Terminal Art Project, quando mobilità urbana e culturale dialogano

C’è a Fermo, nelle Marche, una bella struttura architettonica costruita alla fine degli anni ’90 dallo studio Carmassi di Milano. Un prestigioso complesso che avrebbe dovuto rappresentare una porta d’accesso alla città e che di fatto è il terminale di tutti i mezzi di trasporto della zona, il terminal per l’appunto, così è conosciuto da tutti. Un nome che però suona come un triste presagio dato che il terminal non è stato mai inaugurato, uno spreco di denaro pubblico costato 3.000.000 di euro a cui un bel giorno si sono ribellati Daniele Cudini, Francesco Musati e Cinzia Violoni – un artista, un fotografo e una designer. Nel 2013 questi si presentano dal sindaco neo-eletto con un piano dettagliato di riconversione del terminal e cercano di creare sin da subito interesse mediatico uscendo quotidianamente sulle testate dei giornali locali. L’obbiettivo era semplice: curare questa lacerazione urbana donando al terminal una nuova anima.

Ispirandosi ad altri modelli di riconversione di spazi pubblici abbandonati come ad esempio la KIT (Kunst Im Tunnel), un vecchio tunnel stradale dismesso e dedicato all’arte contemporanea, a Dusseldorf ed il Kunstbau 553605_435602313227458_699132646_nLenbachhaus di Monaco, i tre promotori pensano di creare un luogo dove si possa fare e discutere di arte contemporanea, peraltro totalmente assente nelle Marche. Come ci spiega Daniele Cudini: “noi interveniamo nella fase che passa tra la struttura abbandonata e la possibilità di renderla qualcos’altro perchè è in questa fase intermedia che si crea una coscienza sociale”. É proprio questo quello che è successo al Terminal, un non luogo diventato simbolo di cultura e di progettazione partecipata riconosciuto come tale più dai cittadini che dagli artisti locali.

Il primo evento che decidono di organizzare proprio quell’anno si chiama Terminal Art Project, un evento espositivo curato dalla tedesca Stefanie Kruezer del Museo Morsbroich di Leverkusen in cui i tre promotori del progetto si mettono in gioco esponendo le loro opere. Ancora una volta, anche in questo caso, sono gli sponsor privati a rendere fattibile il progetto sponsorizzando l’esposizione chi con fondi diretti chi con pezzi di arredamento o prodotti enogastronomici del luogo. Visto il successo della prima edizione, durante la realizzazione della seconda mostra Air Terminal è la Regione Marche a voler entrare come sponsor principale stanziando 40.000 euro con cui è stato inoltre possibile retribuire i 12 operatori che per 4 mesi hanno collaborato con l’associazione. Nonostante il Terminal sia diventato di fatto un luogo di cultura istituzionalizzato,è infatti promosso nel sito del Mibact stesso,  quello che veramente lo contraddistingue da altri spazi di arte contemporanea è il sistema sinergico che è riuscito a creare tra la produzione culturale e l’economia locale: un rapporto di sfruttamento e di arricchimento reciproco. Cudini, prendendo ad esempio ancora una volta il modello tedesco delle Kunstverein, parla di un “rapporto di scambio” in cui il Terminal si propone come intermediario tra il mondo dell’arte e quello delle imprese radicate sul territorio acquisendo un ruolo fondamentale nella crescita sociale e culturale del paese. I riconoscimenti che il Terminal ha acquisito a livello internazionale sembra confermare questa teoria, infatti molte aziende ora hanno iniziato a bussare alle porte dell’associazione per acquisire visibilità sul mercato estero. Tra le ultime ricordiamo iGuzzini che ha fornito l’impianto di illuminazione al Terminal e che grazie ad esso sta concludendo un contratto che di fatto sancisce il suo ingresso nel mercato tedesco.

Dopo un anno di stop dovuto a lavori di ristrutturazione della struttura e della squadra di lavoro, entra di fatto l’architetto Elisabetta Terragni esperta di riqualificazione di spazi industriali, riparte la programmazione dell’associazione dell’Art Terminal Project. Il 2016 vedrà la riapertura degli spazi espositivi, forse non del Terminal ancora in fase di ristrutturazione ma della Casina delle Rose: un hotel abbandonato in cui l’operazione artistica consisterà nel raccontare le storie di chi è passato dalle sue stanze dismesse, dai ricchi borghesi di inizio ‘900 fino ai profughi che recentemente vi trovavano riparo. Un altro progetto per il 2016, dice Cudini, è “smettere di andare in pareggio e iniziare a produrre, magari costituendoci come una società di riqualificazione di spazi urbani proprio attraverso l’arte”.

   Roberta Capozucca

About me https://about.me/rcapozucca

Photo Credit http://www.terminalartproject.it/

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