Perché arte e management vanno di pari passo?

Risposta breve: perché occorre svecchiare un sistema paralizzato dalle velleità manageriali di certi critici e gli interessi di monetizzare delle istituzioni.

Risposta più ragionata.
In Italia conciliare interessi diversi é sempre stata la battaglia quotidiana delle istituzioni. A chi spetta il compito di gestire il patrimonio culturale nel nostro paese? Ad una rete burocratica stratificata che va dal piccolo assistente di sala fino alle soprintendenze, costituite di norma da esperti nel settore. Eppure l’arte italiana marcisce nei depositi museali, crolla a Pompei, si nasconde agli occhi dei curiosi in prestiti azzardati e spesso inutili. Fare ordine é necessario. Non basta la presenza di un Intellettuale per assicurare il popolo italico che il patrimonio culturale del paese é al sicuro. D’altro canto non occorre esclusivamente un manager che si approcci all’ormai inflazionato concetto di bene culturale in termini economici e di profitto. É necessaria piuttosto una figura di mediazione tra le due parti che conosca la materia e le sue specificità per comprendere che l’arte é un bene atipico, per la quale gestione non valgono le normali strategie di marketing, ma é necessario elaborarne di nuove, più oculate e riflessive, che portino realmente profitto in forma di progetti culturali e museali rivolti verso l’avanzamento intellettuale del pubblico pagante, unico e vero scopo dell’esistenza delle istituzioni museali.

É inutile che i più cinici storcano il naso davanti a quella che ormai é un evidenza per tutti. La macchina culturale nel nostro paese dovrebbe diventarne la prima ricchezza, ed invece é spesso un peso per l’economia italiana che ne trae scarso profitto in termine di visite e ritorno di immagine. Accettiamo quindi di considerare l’idea che degli errori fino ad oggi sono stati commessi, cerchiamo di identificarli e di ricostruire una macchina culturale meno pesante, più agile e più veloce. Evitiamo però di ricadere nel tranello del Michelangelo ritrovato, operazione politica totalmente fallita. Del crocifisso a distanza di poco tutti se ne sono dimenticati perché, come scriveva qualche anno fa Tomaso Montanari, “strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dalle università, la storia dell’arte é ormai un escort di lusso della vita pubblica”, un qualcosa che si rispolvera solo quando fa comodo.

Troppo spesso abbiamo commesso l’errore di credere all’esistenza di un pubblico ignorante, incapace di apprezzare mostre mediaticamente meno vincenti, ma più funzionali dal punto di vista culturale. La mostra é un prodotto e un prodotto di qualità vende sicuramente di più rispetto a uno scadente. Lo stato ha il dovere, attraverso le proprie ramificazioni, di educare il gusto del pubblico ad apprezzare l’arte in ogni sua forma, di capire che essa costituisce la base stessa della nostra cultura immateriale. Quindi ben venga un management culturale intelligente, preparato e rispettoso della materia che riesca ad elaborare strategie di profitto che permettano alla cultura di autosostenersi e finanziarsi e poter così tornare a vivere anziché sopravvivere.

Francesca Tribò

Fonte: Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo, 2011, Einaudi.

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