizzare al meglio le risorse e il denaro a disposizione, non sfruttare i beni culturali al solo fine di arricchirsi. E questo aspetto è particolarmente rilevante, dal momento che in ambito culturale le risorse non sono infinte, anzi, spesso sono addirittura insufficienti e scarse. La gestione economica applicata in ambito culturale sarebbe in grado di gestire nel modo migliore i soldi dello Stato e dunque dei cittadini. Ma, per attuare al meglio azioni economico/finanziarie in contesto culturale, bisogna conoscere bene il mondo dell’arte, poiché mosso e caratterizzato da dinamiche diverse dal mondo commerciale, in modo da armonizzare nel modo più pertinente le attività di gestione di progetti culturali al giusto contesto.

In Italia manca la figura del project manager specializzato in ambito culturale: come è possibile secondo Lei sopperire a questa mancanza?

La formazione migliore in ambito di project management è quella proposta dal Project Management Institute, Pennsylvania, Stati Uniti, che offre le best practices su scala internazionale indipendenti dal settore di riferimento ed adatte anche al settore cultura. La pratica migliore svincolata da specifici corsi di formazione rimane invece l’imparare dagli ambiti non culturali e dai sbagli e gli errori commessi. Anche una panoramica sulle attività di project management in ambito culturale che vengono attuate all’estero costituisce un contributo significativo nel mondo della gestione dei beni culturali italiani.

È possibile, secondo la sua opinione, realizzare in ambito culturale un’area dedicata a specifiche condivisioni e ricerche, come già accade in ambito economico presso l’AREA Science Park di Trieste, uno dei principali parchi scientifici e tecnologici a livello internazionale?

L’AREA Science Park di Trieste è un modello di organizzazione delle attività di diverse aziende molto vantaggioso, poiché favorisce la collaborazione ed il confronto di diverse realtà e professionalità situate in una specifica area condivisa, e permette anche la condivisione di costi e facilities, come la mensa comune, l’istallazione della fibra ottica, la sala riunioni, le spese telefoniche. Anche specifici programmi di formazione possono essere richiesti in collaborazione tra diverse società. Questo progetto triestino non è unico in Italia, anche presso il Kilometro Rosso di Bergamo viene sfruttato lo stesso modello di organizzazione delle attività.
A livello culturale un’area simile potrebbe comportare un grande vantaggio di ottimizzazione di costi e condivisione di professionalità esperte. Ad esempio, credo che sfruttato nel modo migliore il Mudec (Museo delle Culture) di Milano possa divenire un modello di polo simile a livello culturale. In più la realtà di Milano con le infrastrutture e le possibilità che offre potrebbe essere un primo tentativo efficace che può dare vita a realtà simili, adattate a contesti diversi.

Lei si occupa anche di corsi di formazione come ad esempio “Finance for non Financial Managers”: come si insegna a chi non ne sa di economica?

Per imparare le basi ed i rudimenti di economia e management sono sufficienti pochi giorni intensi. Il ruolo importante è ricoperto dalla messa in atto e applicazione immediata delle competenze acquisite: se si lasciano trascorrere anni tra le lezioni ed i corsi di formazione in ambito economico/gestionale e l’effettiva messa in pratica delle nozioni assimilate, allora vengono persi completamente i contenuti appresi.
Le difficoltà maggiori nel formare chi non ha competenze in tali ambiti possono essere solitamente superate attraverso la partecipazione dell’aula: discussioni e business case pratici mettono maggiormente in contatto con le materie trattate e aiutano la comprensione.

 

Giulia Cavanna

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