Intervista a Tiziana Andina

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Tiziana Andina, docente di Filosofia teoretica presso l’università di Torino, dirige la collana di Estetica Analitica presso Mimesis edizioni, è membro del comitato editoriale della Rivista di Esteticacollabora con il magazine d’arte Artribune  e  ha scritto per il magazine newyorkese The Brooklyn Rail. Le principali aree tematiche di cui si occupa riguardano la filosofia e l’ontologia dell’arte, con particolare attenzione al pensiero di Friedrich Nietzsche e Arthur Coleman Danto. In occasione della sua lezione in aula, abbiamo avuto modo di farle alcune domande.

Domanda generica, ma forse utile ad introdurre l’argomento: come filosofia, arte e mondo dell’arte dialogano?

 La filosofia si interessa dell’arte da sempre. Una delle prime teorie dell’arte che la storia della filosofia ricordi è quella formulata da Platone nel libro decimo della Repubblica. Da allora, la filosofia ha cercato di rispondere in modi diversi alla domanda “che cos’è l’arte”, mentre l’arte ha progressivamente prestato attenzione al mondo dei concetti e delle idee tipico della filosofia. Ciò che intendo dire è che, piuttosto che essere impegnate in un vero e proprio dialogo, l’arte e la filosofia in genere si osservano da lontano e, qualche volta, tentano – a mio giudizio con scarsi risultati – di scambiarsi i ruoli. L’arte ha provato a farsi simile alla filosofia (pensiamo agli artisti concettuali), la filosofia ha provato ad avvicinarsi all’arte, pensiamo, tra i tanti esempi, allo stile aforistico di filosofi come Friedrich Nietzsche, o Pascal.

“L’arte ha provato a farsi simile alla filosofia”, da qui si è sentita l’esigenza, in particolare all’inizio del novecento, di ridefinire il concetto di arte, perché?

In sostanza, agli inizi del Novecento, gli artisti hanno cominciato a produrre opere che sempre meno rientravano nei canoni tradizionali presentati e discussi dalla storia dell’arte. Si è trattato di una destrutturazione molto profonda che ha reso difficile rispondere, attraverso le teorie tradizionali, alla domanda centrale di ogni filosofia dell’arte, ovvero che cos’è un’opera d’arte? I ready-made a firma di Duchamp sono, in questo senso, le opere che esemplificano perfettamente la difficoltà teorica posta da una parte dell’arte del Novecento. Che cosa distingue un oggetto ordinario da un’opera d’arte, considerando che, all’interno del mondo dell’arte, troviamo oggetti che sono riconosciuti dagli addetti ai lavori come opere d’arte, le cui controparti indistinguibili non vengono considerati opere d’arte? Questa è la domanda centrale per la filosofia dell’arte contemporanea, almeno sotto il profilo ontologico.

Che impatto ha avuto questa ridefinizione sul sistema dell’arte? Ha avuto un impatto sull’aspetto economico?

I vari tentativi di definizione dell’arte prendono le mosse da cambiamenti che il sistema dell’arte o, se preferisce, il mondo dell’arte ha apportato autonomamente al panorama artistico. La dimensione economica, per altro notevolissima, che caratterizza i mercati dell’arte attuale, sempre al limite della speculazione finanziaria, non dipende certamente dalla filosofia, forse, in una qualche misura, è piuttosto condizionata dalla critica d’arte. Tuttavia, la filosofia può forse aiutare il mondo dell’arte a rafforzare i pilastri su cui poggia la sua identità che, al momento, continua a essere molto sfilacciata e opaca. Se tale rafforzamento riuscirà, è facile immaginare che il mercato dell’arte potrà meglio sottrarsi a quelle turbolenze finanziarie che al momento rimangono sempre possibili.

 Cosa è cambiato nella fruizione dell’opera d’arte? 

Diciamo che l’arte contemporanea richiede una fruizione più consapevole, informata ed esperta,  e a volte bisogna ricorrere all’aiuto di supplementi interpretativi esterni all’opera stessa, i quali contribuiscono in maniera decisiva alla comprensione dell’opera, dal momento che in moltissimi casi le narrazioni degli artisti sono meno esplicite.

Parte dell’arte contemporanea si è canonizzata? In questo senso l’arte contemporanea riesce a rinnovarsi sempre e rimanere sfuggente ad una vera e propria storicizzazione?

Tutto si canonizza, se con questo intende, che le opere passano da una dimensione di rottura e di critica a una dimensione più istituzionale e formale. Buona parte dell’arte contemporanea – pensi ai ready-made di Duchamp – è oramai completamente istituzionalizzata. In altre parole, appartiene al senso comune: nessuno – o pochi tra coloro i quali conoscono almeno un po’ di storia dell’arte del Novecento – si stupisce di trovare oggetti ordinari nei musei di arte contemporanea. Viceversa, i più probabilmente si stupirebbero se al MoMa trovassero soltanto dipinti, magari composti attraverso tecniche tradizionali.

Perché Arthur Danto parlava di fine dell’arte?

  Per ragioni eminentemente teoriche. In realtà sarebbe più appropriato – almeno dal punto di vista dantiano – parlare di fine della storia dell’arte, intendendo quest’ultima come la narrazione delle evoluzioni di una disciplina che ha sempre conosciuto progresso, allo stesso modo delle scienze. L’arte è arrivata a una fine nel senso che è destinata a non conoscere altro progresso, per esempio nelle tecniche, nei modi di produzione e nei modi della rappresentazione. Tutto qui. Questo non implica che non si producano più opere d’arte; gli artisti continuano a creare arte, soltanto che l’arte così come la conoscevamo e come era rappresentata dalla tradizione classica, oramai non esiste più. Stiamo andando incontro a qualcosa di diverso, in larga parte ancora da scoprire.

Giulia Tini

http://www.artribune.com/author/tiziana-andina/

http://www.brooklynrail.org/contributor/tiziana-andina

http://mimesisedizioni.it/libri/filosofia/filosofie-analitiche-estetica.html

http://www.rosenbergesellier.it/it/catalogo/riviste/rivista-di-estetica/index.htm

http://www.treccani.it/enciclopedia/arthur-coleman-danto_(Dizionario_di_filosofia)/

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