Manipolazione oltre il talento

Potrebbe risultare più o meno strano, ma quando si parla del mondo dell’arte – con particolare riguardo alla struttura del mercato – ci sono delle regole ben precise: non sono scritte, ma tutti gli operatori del settore ne sono ben a conoscenza. Una sorta di protocollo consuetudinario – Se non lo conosci, sei fuori! giusto per fare il verso a Crozza che lo fa a Briatore. Magari affibbiare al mercato artistico l’attributo di ridicolo, che il comico volutamente conferisce al suo personaggio, può sembrare esagerato, però non si può negare che la struttura che lo mantiene presenta certi comportamenti caratteristici che gli conferiscono un certo sapore al di là dell’elitario – snobbish, va’.

Nel sistema di attori che compongono il mercato dell’arte, con rispetto a quanto appena accennato, sono le gallerie quelle che più contribuiscono a conferire al mercato dell’arte la fama di essere quantomeno borioso; inoltre, reggendosi su potere e importanza storici, confluiti non solo dall’inimmaginabile quantità di denaro che sono in grado di far girare, ma anche per la rilevanza che ricoprono a livello storico, nulla lascerebbe immaginare che il giorno in cui i galleristi conteranno poco o nulla sia vicino. Inoltre, le gallerie brulicano di informazioni: non esiste una vetrina più efficiente delle gallerie per l’arte contemporanea. Le gallerie sono necessarie in quanto vanno in avanscoperta di nuovi talenti e sono le prime a sottoporre questi ultimi a un primo test sul mercato. Il collezionista che basi la sua conoscenza artistica contemporanea, anche a fini di acquisto, può poco se si limita a comprare riviste e cataloghi e consultare il web: come suggerisce l’Art Galleries Switzerland Association, “solo l’esperienza sensoriale tra l’opera e chi la contempla può garantire un buon acquisto”. Chi tiene sotto osservazione le gallerie in maniera metodica sarà in grado di affinare la sua sensibilità periodica, affermano sempre loro.

Si parla ovviamente di high-end galleries – gallerie di livello superiore, top. Esiste ovviamente un mercato dell’arte di classe più modesta, ricco di gallerie locali sconosciute al pubblico internazionale, dove i prezzi sono a listino, le transazioni avvengono a quel prezzo e l’opera è venduta a chiunque passi di lì e chieda di comprarla. I clienti di questo tipo di gallerie comprano arte semplicemente perché gli piace, ma qualcuno sostiene che gli artisti sostenuti da questo sistema “locale” probabilmente non riescono ad emanciparci completamente mediante la vendita delle loro opere.

Quindi, è bene che si imparino le regole basilari prima di decidere di iniziare a comprare arte, se non si vuole rischiare di perdere tempo e denaro, fare inutili sforzi, rischiare un infarto prima di trovare la galleria d’arte adatta (lo stesso discorso, seppure con declinazioni differenti, vale anche per gli stessi artisti!).

Il mercato dell’arte risulta proprio stupefacente e incomprensibile a un essere umano che ne sia al di fuori. Mettiamola così, per semplicità: un gallerista e un’economista (con l’apostrofo perché supponiamo sia donna, abbia i capelli corti e anche un po’ il piglio della scassaballe) vanno a una opening exhibition, che altro non è che l’inaugurazione di una galleria d’arte. Diciamo anche che le opere sono terrificanti – in senso propriamente estetico, ma in quanto vascelli trasportatori di concetti crudi, infelici – tant’è che la nostra sensibile economista ha una sincope, suda freddo, e desidera soltanto uscire dalla galleria, disgustata (ma forse quest’ultimo è causa dell’incetta di aperitivi). Al contrario, il gallerista è entusiasta del lavoro artistico, lo decanta e prevede per l’autore una promettente carriera. Successivamente, verrà fuori che il gallerista aveva ragione. L’artista è diventato una star, il suo nome figura su tutti i giornali, ha iniziato a curare il suo aspetto – tanto ora che le sue opere vendono per migliaia di dollari se lo può permettere. L’economista è basita, traviata com’è dai suoi mantra universitari su costo di produzione e valore aggiunto, ma anche perché banalmente (ma poi, è davvero così banale?), ragiona secondo uno schema semplice, ossia arte = bello, una roba che ti piace guardare, o no?

