Privati a sostegno dei beni culturali: un rischio o un’opportunità?

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica [cfr. artt. 33, 34]. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

Così recita l’articolo 9 della Costituzione italiana, e così ci si aspetterebbe che sia nella realtà. Ma quando la macchina pubblica è debole ed incapace di sostenere le attività necessarie alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale, chi accorre in suo aiuto? Da diversi anni si pensa che la risposta a questo problema sia nel favorire l’ingresso dei soggetti privati nel sistema della valorizzazione e della gestione del patrimonio. Ma è veramente questa l’unica soluzione? E soprattutto, siamo sicuri che sia quella più efficace?

“Privati del Patrimonio” è l’ultimo libro di Tomaso Montanari, pubblicato a febbraio 2015 da Einaudi e riflette sulla privatizzazione selvaggia che da diversi anni caratterizza il sistema culturale italiano. Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte Moderna all’Università Federico II di Napoli, critica l’incapacità dello Stato Italiano di occuparsi del suo patrimonio culturale, delegando la gestione ai soggetti privati che di certo non sono puri mecenati e che quindi antepongono il loro interesse a quello del pubblico. In questo modo, secondo Montanari, si tende verso una mercificazione eccessiva del patrimonio culturale e a un crescente esproprio del patrimonio pubblico.

Il rischio è che i beni culturali italiani, che per diritto dovrebbero appartenere a tutti, ovvero al pubblico, se soggetti ad una gestione privata orientata solo al lucro possano invece diventare beni esclusivi, pensati solo per una categoria di fruitori in grado di pagare somme elevate per poterne godere. Privati del Patrimonio, esclusi all’accesso del nostro patrimonio culturale. 

La maggior parte dei soggetti che si affiancano allo Stato nella gestione del sistema culturale non lo fanno per pura filantropia o per generosità. Lo stesso sistema legislativo, che ha regolato l’ingresso di soggetti terzi nella gestione dei beni culturali, si è orientato soprattutto su azioni commerciali, disincentivando il vero mecenatismo culturale. Per esempio, il Codice dei Beni Culturali non ha articoli dedicati all’erogazione liberale, paragonabile al mecenatismo, ma al contrario, ha un articolo, il 120, dedicato alla sponsorizzazione dei beni culturali. Montanari, però, non demonizza la figura del privato in senso generale; crede, infatti, nella figura del mecenate che interviene a favore del pubblico e  non in sostituzione di esso. A sostegno della sua tesi elenca molti casi di best practise, come il MeMo, il Fai o la Società Parchi di Val di Cornia, in cui la collaborazione pubblico-privato risulta efficace perché ben regolata e calibrata.

Montanari incentiva, quindi, un modello di gestione orientato verso la ricerca e verso la ridistribuzione sociale del reddito. Ovvero, un mecenatismo partecipativo in cui il privato permette di arginare le cattive pratiche dell’amministrazione pubblica soprattutto in termini di sostenibilità economica ed in cui la tutela del patrimonio culturale rimane intatta e non soggetta a compromessi.

Certamente, l’autore propone un modello valido ed efficace, ma si tratta di un modello fattibile? Si tratterebbe infatti di ripensare ad una nuova struttura statale, ma non solo, a cambiare dovrebbe essere la mentalità e l’approccio al sistema culturale e a tutte le problematiche ad esso connesse.

Marta Raimondi

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Titolo: Privati del Patrimonio
Autore: Tomaso Montanari
Casa editrice:
Einaudi
Anno di pubblicazione:
2015
Prezzo di copertina:
€ 12,00
Codice ISBN:
9788806218973

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