Il Bardo nell’epoca degli storytellers

“Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ogni uomo deve recitare una parte”.

(William Shakespeare, Il mercante di Venezia)

Con queste parole il celeberrimo drammaturgo inglese consegna al pubblico la sua visione del mondo – un cerchio di legno dove ciascuno è chiamato a interpretare un ruolo; per far sì che il suo messaggio giunga, egli, nel solco di una tradizione millenaria avviata dagli antichi aedi, racconta storie. La forza pregnante delle vicende che delinea e la potenza del mezzo di cui si serve, il teatro, hanno fatto in modo che Shakespeare sia stato definito per antonomasia “il Bardo” e che le sue opere non abbiano mai smesso di essere rappresentate.

Proprio a questa capacità affabulatoria si ispirano i membri della Compagnia dei Bardi, che dal 19 febbraio al 10 marzo sono in scena al Teatro delle Muse di Roma con Sogno di una notte di mezza estate, capolavoro shakespeariano adattato e diretto da Mimmo Strati. Quale rilevanza può assumere oggi un testo cinquecentesco intriso di riferimenti classici all’Atene del mito e di rimandi ovidiani? In che modo lo spettatore del XXI secolo riesce a riconoscersi in una realtà tanto lontana? Mimmo Strati, Cesare Cesarini, Anita Pusceddu, Alessio Di Cosimo, Francesco Falco, Flavia Faloppa, Elena Fiorenza, Francesco Trifilio, Claudio Zaccaria e Cecilia Zincone, pur restando fedeli al testo, ne rendono moderno lo stile, giocano con la musica dal vivo, alludono all’attualità, conquistano il pubblico divenendone complici. In un’epoca in cui lo storytelling (o l’arte di narrare) è ormai una disciplina collegata al marketing e alla comunicazione, gli attori rivendicano la loro prerogativa – la magia del racconto – e, preso per mano lo spettatore, lo accompagnano in questo Sogno.

15789423228_435e96c8b2_mL’atmosfera onirica che avvolge la scena, da un lato, conferisce leggerezza alla commedia, ma, dall’altro, induce a ben più profonde riflessioni sull’idea di realtà e sull’apparenza che sembra bastare a questo mondo. Le tre linee narrative che percorrono l’opera (l’amore reale delle due coppie di amanti che fuggono e si inseguono; l’amore soprannaturale del re del bosco e della regina delle fate; l’amore grottesco della rappresentazione improvvisata da un gruppo di artigiani) offrono al pubblico tre vie per giungere in una metaforica foresta, assistere a inganni e colpi di scena, e infine uscirne dopo aver caricato di senso le esperienze vissute.

Una grande allegoria del Teatro, dunque, dove non mancano i riferimenti alla beffarda consuetudine in base alla quale un attestato di partecipazione gratuita è la ricompensa dell’attore per le sue fatiche. Finita la commedia, ricomincia la vita: è questa la conclusione che traggono i personaggi; eppure la vita non ha mai smesso di essere al centro della commedia, in un dialogo fitto tra giovani in scena che raccontano storie e giovani in platea che hanno voglia di ascoltarle.

Bianca Sorrentino

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