IL BREVE INTERVALLO TRA GENIO E FOLLIA

Il ritratto ha origini molto antiche. Esprime lo sforzo dell’artista teso alla raffigurazione dei tratti somatici e alla ricerca dell’espressione psicologica di un individuo.

Secondo la mentalità, non soltanto popolare, le condizioni umane dell’artista e del “folle” sono molto vicine e spesso confuse. L’artista tende ad identificarsi nel soggetto ritratto, al punto di individuare particolari specie umane con le quali entra naturalmente in contatto, come davanti ad uno specchio “vivente”. Da questa intima associazione artista-folle deriva l’abusato aforisma secondo il quale è breve l’intervallo tra genio e follia.

Il volto è una macchina estremamente sofisticata che ha come funzione primaria quella di comunicare delle emozioni; è una finestra aperta con vista sulle nostre sensazioni. Aristotele scrisse: “Ci sono espressioni facciali caratteristiche che, secondo quanto osserviamo, si accompagnano alla collera, alla paura, all’eccitamento erotico e a tutte le altre passioni”.

Cosa accade quando le emozioni appaiono deformate, gli impulsi involontari, l’irrazionalità malata del folle interrompe la normale decodificazione dei suoi gesti? La realtà dissociata dalla realtà stessa, si mostra nuda e vergine, priva della dissimulazione rarefatta delle apparenze.

jpg (2)“I volti dell’alienazione” è il titolo della mostra esposta dal 25 marzo al 3 maggio 2015 presso il Museo di Roma in Trastevere, che ha ospitato le opere dell’artista milanese Roberto Sambonet, il quale indaga attraverso i ritratti realizzati nel manicomio di Juqueri, l’intricato fenomeno del disagio mentale.

Roberto Sambonet nasce a Vercelli nel 1924. Formatosi nell’Accademia di Belle Arti di Brera, diventa un importante pittore, designer e grafico. Ha partecipato attivamente alla vita cittadina milanese frequentando l’ambiente delle avanguardie artistiche, che avevano il Bar Jiamaica come punto di ritrovo e, assimilando le idee del gruppo dei Picassiani con Bruno Cassinari, Ennio Morlotti ed Ernesto Treccani.jpg (7)

Dal 1948 al 1953, trasferitosi in Brasile, il suo linguaggio artistico assume una notevole maturazione che lo conduce verso l’essenzialità della linea che divenne tratto fondamentale della sua opera, sia nella pittura sia nella grafica, che nella produzione di oggetti di industrial design.

Tra il 1951 e il 1952, Sambonet trascorre sei mesi nei reparti dell’Ospedale Psichiatrico Juqueri, a cinquanta chilometri da San Paolo in Brasile, conducendo la sua personale ricerca artistica su persone affette da malattie mentali, realizzando una serie di ritratti di notevole intensità.

jpg (4)I ritratti di Sambonet hanno la capacità di mettere a nudo il disagio dell’artista di fronte al malato mentale, un disagio inquietante assimilabile alla paura per l’ignoto. Le opere sono testimonianze lucide di un disagio esistenziale, mettono a nudo l’interiorità dei soggetti ritratti, mostrando pensieri, emozioni e sentimenti del tutto incondizionati.

I disegni dell’artista compongono una sorta di viaggio nelle pieghe della malattia e della sofferenza, ripercorrendo i passi di altri intellettuali del passato che nei loro scritti hanno affrontato e raccontato il tema della pazzia, come Edgar Lee Masters, Allen GinsbergFriedrich Wilhelm Nietzsche, William Shakespeare e Voltaire.

Agostina Lisi

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