INTERVISTA A MASSIMO STERPI

massimo-sterpiMassimo Sterpi, Co-fondatore e senior Partner dello Studio Legale Jacobacci & Associati, è stato uno dei primi avvocati in Italia ad occuparsi di diritto dell’arte. Già “Avvocato dell’Anno 2011 per il Settore Proprietà Industriale ed Intellettuale” nei Top Legal Awards del novembre 2011, conta molte pubblicazioni in tema di diritto d’autore e copyright. L’abbiamo incontrato in occasione delle sue lezioni all’8° master in Economia e Management dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 Ore, durante le quali ha illustrato le problematicità della legislazione in questo settore.

Avvocato Sterpi di cosa si occupa lo studio Jacobacci & Associati?

Nello studio siamo più di 50 avvocati che si occupano di proprietà intellettuale, brevetti, concorrenza sleale, diritto di autore e marchi. Io in particolare, con il mio gruppo di lavoro, mi occupo di copyright e di diritto dell’arte.

A lezione è emerso il suo prevalente interesse per l’arte contemporanea che l’ha spinta anche al collezionismo. La volontà di coniugare la giurisprudenza con l’arte è nata dal collezionismo o il contrario?

Colleziono arte contemporanea italiana e straniera di tutte le tipologie. Fin da giovane mi sono interessato d’arte per pura curiosità personale. Con i primi guadagni della mia attività nel settore della proprietà intellettuale ho iniziato ad acquistare delle opere. Durante un mio soggiorno a Londra ho avuto poi occasione di entrare in contatto con molti degli Young British Artist e al mio ritorno in Italia mi fu chiesto di aiutare uno di questi artisti in una causa sul diritto d’autore contro un famoso stilista italiano, e la vinsi. Ho iniziato così a seguire sempre più casi su questa tematica. Prima di allora mi occupavo già di diritto d’autore, ma piuttosto in relazione al cinema e all’editoria, mentre, da quel momento in poi, cercai di coniugarlo sempre più con l’arte contemporanea e, successivamente, con i beni culturali in generale con riguardo all’esportazione, alle assicurazioni, ai danni alle opere, alle autentiche e alla falsificazione.

Lei ha constatato che c’era una carenza di assistenza legale in questo campo?

Si c’era un bisogno di consulenza in questo settore totalmente insoddisfatto. Quando ho iniziato 20 anni fa eravamo 2/3 in Italia ad occuparci di questo in maniera non episodica. Attualmente per me è diventata l’attività prevalente, ed esclusiva per alcuni dei miei collaboratori, però il mondo dell’arte nel frattempo si è strutturato, quindi è normale oggi per artisti, galleristi e collezionisti rivolgersi all’avvocato per regolare alcune transazioni, piuttosto che ricorrervi in situazioni di emergenza, quando il caos è già stato creato.

Perché attualmente si rende indispensabile la figura di una mediazione legale all’interno del mercato dell’arte?

L’aspetto problematico principale è l’aumento del valore delle opere d’arte contemporanea. E su queste c’è inevitabilmente molta più interazione legale, essendovi un mercato globalizzato e dovendo trattare con mercati che erano già abituati a strutturare legalmente questo tipo di transazioni, soprattutto gli Usa, la Gran Bretagna, la Svizzera e la Francia.

Qual è la difficoltà di adattare le vigenti norme in materia dei beni culturali con le nuove problematiche poste dall’arte contemporanea?

La difficoltà in questo campo è sia l’applicazione delle norme a nuove tipologie di arte, come quella collaborativa e digitale, sia la questione dei diritti morali utilizzati sempre più in maniera espansa. Ma il vero problema è creare dei professionisti in questo settore. Per arrivare ad un livello elevato occorre, infatti, non soltanto conoscere le leggi, che si imparano in poco tempo, ma comprendere la complessa logica del mercato dell’arte, che è più legata ad aspetti reputazionali e simbolici, rispetto che ad una logica puramente economica.

