Intervista a Franco Dante

IMG_4564Franco Dante, dottore commercialista e socio fondatore dello studio Dante & Associati con sede a Milano, Torino e Roma, ci introduce al tema della fiscalità dell’arte chiarendo alcuni provvedimenti del governo, obblighi e sgravi fiscali per collezionisti ed imprese che investono in campo artistico.

 

 

Cosa ha spinto il suo studio ad interessarsi al tema della fiscalità dell’arte?

In primis il mio interesse personale e l’attenzione al tema da parte di alcuni dei miei soci. Inoltre abbiamo osservato la composizione del patrimonio delle famiglie imprenditoriali, o dei nostri clienti in generale, di cui le opere d’arte costituiscono una percentuale sempre più importante: gli HNWI hanno esigenza di consulenza e pianificazione in merito al loro patrimonio artistico, una asset class importante in un patrimonio diversificato.

Quali tipologie di attori del mercato dell’arte si avvalgono delle vostre consulenze?

Seguiamo artisti, collezionisti, gallerie d’arte ed anche consulenti “art advisor”.

Quali sono i problemi più ricorrenti?

La circolazione di opere d’arte in primis, con attenzione particolare al regime IVA e alla pianificazione del passaggio generazionale delle opere d’arte.  Agli art advisor forniamo consulenze in merito alla valorizzazione o la vendita di opere d’arte o collezioni. Le problematiche più ricorrenti riguardano le imposte dirette, l’Iva, l’importazione, il trasferimento all’estero e in generale la movimentazione di opere d’arte. Nel nostro studio di Roma un avvocato è specializzato in cause legali riguardanti la tutela della proprietà intellettuale, la movimentazione delle opere, le autorizzazioni per l’esportazione ed il dialogo con le soprintendenze.

Vi occupate di collezioni d’impresa? Ci sono vantaggi fiscali per un’azienda che possiede e promuove corporate collection, oltre ovviamente ai vantaggi di visibilità e comunicazione del brand insiti?

Ce ne occupiamo indirettamente come consulenti delle imprese e del collezionisti. Sicuramente  vi sono vantaggi fiscali per i professionisti:  nelle cosiddette collezioni d’impresa rientrano infatti le collezioni degli studi professionali, ad esempio avvocati e commercialisti, i quali possono dedurre i costi delle opere d’arte acquistate nel limite dell’1% dei ricavi annui. Le Corporate Art Collection non danno vantaggi fiscali particolari, ma neanche grandi svantaggi, se si esclude l’imponibilità delle plusvalenze realizzate sulle vendite. Per le società commerciali, le opere d’arte non sono ammortizzabili, indi non deducibili, ma i costi di mantenimento e valorizzazione rientrano nelle spese inerenti l’attività, quindi, a mio avviso, deducibili. Nell’inerenza all’attività, sono ricompresi infatti quei beni finalizzati al miglioramento dell’immagine dell’azienda, che offrono vantaggi di visibilità e comunicazione, anche solo facendo lavorare meglio il proprio dipendente in un ambiente culturalmente stimolante.

In merito alla riforma Franceschini, all’Art Bonus e alla sua relativa efficacia, quali potrebbero essere delle migliorie a questo provvedimento?

L’Art Bonus è un provvedimento corretto ma molto limitato nella sua portata numerica. Sicuramente bisognerebbe elevare il plafond della detrazione, attualmente poco rilevante perchè limitato al 15% del reddito; in secondo luogo dovrebbe essere allargato alle donazioni in natura –ora sono possibili solo quelle in denaro, diversamente dalla volontà di molti collezionisti donanti -, infine la detrazione dovrebbe essere possibile in un solo anno, mentre attualmente è suddivisa in tre anni e nel 2016 passerà dal 65% al 50%. Negli altri paesi la detrazione è immediata e da origine ad un credito fruibile in un unico esercizio con più vantaggi per i “collezionisti mecenati”. L’Art bonus è una super agevolazione, ci sono sempre stati provvedimenti simili, ma molto meno rilevanti. In ogni caso le donazioni in natura non sono mai state ricomprese neanche nelle deduzioni ordinarie, ed è un peccato.

Parlando di sponsorizzazioni…?

Le sponsorizzazioni dovrebbero essere incentivate in quanto sono uno strumento che funziona molto bene, offrendo ritorno pubblicitario all’impresa a fronte di un versamento fatto ad un ente pubblico con le finalità di restauro di un monumento, come  l’esemplare caso del restauro del Colosseo. Per le imprese questa operazione a livello fiscale è totalmente deducibile nei limiti della deduzione delle spese di pubblicità, secondo la norma specifica. L’Art bonus darebbe origine ad un vantaggio fiscale migliore (65 o 50%), mentre deducendo le spese di pubblicità è possibile al massimo risparmiare circa il 30%, ma con differenti livelli di visibilità per l’attività d’impresa, grazie ad un’ampia proiezione dell’immagine etica della stessa. L’Art bonus è prevalentemente destinato ai privati piuttosto che agli imprenditori, avendo questi ultimi strumenti per fare già oggi attività di sostegno culturale.  Le grandi imprese italiane infatti fanno attività di sostegno ai beni culturali da sempre. Il collezionista privato può invece decidere di ridurre il suo debito fiscale sfruttando il provvedimento Franceschini, una novità.

Diversamente da altri temi trattati, il regime fiscale italiano è vantaggioso per le successioni ereditarie. Quali sono le imposizioni fiscali che devono essere adempiute dagli eredi? Qual è il valore tassabile delle opere d’arte?

Effettivamente sulla successione di opere d’arte cui si applica l’imposta italiana, il carico fiscale è abbastanza limitato, prima di tutto perchè le aliquote italiane sono basse, secondo perchè le franchigie sono alte, terzo perchè le collezioni d’arte possedute nelle abitazioni del de cuius sostanzialmente non sono imponibili poichè rientrano nella presunzione del 10% del valore dell’asse ereditario, come ogni altro bene mobile. Il valore sul quale si applica l’imposta di successione è il valore di mercato, ma sono rari i casi in cui l’imposta si applica a tale valore, tenuto anche conto del fatto che i Beni culturali, le opere vincolate, sono esenti da imposta di successione.

Il possesso di opere d’arte è un indicatore di reddito e in quanto tale rientra all’interno degli accertamenti fiscali?

Non il possesso ma l’acquisto di opere d’arte rientra all’interno del provvedimento chiamato “spesometro”. In Italia l’investimento in beni culturali non è trattato con rispetto in quanto viene volgarmente equiparato all’acquisto di un gioiello o di una borsa di lusso!

Se un collezionista italiano decide di vendere la sua collezione e realizzare un guadagno monetario, cosa accade in termini fiscali? Se le opere sono detenute all’estero devono essere dichiarate?

In italia non esiste una norma specifica che renda imponibile il capital gain sulle opere d’arte. Ciò premesso in certi casi di “collezionismo dinamico”, gli utili possono  essere considerati  imponibili. Le opere d’arte all’estero devono essere sempre dichiarate: se questo non è successo nel passato è necessario regolarizzare il loro stato, altrimenti sarà difficile sia rimpatriarle sia disporre dei soldi provenienti da un’eventuale vendita senza sanzioni.

Perché il crowdfunding per sostenere le attività culturali non è uno strumento che ha preso piede in italia?

Non è un problema di carattere fiscale, ma una difficoltà a livello sociale, in quanto non è proprio della mentalità italiana. Che però sta cambiando….

 

Lara Valtorta

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