L’arte di investire

Sotto gli occhi di tutti, non solo degli addetti al settore: il mercato dell’arte esplode. Il fatturato record registrato per lo scorso anno, pari a 68 miliardi di dollari (pari a 51 miliardi di euro), quasi il doppio del valore relativo al 2009 e, di fatto, maggiore dei 48 miliardi di euro del 2007, (fonte: rapporto TEFAF), l’ultima annata nei quali i mercati non hanno risentito della crisi finanziaria. E se è vero che l’arte è da sempre un simbolo di lusso, dimostrazione di prestigio economico ancor più che autorevolezza culturale, negli ultimi tempi le cifre sono davvero al di fuori di un immaginario comune. Il clima in sede d’asta è frenetico, con offerte telefoniche a ripetizione, recentemente affiancate dal canale online: cifre da capogiro, che fanno dubitare se la storia della reticenza umana ad acquistare su internet sia solo una leggenda metropolitana; tra il pubblico qualche duellante si sfida a colpi di paletta, il resto di loro è lì solo per godersi lo spettacolo d’arte varia. Proprio lo scorso mese gli ultimi due record: “When will you marry?” di Paul Gauguin, venduto a un anonimo compratore, come l’opera d’arte più cara (300 milioni di dollari), e Gerhard Richter, il quale è l’artista vivente più remunerato al mondo, dopo che per un suo dipinto sono stati sborsati 30 milioni di sterline. In media, durante lo scorso anno i prezzi per l’arte moderna (Post-War) e contemporanea sono aumentati del 19% (fonte: The Economist). È chiaro che l’attuale attenzione alle logiche finanziare da parte degli investitori abbia plasmato il mercato dell’arte. Non solo più titoli, oro e immobili: la tassonomia del bene-rifugio diventa più vasta e complessa, comprendendo investimenti cosiddetti esotici. E di fronte a questo intenso interesse, le istituzioni finanziare non sono certo rimaste a guardare, rispondendo alle esigenze dei loro clienti adattando strumenti e competenze del mestiere al mondo dell’arte: e così fondi di investimento in opere d’arte, attività di art advisory e consultancy, servizi accessori connessi al prezioso bene sono arrivate a costituire talvolta una vera e propria dimensione organizzativa dedicata. In questo contesto il prodotto arte ha caratteristiche che ben si prestano a logiche di differenziazione di portafoglio care a professionisti e teorici della finanza. Ad ogni modo, la tendenza ad investire in opere d’arte con fini di hedging non è nuova: i primi a scommettere sul mercato dell’arte come strumento di protezione dal rischio di inflazione fu il fondo pensione inglese British Railways, che investì il 3% della sua dotazione (pari circa a 40 milioni di sterline). Dal 2003 il fondo non detiene più alcuna opera, nonostante nel corso degli anni di detenzione l’attività di compravendita abbia generato un ritorno annuale medio sull’investimento di circa il 10%. Rimane comunque che la domanda per opere d’arte di qualità con fini di è cresciuta notevolmente negli anni recenti: tra i findings di Art & Finance Report 2014, frutto dell’attività della società di consulenza e revisione Deloitte Luxembourg e ArtTactic, il 76% dei compratori di arte dichiarerebbe di averlo fatto con logiche e strategie di investimento, contro il 53% del 2012. Questo atteggiamento è certamente una delle cause che hanno portato il prezzo medio di un’opera d’arte a lievitare considerevolmente. Oltre al concetto di dividendo estetico, correlato alla valenza artistico-culturale delle opere nonché al gusto e al coinvolgimento personale del proprietario o aspirante tale, vi sono anche altre ragioni non monetarie che motivano l’acquisto di opere d’arte, tendenzialmente collegate a spinte filantropiche, come il supporto ad artisti emergenti e la creazione di una collezione per conservare un patrimonio culturale, o conferirgli il giusto valore. D’altro canto, l’aspetto monetario sottostante l’acquisto di opere d’arte è ovvio, non solo in una logica di capital gain ottenuto dalla rivendita futura del bene – una scommessa sull’apprezzamento di valore, ma anche come riserva di valore. L’investimento in arte è supportato dalla caratteristica della tangibilità, particolarmente apprezzata in periodi dove strumenti finanziari astratti, spesso non dominabili perché complessi al limite dell’incomprensibile, hanno rivelato numerose criticità. Inoltre, a differenza di altri asset “fisici”, come immobili e terre, l’opera d’arte è trasportabile, caratteristica particolarmente apprezzata dall’investitore che può, in maniera assolutamente legale, beneficiare di astuzie da ingegnere fiscale per limitare la tassazione sul bene sfruttando i diversi regimi nazionali. Infine, in un momento durante il quale l’ostentazione potrebbe essere malvista, l’acquisto e la detenzione di opere d’arte può godere di livelli di maggiori livelli di discrezione. In un’ottica di gestione di portafoglio alla Markovitz, molti esperti considerano l’arte come un utile strumento di diversificazione, in quanto caratterizzata da una correlazione bassa – talvolta lievemente negativa, quindi controcorrente, rispetto all’andamento generalizzato del mercato azionario. Insomma, le peculiarità dell’opera d’arte sembrerebbero aver indirizzato la raison d’être della smania del suo possesso verso una direzione diversa dalla “mera” ammirazione in forma privata. Eppure, i rischi dell’investimento in arte restano alti: la volatilità nei prezzi è alta, il che implica potenziali grandi fluttuazioni nel valore, e il mercato non è certamente liquido, i beni non sono intercambiabili e certamente non possono essere rivenduti in cicli brevi; da aggiugere poi vi sono tutti i costi correlati all’acquisto e alla detenzione – commissioni, consulenze, trasporto, assicurazione… – lo rendono un asset costoso da commercializzare. L’economista e advisor Clare McAndrew, da tempo dedita allo studio delle relazioni tra i due campi – arte e finanza, appunto – considera l’attuale fermento come uno tra i segnali di fiducia nel ristabilimento di condizioni economiche favorevoli: “Le persone comprano arte quando sono sicuri di cosa avranno in futuro”. D’altra parte, questa affermazione va soppesata con una considerazione: lo scorso anno, metà del fatturato delle case d’asta è stato generato dallo 0,5% delle transazioni; il che vuol dire che è un ristrettissimo – e inverosimilmente facoltoso – gruppo di collezionisti a influenzare il trend. A rinforzare questa opinione è una ricerca di Arts Economics, della stessa McAndrew, dalla quale emerge che sono le quotazioni di opere che valgono almeno 200.000 euro a registrare imponenti picchi di crescita. Per concludere, l’arte, specie quella contemporanea, potrebbe apparire la nuova gallina dalle uova d’oro, e non mancano pareri contrari che considerano pura blasfemia l’idea di investire in un’opera. Se nel secondo caso non si corrono rischi a prescindere, nel primo bisognerebbe tenere a mente due semplici cose: la prima, che in finanza  la definizione di investimento di per sé incorpora un rischio, che è proporzionale al rendimento atteso del bene al quale si sceglie di affidare una parte della propria ricchezza (chi non è appassionato di numeri e inferenze statistiche, può accontentarsi di “chi non risica non rosica”); la seconda, fondamentale, è che chi investe con criterio anche estetico ha certamente il guadagno maggiore: anche al più sfortunato degli investitori, e nel peggiore dei casi, resterebbe l’intima possibilità della contemplazione.

One thought on “L’arte di investire

  1. E’ molto interessante l’ultima frase, parla della sicura e duratura gratificazione dell’investitore che segue il suo criterio estetico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...