Il museo all’americana

In campo museale si sente molto spesso parlare di modello americano, e di come questo possa essere auspicabile e produttivo per il nostro Paese.
Va innanzi tutto precisato che la realtà museale d’oltreoceano, come molte altre realtà, è del tutto differente dalla nostra, sia al livello culturale che politico.
Vi sono negli Stati Uniti situazioni difficilmente replicabili in Italia, mentre altre invece potrebbero essere degli ottimi esempi da cui trarre spunto.


In America quasi tutti i musei sono fondazioni private non finanziate dallo Stato. Nessun ente culturale riesce a coprire le proprie spese tramite la vendita di biglietti, il bookshop o il ristorante. Tutti i musei dispongono però di una ricca dotazione finanziaria impiegata in investimenti borsistici. Tramite questa si coprono i costi di gestione e si finanziano acquisti di nuove opere d’arte. Non si tratta di mercificazione dell’arte, anzi il denaro assume una forte valenza etica, poiché si generano soldi solo e unicamente per mandare avanti ed espandere il museo. Non esiste il profitto diretto. Le fondazioni sono tutte no profit.
Realisticamente questo modello gestionale così progredito non potrebbe mai essere importato in Italia, dove anche i musei più importanti, vedi gli Uffizi di Firenze, faticano a pagare le bollette.
D’altro canto, però, i musei americani rimangono sempre dei semplici contenitori di oggetti, per quanto spettacolari e luccicanti essi siano: ogni luogo è costruito ed ogni opera è esposta per inseguire una suggestione: quella del mito europeo, dell’arte classica e del rinascimento; per soddisfare quella brama del museo come cattedrale della cultura, senza la quale, come sostiene la direttrice della Galleria Borghese Anna Coliva “si può essere ricchi ma non si può essere padroni”.
In America un oggetto può essere spostato da un luogo all’altro, o può essere tranquillamente venduto se questo sia utile a finanziare l’acquisto di altre e più importanti opere d’arte. C’è un estremo pragmatismo in questo modo di vedere l’arte che noi italiani, e noi europei in generale, non potremmo mai raggiungere.

Ad esempio, al Guggenheim Museum di New York, hanno pensato bene, per ovviare alla mancanza di fondi, di trasformare il museo in un hotel part-time.
Sborsando intorno ai 300 dollari, fortunate coppie potranno dormire dentro l’installazione di un artista contemporaneo, potranno infilarsi sotto le lenzuola nel letto a due piazze montato su una piattaforma girevole, con tanto di minibar montato sopra uno dei dischi rotanti dell’opera d’arte. Prima di coricarsi si potrà girovagare in pigiama per il museo, ammirando la sua leggendaria collezione, ma senza folle e gomitate. Inclusi nel prezzo: bagno, doccia, pantofole e una sobria vestaglia. Al risveglio, prima colazione a base di caffè e croissant .
La visione così incredibilmente laica della cultura in America genera tuttavia anche degli aspetti pienamente positivi ed auspicabilmente imitabili per il nostro Paese.
In primo luogo gli americani sono riusciti a trasferire il loro culto dell’intrattenimento anche all’interno dei musei. Lo Smithsonian Institute di Washington registra 24 milioni di visitatori l’anno, a fronte dei 7,5 del Louvre, l’esempio più virtuoso in Europa. Il museo diventa una sorta di parco giochi dove vanno le famiglie. Tutto diventa interessante e tutto merita di essere esposto: dai quadri antichi ai divani utilizzati nelle serie tv agli indumenti di attori importanti. E tutto viene enfatizzato e spettacolarizzato. A questo si collega l’enorme sviluppo dei bookshop e dei ristoranti museali che fatturano cifre imponenti.

In secondo luogo negli Stati Uniti esiste un particolare fenomeno di responsabilità sociale diffusa, che spinge soggetti sociali e collettivi ad effettuare investimenti di risorse per il raggiungimento di comuni benefici sociali.

In queste condizioni il mecenatismo è una cosa molto comune, che porta grande stima sociale e diventa una sorta di biglietto d’ingresso nell’alta società. Negli States le donazioni individuali, infatti, rappresentano la maggior fonte di finanziamento delle istituzioni museali e culturali. Per altro esiste una politica di sgravi fiscali molto ben strutturata che le incentiva ulteriormente.
Anche lo sponsoring è molto sviluppato, anche con idee innovative: una mostra del Metropolitan di New York, imagesad esempio, è stata sponsorizzata da una società di noleggio auto, che proponeva di fittare le proprie auto per visitare i luoghi rappresentato nelle opere, con annessi tour enogastronomici.

L’enorme sviluppo delle attività secondarie nei musei americani, sarebbe senza dubbio auspicabile in Italia, tuttavia molte funzioni all’interno dei musei italiani sono sbilanciate, con funzionari e storici dell’arte che si devono improvvisare esperti di comunicazione o imprenditori commerciali, con la conseguenza di non poter sfruttare le tante potenzialità commerciali che si presentano.
Per quanto riguarda il fundraising, oltre ad avere una normativa deficitaria, il vero ostacolo all’intervento delle imprese o dei privati, a sostegno delle organizzazioni operanti all’interno del settore culturale, rimane a livello di attitudine mentale: la scarsa conoscenza delle possibilità comunque offerte dalla normativa vigente, una costituzionale e purtroppo giustificata sfiducia nel fisco, che porta a considerare con sospetto l’eventuale offerta di forme di esenzione, una ancora limitata sensibilità per i benefici che possono derivare da una partecipazione progettuale o finanziaria a programmi di ambito culturale, determinano il limitato peso del coinvolgimento imprenditoriale e civile a sostegno della cultura.

Alessandro Weber

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