E se i manager aiutassero la cultura?

Spesso si sente dire che il nostro è il Paese dell’arte e della cultura, patria di una storia millenaria, culla del maggior patrimonio artistico al mondo.

Le testimonianze del passato e la storia della nostra civiltà sono ovunque, in ogni angolo di città, dentro ogni chiesa, nei palazzi e nel paesaggio.

Eppure da solo questo straordinario museo a cielo aperto che è l’Italia non riesce ad andare avanti, ma sopravvive di stenti e disorganizzazione, facendo allontanare e scomparire quel turismo che avrebbe potuto invece diventare il motore trainante della nostra economia.

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Un cambiamento è necessario: in un mondo che è sempre più globalizzato e dinamico, non basta più solo tutelare e conservare, la cultura oggi deve fare i conti con la realtà contemporanea in continuo cambiamento.

Soprattutto in questi tempi di crisi, l’arte deve uscire dalle sue torri d’avorio e imparare a gestirsi ed organizzarsi tramite gli strumenti del management aziendale.

  • Bisogna attirare più visitatori in musei e siti archeologici, non solo per un ritorno economico, ma anche per aumentare la diffusione e l’arricchimento culturale del Paese.
  • Bisogna organizzare nei minimi dettagli eventi e mostre per valorizzare al meglio le nostre risorse culturali.
  • Bisogna valutare l’impatto socio-culturale ed economico di un progetto e non affidarsi al caso.

Gli strumenti di marketing, comunicazione, gestione e controllo, dunque, sono fondamentali anche nell’ambito culturale e il loro utilizzo potrebbe finalmente aiutare questo settore a rinascere e a mostrare le sue potenzialità.

Secondo i dati del X Rapporto Annuale di Federculture, nel 2013 solo il 30% di italiani ha visitato almeno un museo, rispetto al 52% degli inglesi, al 44% dei tedeschi e al 39% dei francesi. Un risultato ben al di sotto della media dell’Unione Europea del 37%. Il Belpaese, dunque, nonostante i suoi 50 siti Unesco e il fregio di “museo diffuso”, non partecipa quanto dovrebbe alle proposte culturali.

È anche vero, come sostiene Giovanna Barni, presidente di Coopculture, in un’intervista rilasciata a Il Giornale dell’Arteche i numeri non sono tutto: non basta pensare solo a incassi e visitatori per misurare la portata culturale di un museo, ma “anche le cosiddette esternalità positive che generano una valorizzazione “ampliata”: le attività e l’indotto per il territorio, i progetti di inclusione sociale, i risultati in termini di audience development, il contributo al miglioramento dell’immagine dell’Italia all’estero, la creazione di occupazione qualificata, la costruzione di sistemi di rete in grado di valorizzare il patrimonio diffuso” (Barni, 2014).

Il problema è che se pochi fruiscono della “cultura”, pochi saranno anche gli effetti positivi sul territorio.

Sembra assurdo ma, nel 2013, il 15% degli istituti statali non ha avuto visitatori, né introiti! Solo 19 persone non paganti hanno visitato il Chiostro ex Convento di San Domenico a Taranto in un intero anno e solo 265 sono stati i fruitori del Museo Nazionale di Palazzo Reale di Pisa. Numeri del genere non possono non preoccupare.

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Figure manageriali alla guida di importanti realtà museali ed espositive italiane sono riuscite a coordinare efficacia ed efficienza, aumentando considerevolmente il numero dei visitatori e, quindi, di incassi. Si tratta di soggetti autonomi che, sfruttando la legge finanziaria del 2002, articolo 35, che prevede la possibilità, per gli anti locali, di creare fondazioni per organizzare al meglio la vita di musei e gallerie d’arte, hanno potuto disporre di maggiore autonomia gestionale.

Esempi di questo genere sono la GAM, Galleria civica di Arte Moderna e contemporanea di Torino, l’azienda speciale Palaexpòche gestisce le Scuderie del Quirinale, il Palazzo delle Esposizioni e la Casa del Jazz da parte di Roma Capitale, e il Muve, la Fondazione dei Musei Civici di Venezia che hanno chiuso il 2013 con risultati eccellenti in quanto a visitatori e incassi.

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Questo non significa che considerare i beni culturali alla stregua di mere risorse economiche sia la strada per il successo, ma in questo periodo di crisi, di tagli alla cultura (l’investimento in cultura nel 2013 è stato dello 0,19% del bilancio dello Stato), di deterioramento del nostro patrimonio culturale un approccio teso alla valorizzazione e all’innovazione delle modalità di fruizione potrebbe aiutare l’Italia a riprendersi un posto nel panorama mondiale.

Marianna Coppola

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