INTERVISTA AD ALESSANDRA PIOSELLI

Vivere l’arte contemporanea come mezzo di interpretazione complessa del mondo

Alessandra Pioselli è direttrice dell’Accademia di Belle Arti -“G. Carrara”- di Bergamo (http://www.accademiabellearti.bg.it/). Lavora come critico e curatore nel campo delle arti visive e svolge attività giornalistica, didattica, di curatela di progetti espositivi e di ricerca. Collabora con “Artforum” e si occupa di arte pubblica. L’abbiamo intervistata in occasione del suo intervento all’8° Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 Ore.  

 

Laureata in PIOSELLILettere all’Università degli Studi di Pavia, come nasce la sua passione per l’arte contemporanea, in particolar modo per l’arte pubblica?

Ho avuto la fortuna di avere come docente di arte moderna Rossana Bossaglia, nota storica dell’arte, vivace e coinvolgente. Il suo corso trattava le avanguardie storiche e si spingeva fino agli anni ’80, cosa alquanto inusuale per quei tempi, arrivando a parlarci della Transavanguardia e quindi “quasi” fino ai giorni nostri. Mi interessava vivere l’arte contemporanea come mezzo di interpretazione complessa del mondo e analizzare come la sperimentazione linguistica si connettesse con il mutamento sociale.

 

Potrebbe raccontarmi la sua esperienza di direttore artistico dell’Accademia “Carrara” di Bergamo: quali sono gli aspetti che preferisce di questa attività?

L’Accademia di Belle Arti di Bergamo è più piccola rispetto alle altre accademie internazionali. Ad oggi ha 170 studenti, un corpo docenti molto coeso, fatto di professionisti attivi nel campo dell’arte contemporanea, e presenta quindi una dimensione familiare che permette uno scambio proficuo tra ragazzi e docenti. Grazie a questa organizzazione interna è possibile creare e promuovere una progettualità che si esercita anche al di fuori dell’aula scolastica e che coinvolge gli studenti in un percorso basato su determinati temi e approcci.

Uno dei nostri obiettivi è quello non solo di fare formazione ma anche quello di considerare l’Accademia come istituzione culturale che fa ricerca scientifica, da un lato, e che sia anche connessa alle peculiarità del territorio, dall’altro. Per esempio la collaborazione con numerose istituzioni del territorio, nel corso degli anni, ha portato a progetti dal carattere fortemente culturale e formativo.

La costruzione di sinergie e di connessioni è al centro dei corsi dell’Accademia e anche dei progetti dell’istituzione. Consideriamo l’Accademia un’istituzione culturale come l’università, che fa formazione e ricerca. I progetti sostenuti dall’Accademia hanno sempre una duplice valenza formativa e culturale. La modalità di lavoro è la “co-progettazione” con professionisti e istituzioni pubbliche e private, appartenenti a contesti sociali produttivi, culturali ed economici che siano anche “altri” rispetto al sistema dell’arte.

 

Ci sono state decisioni che mai avrebbe voluto prendere?

Non direi che ce ne siano state. Sicuramente è un lavoro di mediazione, di negoziazione tra tante persone e tanti luoghi. Gestire un’accademia significa avere cura delle relazioni, delle diverse aspettative e dei diversi interessi che sono all’interno di una piccola comunità, quella della scuola e, in un cerchio più allargato, quella del territorio.

 

Quali sono i suoi piani per il futuro e i prossimi progetti dell’accademia?

Abbiamo ora in cantiere per il prossimo anno delle collaborazioni con il museo storico di Bergamo, con il Teatro Donizetti e anche con Kilometro Rosso, che è un parco scientifico e tecnologico alle porte di Bergamo. Sono progetti che coinvolgeranno gli studenti nella realizzazione di opere ‘ad hoc’ o di processi formativi all’interno di questo tipo di spazi.

 

Lavora come critico e curatore nel campo delle arti visive contemporanee d’arte. Quanto è difficile essere curatore al giorno d’oggi e soprattutto coniugare questa e le altre attività che Lei svolge con l’altrettanto importante lavoro dirigenziale?

Quando mi sono trovata in questo ruolo di direttore dell’Accademia, che non avevo mai esercitato prima, ho portato la mia esperienza di critico e curatore nella progettualità dell’Accademia. Mettendo in cantiere tanti progetti ho agito da direttore ma al tempo stesso con le competenze di critico e curatore. I progetti formativi e culturali che abbiamo promosso con l’Accademia sono anche progetti curatoriali, a partire dalla definizione di un “concept”. Per esempio, il programma di residenze per giovani artisti, realizzato con Kilometro Rosso e confluito in una mostra, prevede una riflessione curatoriale.

Lavorando dall’interno di una istituzione scolastica, non si tratta solo di organizzare una mostra o di scegliere artisti/opere ma di costruire dei percorsi che coinvolgano gli studenti e mettano assieme ricerca, formazione e produzione. Mi interessa questo aspetto didattico formativo della pratica curatoriale, ci credo molto, l’ho forse acquisito e potenziato e penso di non abbandonarlo mai, anche quando non sarò più direttore.

 

 Cosa pensa della curatela collettiva? All’interno del mondo curatoriale e dell’arte pubblica, può essere fruttifero un lavoro interattivo e interdisciplinare che coinvolge persone con formazione e lavori diversi ma uniti nella cura e nell’organizzazione di uno stesso evento?

La trovo molto positiva. È sicuramente cresciuta questa volontà di collaborazione, di coesione e di costruzione di progetti condivisi, sia da parte degli artisti sia, appunto, di giovani critici e curatori. Mi sembra una strada  importante, si condividono idee, competenze e si rafforza anche il potere di negoziazione di una realtà, di un progetto rispetto all’agire da soli: è il vecchio tema che l’“unione fa la forza”. Lavorare ai bordi delle discipline, quindi spaziare tra luoghi diversi, è una necessità strategica e culturale dei nostri tempi. Penso che il sistema dell’arte sia molto chiuso, difficile e competitivo, per questo un artista o critico giovane fa bene ad  allargare i propri confini e ad inventarsi nuovi luoghi. Nuovi pubblici e nuovi spazi, non solo fisici ma anche immateriali, per una duplice necessità: da una parte il mondo dell’arte è forse saturo e dall’altra è davvero una necessità culturale che spinge anche a rivedere il senso del fare.

 

Oggi, nell’attuale panorama dell’arte e della cultura, consiglierebbe ad un giovane il lavoro di curatore o quello di giornalista o di direttore di un’accademia?

Forse no, forse sì. Sono carriere difficili ma non sono le uniche carriere difficili esistenti al mondo. Consiglio di intraprendere queste strade se si ha l’energia e anche l’opportunità, soprattutto economica, e, inoltre, se è quello che si desidera fare. Il mio consiglio è di seguire le proprie inclinazioni, di sperimentare con grande libertà. Bisogna essere davvero convinti, in quanto la strada è tortuosa ma il credere in ciò che si fa porta a superare molti ostacoli, agendo anche in maniera diversa, non consolidata, all’interno del mondo lavorativo. Non è detto che non sia possibile inventare un nuovo modo di agire e creare. Quindi, perché no?

 

Maria Chiara Buongiorno

 

Immagine di copertina: Accademia “G. Carrara” di Bergamo.

 

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