Summer Exhibition 2015: una finestra sull’arte contemporanea tra artisti consolidati ed emergenti

Fin dalla sua fondazione l’obbiettivo dichiarato della Royal Academy of Arts di Londra è stato quello di promuovere l’arte attraverso mostre, educazione e dibattito. Una realtà trasversale, un po’ galleria e un po’ accademia, esclusivamente finanziata dalla generosità dei suoi partner, che offre un percorso formativo post-laurea per artisti.

Non solo, la Royal Academy ha tra i suoi propositi quello di valorizzare la pratica artistica, ragion per cui, nel 1769, ha avuto luogo la prima edizione della Summer Exhibition immediatamente impostasi come l’appuntamento di massimo interesse nelle estati artistiche londinesi.

Giunta allDSC_1546a 247esima edizione, la Summer Exhibition 2015 – coordinata dal docente e membro della Royal Academy Michael Craig-Martin – ha offerto a tutti gli appassionati, che dall’8 giugno al 16 agosto hanno visitato l’esposizione, un’ampia finestra sul mondo dell’arte contemporanea attraverso un percorso che ha raccolto dipinti, incisioni, installazioni e design.
Sono più di 1100 le opere di artisti noti ed emergenti che, distribuite con ritmo serrato in 14 sale espositive, lasciano il visitatore letteralmente senza fiato di fronte a questa esperienza artistica.

Questa mostra è una ottimo spaccato sul panorama artistico del momento. L’assenza di restrizioni per la presentazione delle opere permette a chiunque di inviare la propria creazione al Comitato selezionatore: proprio per questo molti la ritengono “la mostra più democratica di tutte”.
La maggior parte dei quadri in esposizione sono in vendita e gli incassi consentono all’Accademia di autofinanziare, da quasi un quarto di millennio, la propria attività formativa.DSC_1548

La Summer Exhibition 2015 si apre con “The Dappled Light of the Sun”, la struttura più grande mai creata da Conrad Shawcross, composta da migliaia di tetraedri metallici raggruppati in cinque gruppi di “nuvole”, posizionata a oltre sei metri d’altezza nel cortile d’accesso. Il sole che attraversa l’intricata struttura crea interessanti giochi di luce che accompagnano il visitatore fino all’atrio interno, dove la scalinata principale è stata interamente decorata dalle geometrie colorate dello “ZOBOP” di Jim Lambie.

Entrando nella Wohl Central Hall, proprio al centro della sala, si erge il “Captcha no.11 (Doryphoros)” di Matthew Darbyshire (valutato 12.000 £), un palese richiamo alla celebre scultura greca che, come affermato dal coordinatore della mostra, “ben si abbina con la struttura classica dell’edificio”.

Nelle sale seguenti, estremamente affollatDSC_1694e sia di spettatori sia di opere, si possono trovare anche lavori di artisti illustri. Per citarne alcuni, Jasper Johns e Anish Kapoor (entrambi non in vendita), una sezione dedicata a William Kentridge, Julian Opie e, ovviamente, Michael Craig-Martin.
Le policromie spesso sono molto marcate e sembra quasi contraddittorio che nella Gallery 5 le opere che balzano all’occhio siano in scala di grigi:
le acqueforti di Peter Freeth.

L’artista, che è stato eletto membro della Royal Academy nel 1991 dove ha insegnato engraving and etching per oltre 40 anni, vanta esibizioni in Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia (dove visse in gioventù), Giappone, India e Russia.
Nipote dell’artista Andrew Freeth ereditò dallo zio la passione per l’arte e una nuova tecnica d’incisione che con gli anni imparò a conoscere e padroneggiare, riuscendo a produrre acqueforti direttamente dalle pagine d_20150822_001809ei giornali.

“Sono consapevole che la mia è una tecnica con una lunga tradizione” afferma con decisione l’autore “ma le mie opere prendono spunto da tutto quello che mi circonda. A mio modo di vedere l’artista deve raccontare la società e non limitarsi a un’osservazione asettica”.

I sei quadri in esposizione (che hanno riscosso enorme successo) prendono spunto dalla vita quotidiana. “City page 7” e “Field Hospital, Aleppo” – valutati entrambi 600 £ – descrivono la visione che l’artista ha della società londinese; “Mr. Parkinson”, invece, dalle forte vena autobiografica, è un soggetto in continuo mutamento, il più grande dei due quadri è valutato 600 £; infine, “I want! I want! (After Blake)” l’opera ispirata all’artista inglese è valutata 350 £.

Come dice Chagall “tutto contribuisce all’arte, anche il ronzio di un’ape”; questo è il filo rosso che collega le opere di Peter Freeth e che le rende estremamente attuali e così pregnanti nell’animo di chi li osserva.

 

Nicola Battistin

feature image: “The dappled light of the sun”, Conrad Shawcross;

“Captcha no.11 (Doryphoros)”, Matthew Darbyshire;

Peter Freeth nel suo studio londinese;

“I want! I want! (After Blake)”, Peter Freeth.

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