Il bell’Antonio ovvero l’imbarazzo dello stare al mondo

Secondo Sciascia, il grande merito di Brancati consiste nell’aver saputo tratteggiare le caratteristiche della società italiana del suo tempo, cogliendone nel medesimo istante le manifestazioni tragiche e comiche come due facce della stessa medaglia. Ciò risulta particolarmente evidente ne Il bell’Antonio, capolavoro della letteratura del Novecento che si è prestato ad adattamenti cinematografici, teatrali e televisivi e che dal 12 al 22 marzo era in scena al Teatro Parioli di Roma.

Nella riduzione teatrale del romanzo curata da Antonia Brancati, figlia dell’autore, e da Simona Celi, le due sceneggiatrici hanno voluto restare fedeli alla scrittura originale, che si distingue per la bellezza delle immagini. Il teatro ha il vantaggio di poter mostrare al pubblico ciò che nei libri può solo essere evocato: la capacità che, nella prosa narrativa, le parole hanno di dipingere suggestioni nella mente del lettore si traduce così nella possibilità di ricreare quelle visioni sul palcoscenico per lo spettatore.

Al centro del testo, scritto nel ’49 e ambientato a Catania, vi è un ragazzo oltremodo attraente, l’Antonio del titolo, il cui fascino miete innumerevoli vittime, non solo tra le siciliane, e la cui virilità viene smisuratamente celebrata dal padre. Appena tornato da Roma, il giovane si sposa con Barbara, la figlia di un notaio influente, ma dopo tre anni si scopre che il matrimonio non è ancora stato consumato. L’invidia di cui il ragazzo era oggetto si trasforma ben presto in derisione: la vergogna colpisce la famiglia come una colpa infamante. Dopo esser stato abbandonato dalla moglie – che, ottenuto l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota, convola a nozze con un partito migliore -, Antonio viene anche disconosciuto dal padre, il quale vive il dramma del figlio come un tradimento che non sa giustificare.

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Le vicende narrate si svolgono nel contesto provinciale della Sicilia fascista (la storia infatti prende avvio nel 1934), dove il culto della mascolinità diviene celebrazione ossessiva e ottusa della veemenza dell’uomo. In una cornice così caratterizzata, risulta tanto più significativo che colui che per tutti è il campione dell’erotismo è in realtà afflitto da insospettabili difficoltà nella sfera sessuale. La piega imprevedibile che prende il racconto mette in luce l’alienazione di una comunità in cui non esiste il rispetto della libertà individuale e della vita privata.

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Il volersi sottrarre, da parte di Antonio, all’immagine di macho che gli è stata attribuita rimanda a dubbi ben più profondi che egli coltiva nella sua mente e che lo portano ad essere sfuggente non solo nella vita sessuale, ma anche in quella politica. Il protagonista in effetti fa quotidianamente i conti con l’imbarazzo dello stare al mondo ed è dilaniato tra le due accezioni del sentimento – eros e philia: se da un lato, cioè, egli vive appieno il sentimento e ama con tutto lo slancio di cui è capace, dall’altro non riesce a far corrispondere a quel desiderio una pulsione carnale. Nello spettacolo diretto da Giancarlo Sepe, i due giovani ballano sullo sfondo un tango, per eccellenza il ballo della passione, ma il loro impeto li rende goffi e impacciati.

Antonio è interpretato da Luchino Giordana, il quale restituisce al personaggio una grande umanità e ne evidenzia la notevole attualità: si tratta di un ragazzo come tanti, schiacciato dal peso dell’incertezza e in cerca di un posto nel mondo che non sa trovare. Ad Andrea Giordana e ad Elena Callegari è affidato il ruolo dei genitori: se il padre è colto impreparato dalla notizia e reagisce in modo decisamente negativo, la madre mette da parte la sua mitezza e affronta la nuora, attribuendo al suo essere distaccata la colpa della fine del matrimonio. La fredda Barbara (Giorgia Visani) e suo padre (Michele De Marchi) sono algidi calcolatori interessati esclusivamente al denaro e allo status sociale; d’altro canto i vicini di casa (Simona Celi e Natale Russo) esprimono la piccolezza di chi tenta invano di mostrarsi adeguato a contesti a cui non appartiene. Alessandro Romano, che interpreta il prete, incarna le ipocrisie di una Chiesa che predica il perdono e l’ortodossia, ma in realtà dà adito a superstizioni e chiacchiere maligne. Giancarlo Zanetti, infine, è lo zio vagabondo, l’unico che sa ascoltare il dolore del protagonista: alter ego dello stesso Brancati, egli si interroga sul senso della vita e di Dio, consegnando così al pubblico la visione che l’autore ha del mondo.

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La scenografia, volutamente scarna, riflette il declino culturale e morale che caratterizza l’ultima parte degli anni ’30 e che sfocerà nella Seconda Guerra Mondiale. Le sofferenze inconfessabili, le vergogne taciute, l’incomunicabilità che fa da sfondo al dramma invitano il lettore/spettatore a uno sforzo interpretativo, che gli consenta di andare oltre l’apparente contingenza della storia narrata, trovando affinità con il tempo presente. La produzione Fenice srl punta infatti a far riscoprire ai più giovani l’ironia e la sagacia di Brancati, un autore capace come pochi di leggere la società in cui viveva cogliendone le contraddizioni, il desiderio di onnipotenza, l’inestirpabile fragilità e il profondo malessere. Un caso di conservazione e valorizzazione applicate al nostro patrimonio letterario per mezzo del teatro.

Bianca Sorrentino

Photo Credits: www.teatropariolipeppinodefilippo.it

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