Lei ha curato molte pubblicazioni che analizzano il mondo dell’arte secondo gli occhi del giurista, in particolare mi ha incuriosito “The aura in the age of mechanical reproduction”, del 2003, che cita W. Benjamin, mi può dire di cosa si tratta?

Questo è un piccolo saggio incentrato su una mostra in cui l’artista ha fatto un’operazione di appropriazionismo. Partendo dalla riproduzione integrale di opere altrui (copertine di dischi), e cambiandone la tecnica di realizzazione, scardinava totalmente la logica del lavoro. In quel saggio cercavo di dimostrare che quello che conta nell’arte contemporanea non è tanto la forma, ma il significato dell’opera, come avviene ad esempio nella satira. Modificandone il messaggio, l’opera che creo è indipendente e diversa dall’originale. Questa è una logica che si rende necessaria per comprendere l’arte contemporanea, che si basa sullo spostamento di significato, più che sulle differenze formali.

Per quanto riguarda la notifica delle opere d’arte, secondo lei, quali sono i mezzi per rendere più efficace questa norma?

Credo sia necessario introdurre un livello minimo di valore, che si potrebbe aggirare intorno ai 150 mila euro per dipinti e sculture, come già avviene a livello comunitario. Non si può bloccare un intero mercato per la romantica fantasia che tutto è rilevante! Oltre a questo, credo che si debbano rendere più chiari e specifici i criteri secondo cui si possano bloccare in Italia le opere di artisti stranieri.

Cosa pensa dell’art bonus introdotto dal ministro Franceschini?

L’art bonus, a mio parere, è una legge sbagliata perché fa riferimento alle sole elargizioni in denaro e mette i soggetti donanti in una posizione sfavorevole. Se infatti il soggetto privato contribuisse con contratti di sponsorizzazione, avrebbe, almeno, un ritorno di immagine che è invece escluso con l’art bonus. Non credo che così espressa questa norma possa attrarre qualche interesse.

Qual è la sua posizione riguardo il diritto di seguito?

Sicuramente fino ad oggi l’applicazione di questa norma in Italia non ha avuto esiti positivi. Primo perchè il monopolio di riscossione di questo contributo spetta alla Siae, che ha dei tempi di risposta e computazione dei pagamenti dovuti eccessivi e non fornisce un reporting dettagliato all’artista delle vendite, soprattutto se sono realizzate in paesi stranieri. Inoltre la Siae si limita a distribuire le somme ai soli artisti registrati, il resto – se non riscosso entro cinque anni – è versato ad un ente di assistenza previdenziale degli artisti. In definitiva questa norma ha sfavorito l’Italia rispetto ad altri mercati dove è assente, come Usa e Svizzera, creando poi ulteriori problemi alle gallerie che producono le opere degli artisti contemporanei e che rischiano di vederlo applicato per una parte del valore dell’opera che è già stato sostenuto da loro. L’operatività della norma nella Comunità Europea sarà presto oggetto di un reporting della Commissione stessa, per constatare se occorre modificarlo. Personalmente mi auguro che molti di questi aspetti vengano corretti.

Come è possibile nell’era digitale applicare le norme sul copyright?

Purtroppo Internet ha generato l’impressione che tutto ciò che è disponibile su internet sia liberamente utilizzabile…ma questa è solo una falsa impressione. Io non posso riprodurre qualcosa senza il consenso degli aventi diritto. Occorre lavorare sull’educazione dell’utente di internet.

Ha delle pubblicazioni in corso di stampa?

Si sto lavorando contemporaneamente alla seconda edizione del Manuale del Collezionista d’Arte Internazionale, una comparazione delle leggi sul diritto del mercato dell’arte in oltre 30 paesi e ad un’altra pubblicazione, sempre comparativa, tra la legislazione di 34 paesi sulle liti in materia di copyright.

Francesca Tribò

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