MARCEL DUCHAMP – La paranoia del quotidiano

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PREMESSA…La nozione di opera d’arte non può in nessun modo prevedere tutte le sue possibili e future applicazioni. Quando Leonardo da Vinci dipinse, all’inizio del XVI secolo, la Gioconda, non poteva certo prevedere che quattrocento anni dopo un artista emblematico del XX secolo, quale fu Marcel Duchamp, utilizzasse quella stessa immagine, con l’aggiunta dei famosi baffi, con lo scopo di sconsacrare l’intera concezione di arte, o un certo modo di vedere l’arte, che un dipinto famoso come la Gioconda ha simboleggiato per secoli. Pur sembrando due immagini sostanzialmente uguali, la Gioconda e L.H.O.O.Q. (traducibile con “lei ha caldo al culo”) sono in definitiva due immagini completamente differenti. Duchamp non era veramente intenzionato a distruggere l’arte, ma le sue operazioni hanno educato il nostro modo di guardare, cercando di farci capire che l’arte è qualcosa di indeterminato e non di definitivo…

Marcel Duchamp, colui che cambiò irreversibilmente lo statuto dell’opera d’arte, nacque il 28 luglio 1887.

Marcel Duchamp è celebre per essere l’esponente di spicco del Dadaismo, la più rivoluzionaria di tutte le avanguardie, per aver creato immagini irreverenti e comiche, come la Gioconda con i baffi o l’urinatoio come fontana, ma Duchamp fu molto di più.

È a Marcel Duchamp che si deve quell’allargamento del campo estetico alla sfera quotidiana per cui “tutto può essere arte”, ma questo motto, sentito fin troppe volte, non può essere ricondotto solo a un’istanza dissacratoria e democratica. Certo che il dadaismo fu l’avanguardia che più di altre si pose in duro contrasto con l’arte istituzionalizzata e lo fece davvero per arrivare a un pubblico più vasto possibile, ma non furono questi due intenti a muovere la rivoluzione partita da Duchamp, fu un percorso lento e inesorabile.

Seppur i suoi primi lavori risentano, come è normale che sia, dell’influsso delle prime avanguardie (espressionismo, cubismo e futurismo) nell’utilizzare accorgimenti ottici nelle rappresentazioni dei sentimenti, del movimento o del tempo, è vero che già in queste prove iniziali (Corrente d’aria sul melo del Giappone, Giovane e fanciulla in primavera, Nudo che scende le scale) emerge in Marcel Duchamp la volontà di alleggerire la sfera visivo-percettiva per attingere a una dimensione mentale. Una dimensione noetica.

In Duchamp, infatti, ciò che conta è il coefficiente mentale che anteponiamo all’esperienza, la quale può seguire, per citare Renato Barilli, “il suo normale decorso pratico-utilitario, ma può anche essere dirottata su altri binari, e allora, anche senza che nulla muti nel suo assetto fisico, essa entra nella sfera del valore estetico”.

Nei suoi celebri ready-made il valore non risiede tanto nello spostamento materiale (la Ruota con bicicletta per esempio è rovesciata), ma in quello sottile e concettuale che fa si che gli “oggetti” vengano contestati alle radici attraverso l’arma dell’ironia e dell’eros, aspetti forse tra i più importanti nell’arte duchampiana.

Egli non voleva pressioni commerciali, cercava con fatica e senza compromessi un diretto coinvolgimento dello spettatore (e ciò spiega la scarsa produzione artistica dopo il 1923), poiché era convinto che è questa relazione a fare l’opera, una relazione tra immagine e spettatore. Pensare per immagini è forse ciò che ci distingue dal resto del mondo animale e allo stesso tempo è ciò che accumuna tutto il genere umano. In Duchamp il concetto stesso di immagine diventa protagonista per la noesi, ossia l’atto stesso di comprensione concettuale: l’immagine è il mezzo per concepire nuovi mondi.

Marcel Duchamp fu forse l’artista che più di tutti riuscì a guardare lontano poiché, come egli stesso disse, “d’altronde, sono sempre gli altri che muoiono”.

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