Intervista a Vincenzo De Bellis

Confermata da poco la direzione artistica di Miart, la fiera d’arte che si tiene tutti gli anni nel mese di aprile in quel di Milano, Vicenzo De Bellis ci racconta le scelte effettuate per questo secondo mandato.

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Aveva dichiarato che molto probabilmente non avrebbe accettato un secondo mandato (l’attuale aveva una durata di tre anni) da direttore artistico del Miart, cosa l’ha spinta a rimanere?

Ho sempre percepito il mio percorso all’interno della fiera come un ruolo temporaneo e siccome il mio mandato era triennale era logico pensare a questa temporalità. Un percorso che avesse un inizio e una fine. La Miart è cresciuta tanto in questi anni e ritengo necessario continuare su questa linea di ricerca in quanto, anche se  è stato già fatto tanto, si può sempre migliorare e percorrere un altro pezzo di strada insieme.

Ci dobbiamo rafforzare perché vogliamo fare di Milano l’unica fiera italiana. Lo chiede la città.

 

In Italia esistono altre fiere d’arte, come Artissima di Torino che quest’anno ha fatto molto parlare di se grazie ad un progetto esterno alla fiera una mostra “Shit and Die” che ha visto per la prima volta Maurizio Cattelan nelle vesti di curatore.

Sì era un progetto esterno, ideato dalla direttrice artistica della fiera Sarah Cosulich Canarutto, che a livello di comunicazione è stata un idea fantastica ma non so quanto abbia favorito la fiera in se, penso che abbia distolto molto l’attenzione dalla fiera stessa.

A tal proposito parliamo di successo: da quando ha preso in mano la direzione del Miart i numeri sono aumentati da quello delle gallerie partecipanti, delle opere esposte, dei visitatori. Quale ritiene essere il segreto del suo successo.

Il lavoro di team e la fiducia che ripongo nei miei collaboratori. Il mondo dell’arte ha un grande rispetto per la conoscenza del lavoro altrui, è come una tribù ci si conosce tutti e c è bisogno di un alto grado di fiducia nei rapporti. Penso che il successo del mio lavoro, che si rispecchia poi nei risultati ottenuti in questi ultimi anni, sia dovuto al gruppo di persone che collabora con me e che ho personalmente scelto.

Ed è per questo che è nata l’esigenza di un affiancamento di una nuova figura quella del vicedirettore: Alessandro Rabottini?

Alessandro è un collaboratore da 3 anni e dopo 3 anni ci si doveva strutturare meglio, il team doveva lavorare meglio. La figura del vicedirettore è la prima figura senior che è stata introdotta. Non è una scelta insolita, è una figura che molto spesso viene inserita nel direttivo delle fiere con ad esempio in Fiac, che è il modello di fiera alla quale mi sono ispirato.

Siamo qui al Mudec, il nuovo museo delle culture di Milano, nella sede del master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni culturali, cosa ne pensa della figura del manager culturale?

E’ una riposta difficile penso sia una figura necessaria ma ne conosco pochi perché bisogna avere delle caratteristiche specifiche legate ad una conoscenza specialistica dei contenuti e di teorie di economia e di gestione che normalmente nel mondo culturale sono poco approfonditi. È fondamentale il connubio tra il manager e chi si occupa di contenuti nelle programmazioni dei luoghi istituzionali, lì dove questo connubio funzioni penso sia l’unica via praticabile per questo paese. Perchè grande problema dell’Italia è che si accorpano nelle mani di una sola persona le caratteristiche di manager culturale e di curatore e queste due figure non sono assimilabili. Non si può chiedere ad un direttore di museo che deve occuparsi di tutti i budget e tutte le pianificazioni a sei anni di pianificare le politica culturale della città e allo stesso tempo creare fisicamente le mostre. In questo modo uno dei due aspetti viene messo da parte. In Italia esistono molti direttori/curatori,  si cerca di accorpare tutto nelle mani di una sola figura professionale e in questo modo assistiamo solo a dei disastri.

Antonia Frisario

 

Vincenzo de Bellis – photo Marco De Scalzi

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