La nuova organizzazione del MIBACT

AntoniaRecchiaAntonia Pasqua Recchia è la prima donna a rivestire, dal 1° Gennaio 2012, il ruolo di Segretario Generale del MIBACT.

L’abbiamo incontrata in occasione della sua visita alla Business School del Sole 24 Ore e ci ha parlato dei principali cambiamenti introdotti dalla Riforma Franceschini, entrata in vigore con il decreto legge n. 66 del 2014.

Innanzitutto la riforma è conseguenza di una più ampia politica di spending review: il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MIBACT) si è infatti dotato di un nuova organizzazione al fine di recepire le riduzioni di pianta organica, in una prospettiva di abbassamento della spesa pubblica. Da un personale di 23.000 persone nel 2007 si è infatti passati agli attuali 19.050.

L’organizzazione del MIBACT (qui l’organigramma) appare così strutturata: alle strette dipendenze del Ministero opera il Segretariato Generale, il cui compito è quello di elaborare le direttive del Ministero e di assicurare il coordinamento e l’unità dell’azione amministrativa.

Oggetto del suo controllo è l’attività delle varie Direzioni generali centrali, attualmente dodici e ciascuna preposta ad una diversa funzione (dal turismo alle belle arti e paesaggio).

Una novità introdotta dalla Riforma è quella di aggiungere due direzioni generali alle dieci già esistenti: l’una si occupa di educazione e ricerca e l’altra di arte e architettura contemporanea e delle periferie urbane. Quest’ultima nasce infatti con l’intento di riconoscere piena dignità all’arte e all’architettura contemporanea  – fino ad ora prive di una struttura amministrativa che le promuovesse e ne favorisse lo sviluppo – e di attuare un piano di riqualificazione e di recupero delle zone periferiche urbane, tema su cui molti operatori del settore si erano già espressi (si pensi al reclamo dal titolo “Rammendo delle periferie” di Renzo Piano).

Alle direzioni generali fanno capo le varie articolazioni periferiche, fra cui le soprintendenze (che da quattro diventano tre, con l’accorpamento della soprintendenza beni architettonici e paesaggistici e quella beni storici e artistici), i segretariati regionali (trasformazione delle precedenti direzioni regionali) e i poli museali regionali.

Questi ultimi sono stati introdotti per coordinare l’attività di tutti i musei statali all’interno dell’ambito regionale. La creazione di una rete fra le realtà museali regionali ha come obiettivo ultimo quello di creare un sistema museale nazionale, cioè legare le attività dei vari musei ad un piano che fosse unico e integrato per tutto il paese.

I poli museali regionali rispondono, oltre che ad un’esigenza di coordinamento e unità, ad una novità in tema di separazione di responsabilità. La riforma infatti attua una distinzione netta tra due funzioni, in precedenza entrambe facenti capo alle soprintendenze: da un lato la valorizzazione del patrimonio artistico, dall’altro la sua tutela . Queste sono così attribuite: ai poli museali regionali compete la valorizzazione, alle soprintendenze la sola tutela. Cosa vogliono dire questi termini?

Valorizzazione significa promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e assicurarne la fruizione ad un pubblico quanto più vasto possibile, tutela invece comprende le attività  di individuazione, conservazione e protezione dei beni culturali e paesaggistici.

Le soprintendenze cedono quindi la funzione di tutela ai poli museali regionali, che la esercitano insieme ad un’altra nuova istituzione: i musei con autonomia speciale. Il ministero ha infatti scelto di  sottrarre dalla dipendenza dei poli museali regionali venti musei, dotandoli di una propria autonomia . Un’autonomia che si esplica in diversi campi: scientifico, finanziario, contabile e organizzativo. La scelta è ricaduta sui musei che primeggiano per numero di visitatori o su quelli che hanno più potenzialità, sebbene ancora inespresse (qui l’elenco con i relativi nuovi direttori, selezionati con un bando di concorso pubblico, indetto dal Ministro Franceschini a Gennaio di quest’anno).

L’obiettivo che la riforma persegue è quello di dare più margine di azione ai “grandi musei”, i quali condividono con i fratelli minori il fine della valorizzazione, ma non sottostanno alle direttive dei poli museali. Sulla concessione di questa autonomia si è battuta la critica, che ci vede un disallineamento dal principio del sistema museale nazionale.

di Chiara Mariotti

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