Oggi si conosce il prezzo di tutto e il valore di niente

Ogni attività umana ha forme infinite di espressione estetica, in particolar modo l’artista è rivolto a particolari capacità di trasmettere messaggi ed emozioni, il tutto poggiato su abilità innate e particolari accorgimenti. Pertanto, non esiste un unico codice artistico, di interpretazione e gestione. L’artista sa bene quanto la cura del particolare sia fondamentale, portare avanti e valorizzare anche il più piccolo gesto su una tela, come la scelta di una tonalità di colore impercettibilmente diversa da un’altra in un’opera pittorica, da saper ben bilanciare per evitare rischi. Ed oggi, l’artista non si occupa più solo del suo campo, al di là della preparazione storico-culturale, fondamentale non solo per chi fa arte contemporanea, le necessità espressive devono per forza giungere da altre fonti. Non sono necessità in quanto requisiti senza i quali non si possa lavorare, quanto esigenze di crescita artistica, altrettanto importanti per la formazione. E cosa c’è di più utile in questo se non il Management? Si impara ad ascoltare il proprio talento, ma bisogna utilizzare i giusti mezzi e le giuste conoscenze per saperlo valorizzare al fine di renderlo accessibile al pubblico, garantendo la qualità del risultato. fishing_by_djz0mb13-d86lq3yMa ci si chiede: Qual è il rapporto esistente fra valore estetico e valore economico in una società in cui la produzione artistica tende ad essere connotata e influenzata dalla forma crescente del mercato? Lo studio di interconnessione tra questi due valori è di fondamentale importanza per comprendere il senso complessivo della produzione artistica come fenomeno peculiare della nostra cultura. Gli artisti stessi sono arrivati a mettere in gioco nei loro lavori questo aspetto, teorizzando l’arte come business art, facendo coincidere il valore artistico ed economico nell’arte vista come mercato e ciò significa essere “realisti assoluti”. Anche un critico di peso internazionale degli anni Settanta come Germano Celant, che scriveva contro ogni forma di mercificazione dell’arte ha cambiato parere e con un certo realismo manageriale, dichiarò ben presto: “Il mercato è dappertutto. Togliamoci questa moralistica attitudine”, la quale rientra perfettamente ancor oggi nella visione dell’artista, come Ian Burn, che afferma: “Se prima si poteva credere che considerare le opere d’arte come merci fosse una esagerazione di determinamismo economico, è ormai evidente che le nostre vite intiere sono diventate così ampiamente definite in questi termini che è ormai impossibile pretendere il contrario. Non solamente le opere d’arte finiscono per essere delle merci, ma si ha la schiacciante sensazione che esse comincino la loro vita proprio come merci”. Questa “industrializzazione” appare ormai del tutto esplicita attraverso l’affermazione sempre più consistente del management in arte. Giungendo a questa visione, potremmo dire che, gli artisti innovatori non hanno fatto le loro opere per il mercato, ma piuttosto hanno contribuito ad inventare un mercato per le loro opere, creando un grande rapporto di equilibrio e complicità tra arte e management.

Mariateresa Rasulo

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