E per darsi una spiegazione, l’economista si approccia al mercato dell’arte, va a Londra, e comincia a spiare – da lontano – case d’asta e gallerie, spulciare biblioteche di ogni sorta, fare incetta di libri sull’argomento. Viene a conoscenza che, soprattutto nei mercati di matrice anglosassone – che poi sono quelli dove avviene la stragrande maggioranza di vendite a valore – l’acquisto di un’opera d’arte sul mercato primario (in gergo indica che il bene oggetto di scambio non è mai stato messo in vendita prima di quel momento) non avviene da artista a collezionista, ma da galleria d’arte a collezionista.

La galleria decide gli artisti da esporre e il prezzo delle loro opere, influenzando così gusti ed opinioni dei collezionisti, in certe maniere che per altri mercati nessuno si azzarderebbe a negarne l’illegalità. Ma nella sua bislacca maniera, il mercato dell’arte funziona: ogni anno nel mondo la vendita di arte contemporanea genera miliardi di dollari di fatturato.

Uno dei dubbi oggetto di numerose ricerche è discussioni riguarda la necessità di un’eventuale regolamentazione del mercato dell’arte, e dei relativi effetti che genererebbe nei temi di accessibilità al mercato, sia per l’ampliamento del range della capacità di spesa dei collezionisti, sia per la visibilità verso questi ultimi per un numero maggiore di artisti.

La natura stessa dell’arte rende impossibile l’impostazione di un sistema efficiente dei prezzi delle opere, ossia che riflettano tutte le informazioni di pubblico dominio sul valore di queste: il valore intrinseco di un dipinto è pari alla somma di quelli della tela e dei colori adoperati – oltre quello c’è il gusto personale, soggettivo. E questo è il motivo per cui il settore ha sviluppato un intricato processo di segnalazione, dove l’approvazione da parte di una serie di galleristi, collezionisti e musei determina cosa sia effettivamente di valore. I galleristi investono moltissime risorse nel costruire la reputazione di un artista, nel farlo diventare un vero e proprio brand.

Ma se il valore nell’arte è arbitrario, lo può essere altrettanto la fama dell’artista, talvolta anche a causa di un aumento troppo repentino e azzardato dei prezzi delle sue opere. Perché la buona notizia è che i collezionisti stanno assumendo rilevanza maggiore in questa rete proprio perché più informati e consapevoli di ciò che comprano, riducendosi dunque la disponibilità a pagare cifre ingiustificate. Ad ogni modo, una delle peggiori cose che un gallerista possa fare è alzare il prezzo di un’opera invenduta, perché non vuole correre il rischio di minare le reputazioni e la fama in gioco con un eventuale riduzione: un gallerista preferirebbe perdere un artista piuttosto che abbassarne i prezzi, minando il valore dell’artista stesso e – soprattutto – la credibilità della galleria.

Il controllo sul mercato è così importante per le gallerie, che esse possono scegliere arbitrariamente di vendere o meno a un collezionista. Tendenzialmente, la motivazione alla scelta di non vendere un’opera si cela dietro la paura che questo possa in tempo breve cercare di rivenderla sul mercato secondario (in asta): una volta che un’opera di un’artista è messa in asta, il prezzo diventa visibile al pubblico, e chiunque (che possa permetterselo, ovviamente) ha la possibilità di acquistarla, semplicemente offrendo più degli altri. Numerosi scandali in passato hanno provato che gli stessi galleristi comprassero (o comunque, facessero offerte) per un loro artista in sede d’asta per far sì che il valore attribuito all’artista lievitasse.

Probabilmente è un circolo vizioso: i prezzi delle opere non costituiscono una garanzia della qualità dell’opera, e questo genera ulteriore manipolazione. Se i prezzi avessero un significato maggiore – più nobile, oseremmo pensare – probabilmente gli artisti sopravviverebbero ai loro periodi bui e alle bolle speculative.

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