10 domande a Francesca Minini

Figlia del noto gallerista italiano Massimo Minini, dopo aver lavorato dal padre, Francesca Minini ha fondato la sua galleria a Milano in Zona Ventura nel 2006. Rappresenta artisti italiani e internazionali tra cui Flavio Favelli, Paolo Chiasera, Ali Kazma e Ghada Amer. L’abbiamo intervistata in occasione del suo intervento all’8° Master in economia e management dell’arte della Business School del Sole 24 Ore.

 

francesca minini

Come si è avvicinata al mondo dell’arte e alla decisione di aprire una galleria?

La passione per l’arte me l’ha trasmessa mio padre, Massimo Minini, gallerista di professione.
Ho lavorato con lui nella sua galleria e poi nel 2006 ho deciso di aprire la mia a Milano, una galleria che si concentrasse su artisti emergenti sia italiani che internazionali.

Qual è a suo parere il ruolo principale della galleria d’arte?

Il ruolo della galleria d’arte è innanzitutto culturale, non va concepita solamente come uno spazio dedicato al mercato. É importante investire e credere nel lavoro degli artisti emergenti e intraprendere insieme un percorso formativo. Il compito del gallerista è quello, dunque, di promuovere l’artista e farlo conoscere ad un pubblico sempre più vasto di collezionisti, curatori, critici e musei.

Come si muove alla scoperta di nuovi artisti da portare in galleria?

Non ho mai fatto ricerca nelle Accademie di arte, mi muovo soprattutto negli spazi non-profit dedicati all’arte contemporanea specialmente in città come Milano, Berlino e Londra, oltre che nei musei all’estero, che a differenza di quelli italiani, dedicano spesso spazi ad artisti emergenti. La Biennale di Venezia è un altra importante vetrina che permette di vedere il progetto degli artisti in una situazione di più ampio respiro.
Essenziali sono anche i consigli che mi vengono dati da amici e curatori e, in particolare, da galleristi all’estero con i quali ho costruito stretti rapporti.

E cosa succede nel momento in cui sceglie un artista?

Scelgo un artista perché mi ha colpito particolarmente il suo lavoro, da qui inizia una fase di approfondimento della sua ricerca nella quale cerco, insieme al mio team, di seguirlo il più possibile, soprattutto se sono i suoi primi passi nel mondo dell’arte. Si inizia dall’instaurare un dialogo forte per pensare a un progetto da sviluppare per una prima mostra nella galleria.

Che rapporto ha con i suoi artisti?

Il rapporto si basa essenzialmente e principalmente sulla fiducia. Non lavoro a contratto, non assumo un artista, ma semplicemente scelgo di credere nel suo lavoro e lo aiuto nello sviluppare la sua ricerca lasciandogli massima libertà, senza contrastarlo.
L’artista semplicemente investe le sue idee e noi le produciamo credendo fortemente nel suo lavoro.

Come viene stabilito il prezzo delle opere?

Ho sempre pensato con gli artisti stessi ad un valore da attribuire al loro lavoro che viene esposto per la prima volta in galleria. Se per esempio un’opera ha un costo abbastanza elevato di produzione, si parte da questo valore aggiungendo il guadagno che andrà all’artista e alla galleria.
Per quegli artisti in parte già conosciuti sul mercato il valore delle loro opere si stabilisce in base alle esposizioni e al percorso che ha già fatto.

Cosa pensa delle fiere di arte contemporanea?

La fiera è divenuta ormai il momento più importante della stagione sia per l’artista che per la galleria stessa, soprattutto come possibilità per incontrare il grande pubblico protagonista del mercato dell’arte. In Italia partecipiamo ad Artissima a Torino e a Miart a Milano, che è diventata una fiera molto internazionale; poi ci sono ArtBasel, nella quale quest’anno parteciperemo nella sezione Liste, e Art Basel Hong Kong. A queste fiere ci presentiamo con un “solo show”, ovvero un ambiente totale che raccolga una serie di lavori o anche solamente uno in particolare come se fosse una piccola mostra.

Come vede la città di Milano oggi rispetto al mercato dell’arte contemporanea?

Rispetto all’arte contemporanea Milano non ha un museo dedicato ad essa, ci sono sì molte fondazioni private tra cui Trussardi, Hangar Bicocca e ora Prada oltre a un comitato scientifico giovane al Pac, ma non abbiamo un museo pubblico di contemporaneo. In generale in riferimento all’Italia credo che, se i musei promuovessero molto di più l’arte contemporanea italiana e soprattutto dessero più spazio agli artisti emergenti, avremmo una visibilità tale per avere un maggior riconoscimento internazionale.

Dove osserva in questo momento una nuova creatività?

A livello internazionale c’è sempre una maggiore creatività, non c’è inflessione; io in particolare sto volgendo la mia attenzione all’arte sudamericana.

Quali sono le difficoltà con le quali un gallerista italiano si deve confrontare?

Uno dei problemi principali con i quali ci si scontra in Italia è quello fiscale e di tassazione: per esempio i costi per i trasporti delle opere e l’Iva sugli acquisti sono molto alti rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea e questo è uno dei grandi svantaggi per una galleria d’arte italiana. Questo freno fiscale indubbiamente non non invoglia i collezionisti ad acquistare opere in Italia.

Valentina Negri

Image courtesy of Galleria Francesca Minini

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